Friday for future. L’Effetto Greta

L’ONU ha da poco dichiarato che i danni ambientali al pianeta sono talmente gravi da mettere a rischio la salute di milioni di persone, il che, tradotto, significa che siamo nella merda. Una merda anche discretamente puzzolente, se ci è permesso. Già, perché non solo non c’è il minimo accenno a un cambiamento di rotta ecologico dal punto di vista produttivo, ma i governi di tutto il mondo sembra che si comportino come se nulla fosse, temporeggiando, varando riformine che danno un calcio al cerchio e uno alla botte – non sia mai che si prenda di petto la questione, tentando di risolverla in maniera strutturale! -, lanciando occasionali slogan ambientalisti o, addirittura, negando l’esistenza del cambiamento climatico (vedi quel genio col ciuffo fosforescente che vive alla Casa Bianca).

In Italia, ad esempio, pare sia prioritario fare un buco in una montagna per farci passare un treno, disintegrando, in questo modo, delicati equilibri ecosistemici,  piuttosto che, magari, ristrutturare completamente una rete dei trasporti anacronistica, in modo da disincentivare l’uso dei mezzi privati, prima causa dell’aria sempre più irrespirabile delle nostre città.

Diciamo, quindi, che la situazione non è tra le più rosee.

Sarà forse per questo che la sedicenne svedese Greta Thunberg già da qualche mese ha deciso di scioperare ogni venerdì, saltando la scuola e recandosi davanti al parlamento del suo paese, portando con sé un cartello con su scritto, in lingua madre, “sciopero scolastico per il clima”.

È chiaro? Questa qui, anziché drogarsi come i coetanei e le coetanee – e come chi vi scrive, quando aveva la sua età -, prende i suoi bei piedini e va a sbattere in faccia ai politici del proprio paese le loro responsabilità – confessiamo di stimarla già soltanto per lo sciopero del venerdì, indipendentemente dalla motivazione. Avessimo avuto noi questa idea chissà quante punizioni per aver saltato la scuola ci saremmo evitati! – Ebbene, sembra che la sua protesta non sia rimasta del tutto inascoltata, spingendo alla mobilitazione milioni di studenti in tutto il mondo i quali, al grido di “Friday for future”, manifestano la propria indignazione per le condizioni pietose in cui versa il pianeta che dovranno abitare ancora per decenni – o almeno si spera! -.

Il ragionamento è semplice: che senso ha svolgere una verifica di storia se, tra poco, rischia di non esserci più una Storia? È questione di priorità. L’Effetto Greta si basa proprio sulla ridefinizione di ciò che è realmente importante. Al diavolo il profitto scolastico se ciò significa battersi per far sì che l’innalzamento delle temperature globali rimanga al di sotto di 1,5°!

L’Effetto Greta stravolge la percezione collettiva del futuro. Più di ogni studio ampiamente documentato e portato avanti da climatologi di fama internazionale, più dei meeting annuali sponsorizzati a reti unificate, la presenza di una ragazza di sedici anni, fuori dai cancelli del parlamento di un paese europeo, porta alla ribalta la questione delle questioni ossia la sopravvivenza delle specie animali e vegetali di questo pianeta incerottato.

Nell’epoca dell’immagine, foto e video hanno una potenza enormemente superiore rispetto ad anni di studio sui libri, di titoli e riconoscimenti, di pubblicazioni e premi Nobel. Un giovane viso, al contempo pulito e combattivo, comunica molto più di un mattone di mille pagine sullo scioglimento della calotta artica. Eppure, il primo non sarebbe possibile senza il secondo. Sì, perché se quella ragazza di Stoccolma avesse interpretato l’Agosto più caldo della storia svedese allo stesso modo di come lo interpretano i negazionisti del cambiamento climatico, piuttosto che come il lento ma inesorabile decorso di un modo di rapportarsi alla natura totalmente irrazionale, ebbene, nulla avrebbe mai potuta spingerla davanti al parlamento svedese.

All’orizzonte si profila un’insolita alleanza. Intellettuali e scienziati, dall’alto della fortezza blindata della conoscenza, scorgono una speranza: che i loro sforzi vengano finalmente riconosciuti e che si prendano i dovuti provvedimenti, non le mezze misure fino ad ora tentate e che altro non sono che il modo affinché resti tutto uguale a se stesso. Ma a tentare di far da tramite tra la teoria e la pratica non ci sono le classi politiche dei vari Stati, né filantropi multimiliardari, bensì le nuove generazioni, coloro che saranno costretti a fronteggiare disastri ambientali inevitabili ma che si è ancora in tempo per mitigare, coloro che avranno sulle spalle il peso dell’opulenza delle generazioni precedenti.

Affianchiamoci perciò a Greta, fosse soltanto per saltare più ore possibili di scuola prima del collasso!