I pesci, la super-vista e la meraviglia animale

Di recente, la rivista scientifica americana Science ha pubblicato un articolo dal titolo In the deep, dark, ocean fish have evolved superpowered vision, articolo in cui vengono resi noti i risultati di una ricerca condotta dal team guidato dal biologo evoluzionista Walter Salzburger. La ricerca è incentrata sulle capacità visive dei pesci che abitano le profondità degli oceani, luoghi in cui anche l’ultimo raggio di luce solare scompare e in cui il fenomeno della vista incontra serie difficoltà  per svilupparsi.

“I ricercatori avevano osservato che più un pesce vive in profondità, più semplice è il suo sistema visivo, una tendenza che credevano continuasse fino in fondo” si legge nell’articolo. I risultati di Salzburger & co. smentiscono questo assunto: “I pesci che abitano il mare a profondità in cui la luce solare non può penetrare hanno sviluppato una super-vista, molto in sintonia col debole bagliore e lo scintillio prodotto da altre creature. I biologi evoluzionisti hanno scoperto che questi pesci devono il loro potere allo straordinario incremento del numero di geni delle rodopsine, proteine retiniche preposte alla percezione della luce fioca”. In breve: in quattro specie di pesci che abitano i fondali dell’oceano sono state riscontrate più opsine di quante se ne potessero immaginare; in particolare, l’opsina RH1, che lavora molto bene in condizioni di luce scarsa, pare essere molto più presente del normale nelle quattro specie di pesci studiate. Se la stragrande maggioranza dei pesci e dei vertebrati possiede una o, al massimo, due di queste opsine RH1, il Diretmidae argentato, appartenente alla famiglia dei pesci ossei abissali, ne possiede ben 38.

Per capirci: l’essere umano, grazie alla presenza di queste opsine, è in grado di vedere al buio ma soltanto in bianco e nero; questi pesci, invece, in condizioni di oscurità molto più intensa di quelle che un essere umano può incontrare entrando in una stanza buia, stando ai risultati della ricerca, sarebbero in grado di vedere addirittura a colori. Ma quali colori possono esserci laddove regna il buio assoluto? I ricercatori sono ormai concordi sull’esistenza della bioluminescenza ovvero di una serie di bagliori e segnali luminosi di colore verde e blu prodotti da gamberetti, polipi, batteri e persino pesci. “Per questi pesci, la debole bioluminescenza che pervade le oscure profondità marine potrebbe essere vivida e varia come il luminoso mondo in superficie” concludono i ricercatori.

L’importanza di scoperte come questa non risiede soltanto nell’ennesima conferma della realtà della selezione naturale ovvero di quel meccanismo evolutivo che privilegia le specie animali o vegetali che meglio si adattano alle condizioni in cui vivono e che spesso, in ambienti extrascientifici, è follemente messo in discussione da posizioni creazioniste. L’importanza risiede soprattutto nell’ennesimo scossone al dogma della superiorità umana sulle altre specie, superiorità che giustificherebbe ogni tipo di azione.

“In principio fu la meraviglia” a spingere l’essere umano a porsi questioni sul mondo e sul proprio ruolo in esso. Ma lo stupore per la grandezza e la varietà di questo pianeta e di ciò che gli orbita intorno ha dopo poco lasciato spazio allo stupore dell’umano per se stesso, uno stupore narcisistico e autoreferenziale, generato dall’incapacità di spiegarsi e comprendersi appieno. Chi siamo? Da dove veniamo? Qual è il nostro scopo? Sono solo alcune delle domande che per secoli ci hanno levato il sonno, spingendoci a elaborare le teorie più assurde, a inventare dei a nostra immagine e somiglianza. Possiamo quasi dire che, in un principio dopo Il Principio, c’era solo il Logos, la linea di demarcazione tra noi e il resto dell’Universo. Quale altro essere può riflettere e ragionare su se stesso?

Questa domanda ha perso fin da subito la propria innocenza, mutando la sua natura di quesito in quella di assunto su cui erigere ciò che siamo abituati a chiamare “Civiltà”. Insomma, se siamo l’unica specie in grado di pensarsi come tale, cosa può impedirci di modellare il mondo a nostra immagine? Cosa può impedirci di stabilire un dominio totale sulle risorse che permettono di riprodurci quotidianamente?

L’errore fondamentale sta nell’astrazione totale della specie umana da tutto il resto – che poi, a voler essere davvero pignoli, per specie non si intende neanche quell’enorme contenitore in cui rientrano tutti gli esemplari della specie Homo Sapiens. Se l’umano è Uomo solo nel momento in cui si civilizza, ossia nel momento in cui abbandona definitivamente lo stato “bestiale”, allora chiunque non rispetti fedelmente i caratteri della Civiltà è pericolosamente vicino allo stato animale -. Ma, come ci insegnano le conquiste scientifiche degli ultimi due secoli, l’essere umano è animale a tutti gli effetti, non c’è scampo.

Cos’è, quindi, che ci fa ancora galleggiare in quel limbo posto tra il regno animale e lo stato divino? Di nuovo, il Logos, la Ragione. Eppure, se il Diretmidae argentato, che può vivere fino a 2000 metri di profondità e che è capace di vedere a colori in luoghi in cui la stragrande maggioranza delle specie viventi non può arrivare né vedere; se, appunto, questo si autoproclamasse specie superiore, ecco che tuoneremmo subito contro questo artificio retorico: “Troppo comodo erigere a metro di tutte le cose la propria caratteristica evolutiva!” diremmo con convinzione. “Non sarai mica Protagoreo!”. Al che il Diretmidae, battendo le pinne sdegnato, ci risponderebbe: “Protagora non aveva certo le branchie, né le pinne, né le squame, bensì braccia, gambe e una gran presunzione!”.

Nel bel mezzo della sesta estinzione di massa della storia del mondo e di una crisi climatica senza precedenti, forse è il caso di spostare nuovamente l’attenzione da noi stessi in quanto specie – che poi, se si è arrivati a generare questo casino, non è neanche così speciale – alla meraviglia animale nella sua totalità, a quel continuum evolutivo di cui non siamo che un momento tra i tanti. Perché, ad oggi, neanche a 2000 metri di profondità si è al riparo dal disastro, parola di Diretmidae.