Il nuovo “amore” di Silvio

Tranquilli, nulla da temere per la Pascale, né per Dudù, che probabilmente scorrazza felice per la tenuta di Arcore. Il nuovo amore di Silvio è, piuttosto, un amore politico, di quelli che ti risollevano una carriera che soltanto gli ingenui potevano considerare al capolinea, una carriera costellata di successi imprenditoriali ed elettorali, di barzellette di dubbio gusto, di processi e di prescrizioni, di collusioni con la mafia e di leggi ad personam; una carriera che finirà, forse, soltanto con la morte. Forse.

Bene, il nuovo amore di Silvio è la Cina, un amore già ampiamente dichiarato in tutti i salotti televisivi d’Italia, da quelli di sua proprietà, in cui si può notare un pubblico rapito dal Verbo del Cavaliere e pronto ad applaudire per ogni sua scorreggia, a quelli un po’ più ostici, in cui, comunque, riesce sempre a cavarsela con la sua proverbiale spavalderia.

La Cina. L’Oriente. Eccolo il motivo della sua ennesima discesa in campo a partire da quel lontano 1994, della sua fresca candidatura alle elezioni europee. Come non provare ammirazione per l’ulteriore dimostrazione del suo senso di responsabilità, stavolta non circoscritto al paese che gli ha dato i natali ma allargato all’intero globo, oggi “sotto il pericolo di un progetto egemonico di un regime totalitario come quello comunista giapponese… – ops! – cinese”?

Ora, per quanto gli si possa voler bene, per quanto lo si possa considerare una sorta di seconda figura paterna – chi scrive, ad esempio, è nato poco prima di Forza Italia -, è lecito chiedersi se non sia il caso che anche lui presenti domanda per quota 100, che se ne vada in pensione e si goda gli anni – tanti! – e le cellule epiteliali non mummificate – poche! –  che gli rimangono in qualche catapecchia nell’arcipelago delle Fiji. La questione sorge spontanea, perché è notoriamente segno di rincoglionimento il ripresentarsi di antiche ossessioni. E se ce n’è una che, più delle altre, ha caratterizzato la vita politica di Berlusconi, anche più di quella per le “toghe rosse”, beh, questa è l’ossessione per i comunisti. Mangiatori di bambini, invidiosi, assassini, non c’è epiteto negativo che non sia stato usato nei confronti di questo “Mostro rosso”. Ma se, come dice qualcuno , è utopico il comunismo, ancor più utopico è trovare dei comunisti, per di più in Cina.

– Dicci Silvio, te ne preghiamo, dove sono questi comunisti? Perché, sai, noi avremmo una rivoluzione da fare! –

Il paese asiatico, infatti, a dispetto del nome del partito che detiene il potere, è forse l’esempio più eclatante del capitalismo contemporaneo, sistema che produce una forte polarizzazione della ricchezza e, quindi, enormi diseguaglianze. Addirittura, Il Sole 24 ore, giornale sempre compiacente con chi produce ricchezza per sé sbattendosene degli altri, ci dice che in Cina emergono due nuovi miliardari ogni settimana, e ciò malgrado il Pil procapite sia ai livelli di quello del Botswana. Nessuna traccia di dittatura del proletariato, né di estinzione dello Stato né, tantomeno, di abolizione della proprietà privata che, al contrario, non è mai stata così in forma. Nessuna traccia di comunismo, dunque.

A questo punto le ipotesi sono due: o, ai rinomati e frequentatissimi festini di Arcore, tra gli invitati figurava qualche sciamano nativo americano con, al seguito, carrettate di peyote, la cui mescalina ha, sì, aperto le porte della percezione ad Huxley ma a Berlusconi, probabilmente, ha interrotto la normale trasmissione neuronale; oppure si è di fronte all’ennesimo capolavoro comunicativo. Una cosa non esclude l’altra; si sa che nel genio c’è sempre un po’ di follia.

Più realisticamente, Berlusconi è un professionista, l’esponente di punta della “politica del nemico” e dell’invenzione di chimere antagoniste da abbattere anche laddove non hanno alcuna consistenza. Berlusconi è colui che ha forgiato lo scettro moralistico da brandire contro avversari inermi. Salvini e i grillini non sono che suoi allievi a cui manca ancora il diploma.

Un’intera classe politica si è formata, da venticinque anni a questa parte, sulle sue uscite e sulle sue figuracce; un’intera classe politica ne disconosce, in maniera davvero ingrata, la paternità. E questo non si fa! Non è corretto lasciare un anziano a combattere da solo contro i fantasmi.

A Silvio non resta, forse, che concedersi incondizionatamente al nuovo amante cinese, a tratti odiato ma di cui, pian piano, come in ogni ossessione che si rispetti, sta assumendo i caratteri, a cominciare dall’acconciatura.