Il diritto all’abitare

Gli eventi di Casal Bruciato, periferia est di Roma dove alcuni abitanti, spalleggiati dall’estrema destra, si sono opposti alla legittima assegnazione di una casa popolare a una famiglia rom regolarmente inserita in graduatoria, e quelli che hanno visto coinvolto l’elemosiniere del Papa Konrad Krajewski, reo di aver violato i sigilli apposti ai contatori e aver riattaccato, in questo modo, la luce a un palazzo occupato da 450 persone, riportano al centro del dibattito pubblico il tema del diritto all’abitare.

Se la casa è universalmente riconosciuta come un bisogno fondamentale dell’essere umano, in tutt’altra direzione vanno le politiche messe in campo dai governi susseguitisi fin qui. La situazione italiana non è infatti delle più rosee: nel 2017 le case sfitte erano circa 7 milioni, a fronte di una popolazione di 50 mila senza fissa dimora; nel 2018, le famiglie senza casa erano 1 milione e 708 mila, tutte costrette a organizzarsi in situazioni abitative più o meno temporanee.

Per ovviare al problema, la soluzione più logica sarebbe quella di elaborare un piano per redistribuire queste persone nei vari appartamenti lasciati vuoti. Eppure, a quanto pare, la logica non è di questo mondo, o meglio, non lo è quando le soluzioni potrebbero volgere al miglioramento delle condizioni di vita delle classi sociali meno abbienti.

Come rileva Il Sole 24 Ore, il mercato edilizio italiano attraversa un momento di ripresa, con un incremento del fatturato del 21,2% rispetto al 2014. Ciò comporta che i permessi rilasciati per la costruzione di nuovi edifici siano in continuo aumento, nell’ordine dell’11,7% nei primi sei mesi del 2017 e di un ulteriore 4,7%  nel primo semestre 2018.

Insomma, ci sono 7 milioni di case vuote, 50 mila senza tetto, quasi 2 milioni di famiglie senza casa, eppure si ritiene necessario continuare a costruire, gettando al vento soldi pubblici in incentivi alle imprese e cementificando intere aree. Sarà che, come rilevato dall’ultimo rapporto Cresme, un fatturato annuo di 171 miliardi di euro, la cui quarta parte è rappresentata dal settore delle nuove costruzioni, può far vacillare quando l’alternativa è tra profitti esorbitanti e meri diritti umani? Non si vorrà mica fare uno sgarbo alla potentissima classe dei “palazzinari”!

Niente di nuovo sotto il sole, dunque.

Ma la questione edilizia non coinvolge soltanto la sfera dei diritti. Gli interventi materiali sull’ambiente costruito giocano un ruolo fondamentale nella strutturazione e nel rafforzamento di determinati rapporti di potere. La città, come diceva il filosofo Henri Lefebvre nel suo Il diritto alla città, “possiede una dimensione paradigmatica. Implica e mostra le contraddizioni: gli interni e gli esterni, il centro e la periferia, ciò che è integrato alla società urbana e ciò che non lo è”[1].

Per realizzare ciò, il potere si avvale di pratiche che il sociologo britannico David Harvey ha correttamente raccolto sotto il nome di differenziazione residenziale: “La differenziazione residenziale nella città capitalistica significa un accesso diversificato alle scarse risorse necessarie per acquisire capacità di mercato: per esempio, quello alle opportunità educative, intese in termini ampi, come l’insieme delle esperienze provenienti dalla famiglia, dalla comunità geografica, dalla scuola e dai mezzi di comunicazione di massa, agevola il trasferimento intergenerazionale delle possibilità di mobilità e quindi normalmente dà luogo a una diminuzione delle stesse. Le opportunità possono essere strutturate in modo tale che gli impiegati si riproducono in quartieri impiegatizi, gli operai in quartieri operai e così via”[2].

Il modellamento dello spazio costruito è allo stesso tempo conseguenza e precondizione delle profonde differenze di classe, la garanzia dell’efficacia di quel fenomeno che Judith Butler chiama distribuzione ineguale della precarietà[3].

Qualità dei servizi e possibilità di accedervi sono studiate a tavolino e costituiscono un elemento imprescindibile nei ragionamenti sugli investimenti edilizi. Insomma, è estremamente difficile incontrare progetti di edilizia popolare nel centro di una grande metropoli, così come lo è imbattersi nella sede centrale di qualche importante multinazionale in una delle periferie più disagiate. L’alleanza tra gli imprenditori del “mattone” e gli organi politici si fonda su una comune politica dello spazio, una politica che non è altro che un dispositivo di controllo e consolidamento dei confini tra le classi sociali.

La reazione al fenomeno delle occupazioni, infatti, è sostanzialmente la stessa a prescindere dal colore politico dei governi e delle amministrazioni; eppure, la sua intensità varia a seconda degli interessi in gioco e dell’ubicazione del luogo occupato. L’occupazione di una baracca diroccata in periferia, a meno che su di essa non si siano già estesi i tentacoli della speculazione edilizia, subirà una reazione repressiva più lenta rispetto a quella che subirebbe l’occupazione di un palazzo occupato nel pieno centro di Roma – questo, ovviamente, se non ci si chiama Casapound, la cui “utilità” politica spinge le amministrazioni a tollerare il danno al decoro urbano prodotto dall’occupazione di uno stabile nel centro di una metropoli che ha sempre necessità di apparire pulita e ordinata -.

La questione dell’abitare non è, quindi, solo quella del diritto alla casa: essa coinvolge la sfera dei servizi e delle relazioni, dell’istruzione e della difesa degli spazi verdi, tutti elementi che contribuiscono alla trasformazione dell’idea stessa di “abitare”, che non ha mai significato soltanto il rinchiudersi tra quattro mura ma anche vivere e viversi in una comunità di corpi, storie e bisogni.


[1] Henri Lefebvre, Il diritto alla città, Ombre corte, Verona, 2014, p.70

[2] David Harvey, L’esperienza urbana, Il saggiatore, Milano, 1998, p.144

[3] Judith Butler, L‘alleanza dei corpi, Nottetempo, Milano, 2017