Donne e lavoro. Un manifesto

L’8 Marzo è alle porte. Quale miglior modo di andargli incontro se non riprendendo le parole di chi si è battuta, durante tutto l‘arco della propria vita, affinché la parità di genere fosse finalmente realtà? A tal proposito, ecco un estratto di Per un movimento di liberazione delle donne (1970) di Marcia Rothenburg, Margaret Stephenson, Gille e Monique Wittig, testo contenuto in Manifesti femministi. Il femminismo radicale attraverso i suoi scritti programmatici (1964-1977), raccolta a cura di Deborah Ardilli ed edita da Morellini editore e Vanda.ePublishing.

Una divisione del lavoro mai messa in questione

Ci sembra totalmente, assolutamente ingiusto che nel diritto moderno sussista, accanto alle clausole e ai contratti che regolarizzano il lavoro tra sfruttati e sfruttatori, una sopravvivenza implicita del diritto feudale, che ammette che un’intera categoria di individui debbano lavorare senza essere pagati a causa del loro sesso: noi. (Alle giornate della donna organizzate dal PCF si parla di creare asili nido, di “alleggerire” il lavoro delle donne. Ma la divisione del lavoro tra gli uomini e le donne non è mai rimessa in questione). “Le classi” diceva Lenin “sono gruppi di uomini di cui l’uno può appropriarsi del lavoro dell’altro in ragione del posto differente che occupano all’interno di un dato sistema di economia sociale”. Nella famiglia, l’uomo è il borghese; la donna, il proletario; l’uomo si appropria del nostro lavoro (in cambio ci assicura protezione e nutrimento come anticamente i feudatari ai propri servi). Esiste veramente un antagonismo tra lui e noi. E se, come dice Marx, il proletario è colui che è libero di scambiare la propria forza-lavoro sul mercato, noi non possiamo essere proletari come gli uomini. Nascendo nella categoria donne, nella società abbiamo per compiti principali il lavoro domestico e l’educazione dei figli. È per questa ragione che ci sposano. E se lavoriamo fuori casa, non è “libere di scambiare la nostra forza-lavoro sul mercato”, è asservite a quel lavoro domestico che possiamo partecipare alla produzione e unicamente a questa condizione: libere di caricarci di un doppio lavoro. “Se la donna assolve dei doveri al servizio della propria famiglia, resta esclusa dalla produzione sociale e non può guadagnare niente. D’altra parte, se vuole partecipare all’industria pubblica e guadagnare per proprio conto, non è in condizione di assolvere i suoi doveri familiari. Accade lo stesso per la donna in tutti i rami dell’attività sociale, nella medicina e nell’avvocatura, come in fabbrica. La famiglia coniugale moderna è fondata sulla schiavitù domestica, confessata o nascosta, della donna, e la società moderna è una massa che si compone esclusivamente di unità coniugali” (Engels, L’origine della famiglia, il corsivo è nostro).

Ciò ha come conseguenza che noi, che lavoriamo gratuitamente, valiamo meno degli uomini quando partecipiamo alla produzione sociale. Eppure c’è una legge che decreta “a lavoro uguale, salario uguale”. E nella realtà ecco i risultati delle differenze di salario tra gli uomini e le donne: per l’insieme della popolazione 36%, per i quadri superiori 38%, per i quadri intermedi 31%, per gli impiegati 24%, per gli operai 36%. E dagli accordi di Grenelle questa differenza tende ad accrescersi. La definizione di servo nel dizionario è: persona che non ha libertà personale completa… sotto il feudalesimo. Se pensiamo che, fino al 13 luglio 1965, le donne in Francia non potevano lavorare fuori casa senza l‘autorizzazione dei mariti, ciò significa che la legge stessa ci dava lo statuto di serva, di persona che non ha libertà personale completa. Allo stesso modo, la legge che ci impediva di scegliere il nostro domicilio, riservando tale diritto ai mariti, era in completa contraddizione con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, che riserva al cittadino la totale libertà di movimento e di domicilio. (In linea di principio la legge parentale ci accorda infine libertà di movimento.)

Che l’antagonismo appaia dunque in piena luce: noi diciamo, dopo otto ore di lavoro in fabbrica, la nostra giornata comincia alle cinque. Diciamo che, noi lavoratrici, siamo oggetti di una discriminazione particolare. Noi non abbiamo formazione professionale. In generale, i corsi di formazione professionale sono riservati agli uomini; questa circostanza mette bene in evidenza l’aspetto transitorio del nostro lavoro non domestico. Noi siamo sempre al gradino più basso della scala, e alla prima crisi, alla prima compressione del personale, veniamo colpite più duramente degli uomini. Se il nostro lavoro non ha quel carattere di necessità che ha per l’uomo, è in virtù del fatto che siamo un sesso sottosviluppato, buono per svolgere lavoro in cambio di nulla, lo stesso lavoro che un tempo facevano gli schiavi (essi d’altronde lo condividevano con le donne “libere”).

La lotta contro lo sciovinismo maschile è una lotta di classe […] Esso è strettamente legato al razzismo […] e perpetuato negli USA dalle classi dominanti […] L’uomo ha preso una ragazza, l’ha piantata su un piedistallo e le ha dato una torcia da reggere. Io dico, mettetele una mitraglietta nell’altra mano.

Bobby Seale [leader delle Pantere Nere]

Comprendiamo bene che la sola differenza sessuale – non più della differenza di razza – non è sufficiente a creare un antagonismo di classe. Oggi sappiamo che sono esistite ed esistono società in cui gli uomini e le donne non hanno rapporti antagonistici. Ma vediamo chiaramente che tutti i governi dispotici, autoritari, tutti i regimi totalitari (Incas, Maya, Cina di Confucio, regime nazista) si sono serviti della differenza sessuale – tra gli altri elementi di divisione – per creare un antagonismo tra l’uomo e la donna al livello della famiglia. Lo schema è il seguente: lo Stato è come una grande famiglia il cui capo regna sulla donna e i figli. In questo modo viene mascherata la realtà della lotta di classe e i livelli a cui si situa. Il fatto del dominio assoluto è presentato come un fenomeno altrettanto naturale del dominio assoluto dell’uomo sulla donna.

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