I rom e il “paese dei campi”

A Torre Maura, nella periferia est di Roma, un gruppo di residenti, appoggiato dall’estrema destra, si è mobilitato contro l’arrivo di 70 persone di etnia rom al vicino centro d’accoglienza in via dei Codirossoni. L’evento è stato occasione di sparate razziste da parte di vari politici, su tutti il consigliere regionale della Lega Daniele Giannini che, come riporta Il Messaggero, ha così commentato: “Il versante est della Capitale va “bonificato” al più presto e non arricchito di altri elementi di disturbo che rifiutano ogni tipo di integrazione e che sfuggono al controllo delle forze dell’ordine compiendo ogni sorta di reato”. Bonificare, quindi, come se i rom e le rom fossero erbacce tossiche da estirpare. Ma da dove arriva questa rabbia nei loro confronti?

Iniziamo con qualche dato. L’associazione 21 Luglio, nel suo report annuale, ci fa sapere che nel 2017 i rom in emergenza abitativa, ossia quelli che abitano nelle baraccopoli e che sono continuo oggetto di discriminazione, sono 26 mila su un totale di 180 mila, lo 0,04% della popolazione italiana. Già qui ci si potrebbe domandare cosa spinga a prendersela così ferocemente con una minoranza di questa consistenza, peraltro versante in condizioni ai limiti della sopravvivenza, tra lamiere arrugginite e immondizia crescente.

La risposta non è difficile da intuire: la vulgata popolare li vorrebbe, infatti, dediti per cultura al crimine. Ebbene, le ricerche antropologiche hanno da tempo smentito l’esistenza di questo “tratto culturale”. Il discorso da fare è probabilmente un altro. Se esiste una legge sociologica universale è quella che lega situazioni di forte indigenza a episodi di micro e macro criminalità.

Prendiamo un operaio che abbia da poco perso il lavoro e che, a causa di un’età non più freschissima, fatica a trovarne un altro.  Mettiamo che abbia anche una famiglia che, col suo vecchio stipendio da operaio generico, riusciva a malapena a sostenere. Niente risparmi, quindi, né parenti in grado di dargli una mano nella difficoltà. Quale alternativa avrebbe l’ex operaio se non quella di dedicarsi al furto o allo spaccio? E, una volta entrato in quei meccanismi, cosa potrebbe impedirgli di finire nei circoli della malavita organizzata? Un esempio famoso in cui queste dinamiche si mostrano in tutta la loro forza è il fenomeno mafioso.

Ma se un italiano indigente ormai dedito al crimine può trovare un sentimento di timida comprensione nell’opinione pubblica, ciò non avviene per chi non ha la “fortuna” di essere italiano, in particolare se è di etnia rom. Ciò a causa di una grossa disinformazione, in particolare storica.

Partiamo col dire che, come sottolineato dall’Associazione 21 Luglio, circa il 43% delle persone Rom in emergenza abitativa ha da tempo la cittadinanza italiana. Se un rom compie un furto, c’è circa il 50% di possibilità che sia nato qui esattamente come noi, che quindi, in sostanza, sia italiano. Ma ciò sembra non importare quando la macchina mediatica lavora alla narrazione di un episodio di cronaca. E ciò per un motivo preciso: i rom sono la minoranza più discriminata d’Europa. Anche a livello storiografico, le tragiche vicende che hanno riguardato questo popolo sono spesso poste in secondo piano rispetto a quelle che hanno coinvolto altre minoranze. Si stima, ad esempio, che tra il ’42 e il ’45, nei campi di sterminio, morirono tra i duecento e i cinquecentomila rom.

