[CONSIGLI DI LETTURA MILITANTE] “Manifesto del partito comunista” di Marx ed Engels

Per la rubrica Consigli di lettura militante oggi consigliamo Manifesto del partito comunista di Karl Marx e Friedrich Engels. Questo breve testo diffonde, in veste programmatica, le scoperte e le riflessioni dei due pensatori tedeschi, al fine di costruire un’alleanza internazionale del proletariato. Di seguito alcuni estratti.

“[…] Nella stessa misura in cui si sviluppa la borghesia, cioè il capitale, si sviluppa anche il proletariato, la classe degli operai moderni, i quali vivono solo fin quando trovano lavoro, e trovano lavoro solo fin quando il loro lavoro accresce il capitale. Questi operai, che sono costretti a vendersi al minuto, sono una merce come ogni altro articolo di commercio, e proprio per questo sono esposti a tutte le vicissitudini della concorrenza, a tutte le oscillazioni del mercato.

Con la diffusione delle macchine e con la divisione del lavoro, il lavoro dei proletari ha perduto ogni carattere autonomo e quindi ogni attrattiva per l’operaio. Egli diventa un semplice accessorio della macchina, al quale si richiede soltanto un’operazione manuale estremamente semplice, monotona, facilissima da imparare. I costi che l’operaio comporta si limitano perciò quasi esclusivamente ai mezzi di sussistenza necessari per il suo mantenimento e per la riproduzione della sua specie. Ma il prezzo di una merce, e quindi anche del lavoro, è uguale ai suoi costi di produzione. Quanto più si fa ripugnante il lavoro, tanto più si abbassa il salario. Più ancora: a misura che si diffondono le macchine e la divisione del lavoro, cresce anche la quantità del lavoro, sia per l’aumento delle ore di lavoro, sia per l’aumento del lavoro richiesto in una certa unità di tempo (a causa dell’accresciuta celerità delle macchine ecc.).

L’industria moderna ha trasformato la piccola officina dell’artigiano patriarcale nella grande fabbrica del capitalista industriale. Gli operai vengono concentrati in massa nelle fabbriche e organizzati a guisa di soldati. Come soldati semplici dell’industria vengono sottoposti alla sorveglianza di un’intera gerarchia di sottoufficiali e di ufficiali. Non sono soltanto servi della classe borghese, dello Stato borghese, ma vengono ogni giorno e ogni ora asserviti anche dalla macchina, dal sorvegliante, e soprattutto dal singolo borghese padrone di fabbrica. Tale dispotismo è tanto più meschino, odioso, esasperante, quanto più apertamente esso proclama il guadagno come suo unico scopo.

Quanto meno il lavoro manuale esige abilità e sforzo fisico, cioè quanto più si sviluppa l’industria moderna, tanto più il lavoro degli uomini viene rimpiazzato da quello delle donne e dei bambini. Le differenze di sesso e di età non hanno più alcun valore sociale per la classe operaia. Ormai ci sono soltanto strumenti di lavoro, il cui costo varia a seconda dell’età e del sesso.

Non appena l’operaio ha finito di essere sfruttato dal padrone di fabbrica e ha riscosso il salario in contanti, ecco che si avventano su di lui gli altri membri della borghesia, il padrone di casa, il bottegaio, il prestatore a pegno e così via.

I tradizionali ceti medi, i piccoli industriali e negozianti e coloro che vivono di piccola rendita, gli artigiani e i coltivatori diretti, tutte queste classi sprofondano nel proletariato, in parte perché il loro esiguo capitale non basta per l’esercizio della grande industria e soccombe alla concorrenza dei capitalisti più potenti, in parte perché la loro qualificazione perde valore coi nuovi modi di produzione. Così il proletariato recluta i suoi membri a partire da tutte le classi della popolazione. […]

[…] Ciò che contraddistingue il comunismo non è l’abolizione della proprietà in generale, bensì l’abolizione della proprietà borghese.

Ma la moderna proprietà privata borghese è l’ultima e la più perfetta espressione della produzione e dell’appropriazione dei prodotti che poggia sugli antagonismi di classe, sullo sfruttamento degli uni da parte degli altri.

In questo senso i comunisti possono riassumere la loro teoria in quest’unica espressione: abolizione della proprietà privata.

Noi comunisti siamo  stati accusati di voler abolire la proprietà acquisita col lavoro, frutto della propria fatica, quella proprietà che costituirebbe il fondamento di ogni personale libertà, attività e indipendenza.

Proprietà acquisita col lavoro, con la propria fatica, col proprio guadagno! State forse parlando della proprietà del piccolo-borghese o del piccolo contadino che ha preceduto la proprietà borghese? Non abbiamo bisogno di abolirla; l’ha già abolita e continua ad abolirla giorno dopo giorno lo sviluppo dell’industria.

Oppure state parlando della moderna proprietà privata borghese?

Ma il lavoro salariato, il lavoro del proletario procura forse a quest’ultimo una proprietà? Assolutamente no. Esso produce il capitale, cioè quella proprietà che sfrutta il lavoro salariato e che può moltiplicarsi solo a condizione di creare nuovo lavoro salariato, destinato a sua volta a essere sfruttato. La proprietà nella sua forma attuale si fonda sull’antagonismo fra capitale e lavoro salariato. […]

[…] In una parola, i comunisti appoggiano ovunque ogni movimento rivoluzionario contro le condizioni sociali e politiche esistenti.

In tutti questi movimenti essi mettono in risalto, come questione fondamentale del movimento, la questione della proprietà, più o meno sviluppata che sia la forma da essa raggiunta.

I comunisti, infine, lavorano ovunque all’unione e all’intesa dei partiti democratici di tutti i paesi.

I comunisti disdegnano di nascondere le loro opinioni e intenzioni. Essi dichiarano apertamente che i loro obbiettivi possono essere raggiunti soltanto con il rovesciamento violento di tutto l’ordinamento sociale finora esistente. Tremino pure le classi dominanti davanti a una rivoluzione comunista. I proletari non hanno nulla da perdervi fuorché le loro catene. E hanno un mondo da guadagnare.

Proletari di tutti i paesi, unitevi!

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