Nel buco nero

“La prima foto di un buco nero nella storia”. Così hanno titolato molte testate dopo la diffusione dell’immagine di un buco nero realizzata da 8 telescopi dislocati sul globo e coordinati da una sessantina di istituti scientifici sparsi in tutto il mondo. Un titolo che, involontariamente, problematizza un concetto cardine della civiltà occidentale: il concetto di Storia. Già, perché, se non bastasse il fatto che l’immagine ritrae un qualcosa posto a 55 milioni di anni luce e di dimensioni pari a circa sette miliardi di volte quelle del Sole, ciò che è stato catturato segna un limite inaudito, quello che gli astrofisici chiamano “orizzonte degli eventi”.

Il rapporto che l’essere umano occidentale ha instaurato con gli eventi è un rapporto di tipo lineare, una successione ininterrotta di momenti senza soluzione di continuità, regolato da specifiche coordinate spazio-temporali immediatamente riferibili all’esperienza terrestre, un’esperienza concernente anni (nell’ordine di decine, centinaia e migliaia) e chilometri (il massimo della distanza percorribile sul pianeta è costituito dalla circonferenza terrestre, pari a 40.075 chilometri).

Una volta valicati i confini dell’atmosfera terrestre attraverso l’osservazione e la misurazione dei corpi celesti, la percezione dello spazio-tempo ha subito una brusca sterzata. Come relazionarsi con oggetti posti al di là di ogni tempo e distanza umanamente comprensibili? Ecco, quindi, l’anno luce, un’unità di misura dello spazio fondata, però, su una coordinata temporale: la velocità della luce. La luce impiega un secondo per coprire una distanza di circa 300 mila chilometri; questo significa che se, per ipotesi, comparisse un oggetto posto a questa distanza, noi (l’osservatore) potremmo vederlo, per la prima volta, soltanto un secondo dopo la sua nascita, e ciò a causa del tempo di percorrenza della luce ovvero di quell’elemento che ci permette di osservare ciò che abbiamo intorno. Un anno luce corrisponde a 9.461 miliardi di chilometri, una distanza neanche lontanamente immaginabile, posto che la circonferenza della Terra, che soltanto in pochissimi, a causa della sua vastità, hanno il privilegio di percorrere per intero nell’arco della propria vita, conta appena 40 mila chilometri.

Quale impatto può avere, quindi, la visione di una foto che ritrae un oggetto collocato a 55 milioni di anni luce da noi?

L’immagine del buco nero ci sbatte in faccia il senso del limite. L’universo è infinito, in continua espansione, produce ininterrottamente sé stesso da sé stesso, eppure l’essere umano, che di questo spazio infinito ha imparato ad avere coscienza, può solo contemplarne una parte minuscola. Ed è una contemplazione drammatica! Poter guardare l’esistenza fisica di un orizzonte degli eventi, ossia la soglia oltre cui nulla è più osservabile, ci restituisce immediatamente una condizione inusuale. L’osservazione è da sempre il canale prediletto di accesso al mondo, il mezzo attraverso il quale ciò che esiste inizia a relazionarsi con noi, spingendo a domandarci “cosa siamo?”. I primi filosofi fondarono le loro speculazioni sulla “meraviglia” che si presentava ai loro occhi, Aristotele indicava la vista come il più importante tra i sensi. Il buco nero fotografato, la cui massa e la cui energia hanno una tale forza di attrazione gravitazionale da non lasciar sfuggire neanche la luce, non fa altro che suggerirci: “oltre questo punto, per voi, c’è il nulla”. E quanto brucia questo nulla!

L’orizzonte degli eventi non è altro che la fine della Storia; la sua esistenza, fino a pochi giorni fa ipotizzata e, oggi, addirittura dotata di un corpo fisico, inaugura un terremoto esistenziale per cui non sono previste strutture antisismiche. Se consideriamo Storia l’intreccio e la successione di eventi in un tempo determinato (ad es. storia medievale, storia dell’essere umano, storia della Terra, ecc…), il cui limite è un indipendente esaurirsi di questi stessi eventi, come pensare una Storia la cui fine si impone all’osservatore ma non a ciò che la compone? E, soprattutto, l’osservatore sarà lo stesso dopo aver compreso che il suo statuto ontologico non può realizzarsi fino in fondo? Non basta più dire, come avveniva nel Medioevo in riferimento all’esistenza di Dio, che per parlare di una sostanza o di un fenomeno si può solo dire cosa essi non sono. L’essere umano non è più quello del Medioevo. Il progresso tecnologico ha conferito un tale potere, in parte reale e in parte apparente, che anche soltanto l’idea di inaccessibilità a un evento, a una sostanza o a un fenomeno, fa gridare allo scandalo; il progresso tecnologico ha generato un’enorme mutazione antropologica. E siamo probabilmente di fronte alla successiva: l’umano reso inabile alla conoscenza di ogni cosa esistente non è, forse, più umano. In quello spazio sottilissimo tra l’animale razionale e il dio, esso si sta pian piano dissolvendo. Se Dio, per fortuna, è morto e sepolto è solo perché, a breve, lo sarà anche l’Uomo. E il buco nero ce lo sussurra sottovoce.

Si spalanca la possibilità di un nuovo paradigma della conoscenza, in cui la consapevolezza dell’esistenza dell’inconoscibile, dell’inosservabile, preme, di riflesso, affinché ciò che invece è conoscibile sia guardato diversamente, ribaltando il ruolo stesso dell’osservatore, che a breve non sarà più umano. Gli esseri che popolano il nostro stesso mondo rivendicano il diritto a esser guardati diversamente, o meglio, a non esser guardati affatto. Il mondo animale e vegetale inizia a srotolarsi sotto i nostri piedi e non più sotto i nostri occhi, chiedendo relazioni anziché laboratori; il mondo animale e vegetale rivendicano il loro essere Meraviglia.

Le opzioni sono due: o inizia immediatamente una nuova Storia oppure siamo all’orizzonte degli eventi.