[RECENSIONE] “Sulla vocazione politica della filosofia” di Donatella Di Cesare

“Non c’è più un fuori”. È questo l’incipit di Sulla vocazione politica della filosofia, ultimo lavoro di Donatella Di Cesare, professoressa ordinaria di filosofia teoretica all’Università La Sapienza di Roma. Un testo estremamente chiaro, limpido, nonostante la sua profondità. Scordatevi gli infiniti labirinti speculativi di Fenomenologia dello Spirito di Hegel o di Essere e tempo di Heidegger o, ancora, di una qualsiasi delle opere di Derrida. Scordatevi di dover interrompere la lettura a ogni pagina per cedere all’irrefrenabile istinto di fracassarvi una tempia contro il primo spigolo a portata di testa. Il libro di Di Cesare, edito da Bollati Boringhieri, pur attraversato dal pensiero di questi autori, rende accessibile a chiunque, anche a chi non mastica abitualmente la filosofia, la riflessione sulla domanda per eccellenza, sul quesito che immancabilmente si trova sulla prima pagina di ogni manuale per le scuole: cos’è la filosofia?

Beh, la risposta non è affatto scontata. E lo è ancor meno se, come fa l’autrice, si ragiona sul suo attuale stato di salute. Il referto medico parla chiaro: “Dove i saperi sono consegnati al calcolo e alla simulazione tecnologicamente assistita, dove dilagano le procedure di semplificazione, spacciate per procedure di verità, dove ogni conoscenza ha il suo posto e il suo compito performativo, la filosofia finisce per venire esautorata”. Benissimo. Ma esautorata da cosa?

Non c’è più un fuori, si è detto. Ebbene, per comprenderne l’essenza è necessario prima individuare un “dentro”. Sorpresa: tutto è “dentro”. L’autrice chiama “immanenza satura” questa condizione, una condizione tipica di un’epoca come la nostra, caratterizzata dal trionfo di una razionalità strumentale che permette un dominio totale e non lascia spiragli anche solo ai pensieri attorno a un’ipotetica alternativa. “A che scopo sporgersi nell’oltre glaciale e morto?” si chiede.

Com’erano belli i tempi in cui, mirando il cielo, ci si stupiva! Proprio il meravigliarsi è indicato da Aristotele tra le cause della tendenza al sapere dell’essere umano. “Filosofare è anzitutto guardarsi intorno con stupore, interrogarsi con meraviglia. Più che un agire, è un patire” dice Di Cesare. Ma laddove tutto è “dentro”, immanente, a portata di mano, di cosa dovremmo ormai stupirci? Sappiamo e possiamo sapere tutto. Nulla potrà più sfuggirci.

Povero Socrate, così inetto da illudersi che il non sapere potesse incarnare una qualche forma di conoscenza! Povero Socrate, così fuori-luogo all’epoca, altrettanto fuori-luogo adesso, con quella sua fissazione di girovagare facendo domande e, involontariamente, creare ulteriori luoghi all’interno dello spazio costruito, luoghi di ricerca dinamica del sapere, antitesi per eccellenza dello Stato (al tempo la Polis), sede del sapere istituzionalizzato e incancrenito.

Dicevamo che la filosofia è stata esautorata dal suo ruolo, che è, appunto, quello di fare domande, di porre in questione, di interrogare. E di interrogare l’interrogante. “La filosofa, il filosofo non possono sottrarsi a questa continua interrogazione, in certo modo una scissione che prende la forma di una domanda alla domanda”. Ma se, come oggi accade, la scienza, la tecnica e l’economia monopolizzano l’analisi dei fenomeni, appiattendo il futuro su una monotona e drammatica ridondanza del presente, quali domande potranno mai formulare la filosofa e il filosofo? Ecco che arriva a manifestarsi la più intima essenza dell’epoca capitalistica ossia la poderosa capacità di inglobare qualsiasi corpo estraneo, fuori-luogo appunto, anche il più sovversivo e radicale; e questo “inglobare”, nel nostro caso, si palesa nella figura del filosofo normativo, contro cui Donatella Di Cesare lancia un’autobomba carica di tritolo: “Si presuppone che il filosofo non faccia domande, ma cerchi piuttosto di rispondere a quelle altrui, ovvero di risolvere i problemi che le altre discipline hanno il merito di porre. Altro che Essere, Storia, Vita, e amenità del genere! Qui si va sul concreto, si negozia sul perimetro dei concetti, si delimita e si circoscrive. È questa l’unica capacità del filosofo che, misurando un po’ qua e un po’ là, si prefigge di “ricomporre la tensione”. Dopo tutto il negoziato potrebbe fallire, e allora bisognerebbe subito riprendere da capo. Perché quel che conta è giungere a una soluzione.” Il filosofo è svuotato, marginalizzato, mera appendice di saperi che, solo alla fine, si limitano a chiedere il suo beneplacito. E allora ecco i trolley problem e il ticking bomb, esperimenti mentali “dove si sceglie ineluttabilmente tra male e male, con un calcolo utilitaristico di costi e benefici – più che un’etica del capitalismo, un capitalismo dell’etica.” L’individuo e il suo agire sono oramai il centro, sponda inevitabile di un moralismo da quattro soldi che certifica la perdita di una visione d’insieme del Mondo e dei suoi processi. 

Quale spazio, quindi, per il filosofo se, per sua stessa natura, è ovunque fuori posto, ad eccezione dei casi in cui si inchina compiacente al regime accademico-capitalistico? Di Cesare parla chiaro: questo spazio è l’oltre. Nulla di ultrasensibile, è chiaro. Il non-ancora, l’utopia, enormemente depotenziati da un realismo al di là di ogni ragionevolezza, sono il telos, il fine della filosofia, una filosofia intimamente an-archica: “In una prospettiva politica, strettamente connessa con quella teoretica, si pone l’esigenza di sollevare ancora una volta lo sguardo fuori. In questo caso al di là dello Stato, mettendo in discussione la sovranità”. L’utopia, spesso ridotta a sinonimo di “illusione”, è molto più che il non-luogo inarrivabile, molto più che una fantasia per spiriti ingenui e sognatori; l’utopia è la dinamite che sonnecchia sotto i confini spaziali, politici ed economici che il Potere è impegnato a preservare, la dinamite la cui miccia, al minimo sussulto, potrebbe prendere fuoco.

“Il crollo dei regimi totalitari ha sancito il trionfo della democrazia, un successo che va di pari passo con il suo svuotamento, fino a diventare sempre più formale, sempre meno politica, da un canto gioco di dispositivo statuale, dall’altro resoconto ininterrotto volto a sublimare il corpo del popolo nella totalità dell’opinione pubblica. Il che è per di più in linea con una politica o intesa come governance amministrativa o ridotta a gestione poliziesca.” La filosofia può e deve rivendicare il potere, non nella forma prospettata da Platone di una Repubblica governata da filosofi, bensì in quella di sovvertitrice dell’ordine, di alleata degli sconfitti, fuori-luogo anche loro, posti ai margini di una metropoli tritatutto da un ordine del discorso “assunto acriticamente come un dato naturale anziché storico”. Perché, come diceva Benjamin, citato da Marcuse in conclusione del suo L’uomo a una dimensione, “è solo a favore dei disperati che ci è data la speranza”.

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