25 Aprile

“Siamo nel 2019 e mi interessa poco il derby tra fascisti-comunisti”. È questa la posizione del Ministro dell’Interno Matteo Salvini sulla giornata in cui si commemora la liberazione dell’Italia dal dominio nazifascista. Piuttosto che “sfilare con fazzoletti rossi, gialli, verdi, bianchi o neri” lui sarà a Corleone per difendere l’operato delle forze dell’ordine nella lotta a mafia, ‘ndrangheta e camorra. Non ce ne voglia il buon Matteo, che con le sue sparate fa apparire ragionevole ed equilibrato persino Di Maio, ma il 25 Aprile è bene che lo festeggino gli antifascisti, non i cripto-fascisti travestiti da poliziotti.

La gravità delle dichiarazioni di Salvini non risiede solo nel fatto che, forse per la prima volta nella storia della Repubblica, un Ministro dell’Interno dichiara pubblicamente la propria antipatia per la fuoriuscita da un periodo che ha registrato guerra, miseria e morte; la gravità sta anche in quella forzata semplificazione storica volta a ridurre il fenomeno della Resistenza a mera schermaglia tra ideologie oramai, a detta sua, sorpassate. E questo sì che è pericoloso!

Anzitutto, perché quando Salvini parla del fascismo come di un qualcosa da tempo seppellito nel cimitero della Storia, non lo fa grazie a chissà quale approfondimento storico-sociologico; piuttosto, l’intenzione è quella di garantire una relativa impunità e invisibilità a preziosi alleati che, malgrado siano fuori legge, girano liberamente per i territori, alimentando un clima d’intolleranza e gettando benzina sul fuoco delle periferie, il cui prodotto finale non sarà altro che un tornaconto elettorale per lo stesso Salvini. I fatti di Torre Maura, nella periferia romana, ne sono un esempio recente ma gli episodi di razzismo e omofobia stanno crescendo in tutto il mondo, non solo in Italia.

Secondo poi, la semplificazione storica riguardante la Resistenza ha come diretta conseguenza quella di far perdere contatto con un fenomeno assai più complesso di un derby tra fascisti e comunisti. La Resistenza, infatti, si è resa possibile proprio grazie al confluire di svariate forze politiche e di movimento nel Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), organizzazione che ha visto al suo interno gruppi e personalità comuniste, socialiste, democristiane, monarchiche, liberali, repubblicane e anarchiche. Non c’erano solo “mangiatori di bambini”, dunque.

È chiaro, poi, che quando Salvini parla di “comunisti” non ha la minima intenzione di riferirsi a chi va con Il Capitale sotto il braccio o a chi gira per le strade con un eskimo rattoppato. La certosina operazione linguistica, protrattasi negli anni a partire dalle prime sparate berlusconiane, ha reso il termine “Comunisti” niente più che un insulto orizzontale, buono per ogni stagione, riferibile a chiunque non mostri i segni di un’intolleranza e un razzismo diffusi, a chiunque non mostri i segni della volontà di inaugurare una caccia all’Altro.

Ma Salvini non si fa certo mancare la compagnia in questa “onorevole” battaglia. Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, ha infatti proposto di cambiare la data della festa nazionale: non più il 25 Aprile, secondo lei troppo divisivo, ma il 4 Novembre, giorno in cui il generale Armando Diaz dichiarò conclusa la Prima guerra mondiale e, di conseguenza, proclamò la vittoria italiana. Non possiamo non dare ragione a Meloni quando dice che il 25 Aprile è divisivo; è ovvio che lo sia, altrimenti non avrebbe questa importanza. Ma che sia un giorno che ponga in netta contrapposizione fascisti e antifascisti è una cosa sacrosanta! Insomma, se la brava Giorgia può twittare idiozie a raffica anziché esser costretta a sfornare figli per la Patria lo deve soprattutto a quel giorno del lontano 1945.

È chiaro che Salvini, Meloni e, ahinoi, molti altri possono sentirsi liberi di infangare la Liberazione perché, negli anni, si è venuto a creare un terreno favorevole alla comparsa di determinati discorsi. Lo spartito è sempre lo stesso: non appena le condizioni materiali generali subiscono una brusca sterzata, come nel caso della crisi economica del 2009, ecco che rispunta un clima d’intolleranza, d’odio, un clima che stravolge l’unica narrazione ragionevole in merito alle cause del peggioramento delle condizioni, per orientarla verso l’accusa, alle fasce sociali più deboli, di essere le uniche responsabili della crisi. Insomma, se si è poveri è colpa di quelli ancora più poveri, non dei ricchi che, in stretto rapporto con la classe politica, nonostante la crisi, registrano comunque impennate dei profitti.

Ecco, quindi, l’importanza della celebrazione del 25 Aprile. Questo giorno non è solo occasione per rinfrescare una memoria storica collettiva che rischia seriamente di sbiadire; questo giorno rappresenta anche l’opportunità di fare il punto sulle questioni centrali di una lotta anticapitalista più che mai urgente. L’azione partigiana non va circoscritta soltanto a situazioni emergenziali in cui si rende necessaria la liberazione di un dato territorio dal dominio di forze reazionarie. L’azione partigiana deve rappresentare una presenza costante sui territori al fine di prevenire il riemergere di sentimenti reazionari sempre latenti; per farlo, deve attaccare, con tutta la forza possibile, le basi di un modello produttivo che, ciclicamente, alimenta il conflitto tra classi povere per garantire a quelle ricche una relativa tranquillità. L’uomo forte al comando non è che la richiesta di un ordine violento da imporre ai poveri.

Sarebbe cosa buona non ricadere nel tranello.