Le cause del cambiamento climatico

È oramai scientificamente assodato che sono in atto dei cambiamenti climatici causati dall’emissione di CO2 e altri gas serra nell’atmosfera. È assodato che gran parte delle responsabilità di ciò è attribuibile alle attività umane dalla rivoluzione industriale di fine ‘700 in poi. È vero, c’è ancora qualche “illuminato” che nega la loro esistenza oppure che crede che il riscaldamento globale sia un percorso naturale di assestamento del pianeta; fortunatamente, però, di “scienziati” di tal fatta ce ne sono sempre meno.

Ma se è universalmente accettato che la Terra non se la passa troppo bene e che è giunta l’ora di correre ai ripari, meno scontato è credere che ci sia una conoscenza corretta e completa del problema, conoscenza, in primis, delle cause che hanno portato alla situazione attuale. Diamo, perciò, uno sguardo ai dati estrapolati nel corso di decenni di studi, in modo da comprendere ed elaborare una strategia efficace di uscita dalla crisi climatica.

Iniziamo con i combustibili fossili, principale fonte d’energia della nostra epoca. I più utilizzati sono petrolio, carbone e gas naturali tra cui il metano. Il loro utilizzo avviene attraverso la combustione, processo da cui si può ricavare notevole energia ma che è anche enorme fonte di emissioni di CO2, il gas serra per eccellenza. L’energia ricavata da questi viene impiegata in diversi ambiti, dalla produzione di energia elettrica all’intero settore dei trasporti che, nella sola Unione Europea, è responsabile di circa il 24% delle emissioni totali.

C’è poi il “Pacific Trash Vortex”, sconfinata isola di plastica nel bel mezzo dell’Oceano Paficico che minaccia la vita degli ecosistemi marini. I dati sulle sue dimensioni non sono precisi; orientativamente la sua estensione può variare da un minimo di 700.000 chilometri quadrati a un massimo di 10 milioni. Per intenderci, le stime più ottimistiche parlano di una regione grande come la Penisola Iberica, quelle pessimistiche, invece, di una regione più estesa degli Stati Uniti d’America. E non è certo l’unica! Ci sono altre cinque isole di plastica nei mari di tutto il mondo. Ciò avviene perché soltanto il 15% della plastica viene riciclata e ciò non può non interrogare sulla natura delle politiche attuate dai diversi paesi del globo in merito alla questione ambientale.

Ma se combustibili fossili e plastica sono già da tempo protagonisti del dibattito pubblico sul cambiamento climatico, c’è un tema spesso lasciato ai margini, trattato solo di riflesso e che, invece, meriterebbe un’attenzione maggiore. Si tratta dell’inquinamento prodotto dall’industria dei prodotti animali.

Già nel 2006, uno studio commissionato dalla FAO, l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura, aveva evidenziato come il settore zootecnico producesse, a livello mondiale, più emissioni di CO2 dell’intero settore dei trasporti (il 18% del totale). E non solo! Esso è tra le maggiori cause di erosione del suolo e di inquinamento delle risorse idriche, per non parlare delle emissioni di metano, di cui l’industria dei prodotti animali è responsabile per il 37%, più di tutte le altre attività umane. Il metano, infatti, viene prodotto attraverso i processi digestivi dei ruminanti, nutriti oltre ogni ragionevole misura per rispondere alle richieste di un mercato in costante espansione e che vede come nuovi protagonisti i cosiddetti paesi in via di sviluppo (si prevede che entro il 2030 la produzione di carne aumenterà di circa il 19%, mentre quella di latte del 33%) .

Anche la deforestazione galoppante è imputabile al settore zootecnico: il WWF ha calcolato che negli ultimi 50 anni si è già perso un quinto dell’intera foresta Amazzonica, il polmone verde del pianeta, e ciò a causa delle coltivazioni intensive di soia destinate a diventar mangime per gli animali allevati, soprattutto polli e suini; infatti, solo il 6% è destinato al consumo umano mentre i tre quarti sono impiegati nell’alimentazione animale.

L’impiego di così ingenti quantità di vegetali e di acqua per la produzione di cibi animali pone un ulteriore problema. Un animale, prima di diventare carne, per poter crescere come da richiesta del mercato, ha bisogno di sfamarsi e dissetarsi; bene, per un chilo di carne di manzo, ad esempio, ciò si traduce in circa 15.500 litri d’acqua e in una decina di chili di cereali.

Ciò pone al centro della questione la quantità di terre impiegate nella produzione di prodotti animali. Uno studio del 2011 dell’International Livestock Research Institute (ILRI) ha stabilito che circa il 45% delle terre emerse è attualmente destinato all’allevamento.

Sabato 23 Marzo, a Roma, un corteo attraverserà la città per porre sotto i riflettori l’urgenza di un cambiamento epocale in materia di clima. Per farlo, però, c’è bisogno che l’informazione di chi manifesta sia il più possibile completa, che non si trascuri alcun aspetto di un rapporto con la natura quasi irrimediabilmente degenerato e che necessita di un’inversione di rotta quanto mai rapido.