La rivoluzione urbana

Ci si è spesso detti che il fallimento della sinistra, oltre che nella vocazione liberista che ha espresso negli ultimi decenni a livello parlamentare, risieda nel suo progressivo allontanamento dai territori. Quelli che una volta erano fortini rossi costellati da sezioni di partito e un’intensa attività culturale, oggi sono sempre più frequentemente terra di nessuno, deserti facilmente colonizzabili da una destra ormai rivitalizzata (vedi gli ultimi fatti di Torre Maura o di Casal Bruciato a Roma). Non che siano totalmente scomparsi i circoli e le sezioni, e nemmeno che gli spazi sociali non propongano attività valide. L’analisi dovrebbe piuttosto indirizzarsi verso il significato di “stare sul territorio”, perché è chiaro che se, nonostante la presenza, gli effetti sperati stentano ad arrivare, qualcosa non sta funzionando.

Henri Lefebvre ci insegna che ogni modo di produzione genera una sua propria configurazione spaziale, un’organizzazione fisica che ne agevoli la stabilità e, al contempo, l’espansione. Il modo di produzione capitalistico, fin dalla sua nascita, ha agito sullo spazio attraverso la dialettica città\campagna, in cui la prima, momento imprescindibile nel processo di valorizzazione dei capitali attraverso l’abbattimento del tempo di circolazione, ha fagocitato la seconda tramite quello spopolamento chiamato “proletarizzazione delle masse contadine”. Un processo che continua ancora oggi. Le Nazioni Unite, nel loro World Population Prospects, ipotizzano che, entro il 2050, poco più dei due terzi della popolazione mondiale vivrà in città, in particolare nelle megalopoli, rafforzando ancor più rigidamente la spartizione dei momenti del capitale (produzione e circolazione) tra la campagna e la metropoli. Quest’ultima si troverà sempre più immersa nel suo ruolo di acceleratore dello scambio di merci, cosa che farà aumentare esponenzialmente le rotazioni dei capitali e, quindi, la loro valorizzazione. Strade, ferrovie dell’alta velocità, gallerie, ponti, aeroporti, tutto contribuirà a deformare lo spazio urbano per concentrare ancor più la ricchezza in pochissime mani.

Ma se le metropoli sono e saranno veicolo principale di ricchezza, chi le abita non andrà incontro allo stesso destino. Già oggi la dialettica tra centro e periferia mostra, per dirla con Lefebvre, la natura paradigmatica della città. Le periferie non sono altro che il cassonetto in cui gettare gli “scarti sociali”, i problemi per il decoro, i focolai di destabilizzazione dell’ordine costituito e la fonte da cui i capitali attingono forza-lavoro. D’altra parte, però, esse sono anche crescente oggetto d’interesse per nuovi investimenti: strade, sopraelevate, centri commerciali, tutti dispositivi preposti alla piena realizzazione del secondo momento del capitale, la circolazione delle merci, non meno importante del primo, che è la produzione.

L’analisi marxista si è sempre concentrata esclusivamente sulla fabbrica come luogo di contraddizione e, di conseguenza, di potenziale organizzazione della classe oppressa; ha quindi focalizzato la sua attenzione sul primo momento del capitale, la produzione. Se volessimo dar ragione a Lefebvre, diremmo che non può esistere rivoluzione senza la produzione di un nuovo spazio che destituisca i dispositivi che regolano il quotidiano immolato al Capitale. Stando alla situazione attuale, non possiamo dargli torto. Le schiaccianti contraddizioni che fanno ribollire la metropoli spingono a un salto di qualità teorico, che non confini le possibilità rivoluzionarie alle quattro mura della fabbrica ma che le allarghi agli spazi della quotidianità, spazi che, in tempi di disoccupazione crescente, non possono che essere le strade e le piazze delle periferie urbane.

Operai\e, disoccupati\e, pensionati\e, immigrati\e, rom, la galassia degli oppressi è per sua stessa natura ricca di esperienze differenti la cui sintesi, correttamente orientata, può dar vita a qualcosa di nuovo, a qualcosa in grado di risignificare lo spazio fisico della circolazione delle merci e trasformarlo, potenzialmente, in un mezzo di produzione inedito. Quelle zone delle periferie non ancora inghiottite dalla speculazione immobiliare, dalle insegne dei negozi, dall’asfalto delle arterie stradali, recano in sé il germe di un’economia non più votata allo scambio, bensì all’uso. Bisogna riscoprire la città come valore d’uso.

E se c’è un’evidenza è proprio quella secondo cui, prima di poter intraprendere una qualsiasi azione, l’essere umano, come ogni altro animale, necessita di energia ovvero di cibo. Seppur mutevole nel tempo e nei contesti, la struttura sociale dei bisogni recherà sempre al primo posto il bisogno di mangiare. Con la crisi climatica alle porte e una nuova sensibilità nei confronti del mondo animale, le zone desolate delle periferie delle metropoli hanno la possibilità di rifiorire negli orti sociali, luoghi in cui lo scambio di saperi e la mera riproduzione materiale possono intrecciarsi con un nuovo agire politico, un agire politico realmente democratico in grado di annichilire il fantoccio della rappresentanza e di promuovere una transizione ecologica. Un agire politico, inoltre, di grande rilevanza pedagogica, esempio di un differente modo di stare al mondo (stare sul territorio) con gli altri e le altre.

Un’integrazione di questo tipo ai redditi minimi o inesistenti di chi abita il grigiore delle periferie getterebbe le basi di una riflessione collettiva diversa. Il coinvolgimento di realtà come quelle di migranti e rom, realtà che l’agenda politica istituzionale si guarda bene dal considerare in maniera efficace, potrebbe contribuire a un progressivo assottigliamento delle distanze con chi abita da tempo i territori e che è costantemente spinto a vedere l’estraneo come minaccia. Il lavoro collettivo in direzione di un obbiettivo comune, un obbiettivo anzitutto materiale ma anche di preservazione di determinati equilibri ambientali, ripristinerebbe un senso di comunità qualitativamente diverso, lontano dai campanilismi da cui già Murray Bookchin metteva in guardia; una comunità al cui centro starebbe una progressiva dissoluzione dell’identità, le cui porte si aprirebbero non soltanto per l’estraneo umano ma anche per l’estraneo animale, per il quale l’urbanizzazione non è stato altro che un dispositivo di contenimento, come messo bene in luce da Sarat Colling nel suo Animali in rivolta (testo edito da Mimesis e a cura di Marco Reggio e Feminoska).

Una vera rivoluzione non può, quindi, non considerare i luoghi fisici in cui essa si produce, luoghi la cui storia si fonda sulla marginalizzazione di intere categorie di individui e sulla negazione della vita animale e vegetale. Una vera rivoluzione non può non produrre uno spazio nuovo, inedito e inaudito, uno spazio che si generi a partire dal ricettacolo di contraddizioni per eccellenza, le periferie metropolitane. Una vera rivoluzione non può non intendere sé stessa come il superamento dialettico dello spazio urbano.