L’odio nei loro confronti affonda le sue radici nelle profondità della storia. Schiavitù, emarginazione, stermini, tentativi di assimilazione culturale, torture. Non c’è vessazione che questo popolo non abbia conosciuto. Leonardo Piasere, il più importante antropologo italiano in materia di cultura rom, nel suo “I rom d’Europa”, riporta un passo del diario di un nobile transilvano del Settecento, epoca in cui i rom vivevano in schiavitù in diverse zone del continente:

“In questi giorni sono fuggiti tre schiavi zingari e sono stati catturati dal magnifico servitore Fara Jànos. Uno, di nome Chutschdy Peter, è già la seconda volta che fugge. Su suggerimento della mia amata moglie, l’ho fatto battere a sangue nelle piante dei piedi e poi gli ho fatto tenere i piedi immersi in acqua e soda caustica. Dopo di che, gli ho fatto tagliare il labbro superiore, l’ho fatto cuocere e gliel’ho fatto mangiare. Agli altri due zingari, di nome Rutyos Ferki e Tschingely Andris, ho fatto dare cinquanta bastonate e li ho costretti a mangiare due carriole di letame”.

I rom erano considerati discendenti della stirpe di Caino, una stirpe maledetta. E di questa “maledizione” ne approfittarono gli Stati-nazione, a quei tempi ancora in formazione, per rendere ancor più efficienti le persecuzioni nei loro confronti, persecuzioni finalizzate alla proletarizzazione a basso costo di masse di vagabondi da piegare al lavoro salariato per la nascente industria. Come precisa Piasere nel suo testo: ”Lo Stato moderno nasce anche sull’anti-ziganismo”. Perché, in fondo, lo Stato non è altro che la concentrazione di un potere su un determinato territorio e gli zingari, “in quanto persone che non rispettano le modalità di mobilità accettate, in quanto persone che non si sottomettono al lavoro salariato, in quanto portatori di un’alterità deprecabile se non addirittura diabolica e destabilizzante”, con la loro stessa esistenza mettono in discussione questo potere. È facile, quindi, collocare i popoli rom in quella galassia di società che l’antropologo francese Pierre Clastres definirebbe “contro lo Stato”, “popoli-resistenza” da sempre impegnati contro le persecuzioni e l’assimilazionismo culturale ad opera del potere di turno, che sia la corte dei principi della Transilvania, la Germania nazista o l’URSS di Stalin.

In Italia, questa storia “maledetta” continua sotto forma di campi-nomadi, ghetti istituzionali inaugurati nella seconda metà del Novecento dalle amministrazioni delle medie e grandi città. In seguito a queste politiche di marginalizzazione, un rapporto dello European Roma Rights Center di Budapest ha ribattezzato l’Italia il “paese dei campi”. In queste strutture vengono fatte confluire diverse realtà che, nomadi o meno, contribuiscono a rinforzare lo stereotipo dello zingaro che vuole vivere in un campo fatiscente senza fognature e ai limiti dell’igiene, stereotipo che, però, sono queste stesse misure a creare. Già, perché moltissimi rom, prima di venire in Italia, non hanno mai abitato in abitazioni mobili o “campi”, e ciò è comprovato, tra le altre cose, dal fatto che, nella loro lingua, la parola “campo” nemmeno esiste.

I fatti di Torre Maura impongono all’attenzione pubblica un problema che nessuna delle amministrazioni italiane, nonostante i proclami sul “superamento dei campi”, ha mai preso seriamente in considerazione. C’è una fetta di popolazione che affonda nei disservizi causati dalle diffuse privatizzazioni e dalla dialettica centro\periferia e che, spronata da una destra con la bava alla bocca, inveisce contro chi sta ancora peggio, contro chi, dopo secoli di persecuzioni, non trova ancora pace. C’è una fetta di popolazione che non ha compreso che la causa dei propri problemi non può essere colui o colei che affoga nel disagio, bensì coloro che detengono il potere e che, sulla pelle dei disagiati, si riempiono le tasche – Mafia Capitale vi dice niente? -.

Che la destra sguazzi in queste situazioni non è certo una novità. Il vero mistero, piuttosto, è un altro: che fine ha fatto la sinistra? 

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