Vivere sotto il Capitale: la vicenda Mercatone Uno

1800 dipendenti, 10 mila lavoratrici e lavoratori dell’indotto coinvolti, 55 punti vendita in tutta Italia con le serrande abbassate, 250 milioni di euro di debito verso le 500 aziende fornitrici, 3,8 milioni di euro di acconti versati da circa 20 mila consumatori. Sono questi i numeri della “strage” scatenata dal fallimento della Shernon Holding Srl, la società che controllava Mercatone Uno da Agosto e che, in soli 9 mesi d’amministrazione, è riuscita ad accumulare circa 90 milioni di euro di debiti.

Tanta la rabbia di lavoratrici e lavoratori, venuti a conoscenza dell’immediata chiusura senza un minimo preavviso da parte dell’azienda (la notizia si è infatti sparsa tramite un post su Facebook). Le loro richieste sono chiare: trovare al più presto una soluzione per riaprire in regime di amministrazione straordinaria.

Il ministro del lavoro Luigi Di Maio ha prontamente dichiarato che l’obbiettivo dei tavoli in corso al MISE è quello di garantire fin da subito la CIGS (Cassa Integrazione Straordinaria) per tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici coinvolte. Ma il grido dei diretti interessati è un altro: “Vogliamo lavorare!” urlano i circa 200 dipendenti raccoltisi in sit-in davanti al punto vendita di Cesano Maderno, in Lombardia. Come spiega la rappresentante sindacale Filcams-Cgil di Brescia Leonarda Caccamo a Il Messaggero, la cassa integrazione immediata non sarebbe tra le soluzioni più confortevoli; nell’ultimo periodo, infatti, i debiti accumulati dall’azienda avevano costretto i lavoratori e le lavoratrici a un taglio netto delle ore contrattuali in vista della salvaguardia dell’occupazione: “I colleghi che lavoravano a 40 ore sono passati a 24. Andare in cassa integrazione con 24 ore non è come averne 38” spiega. L’ideale sarebbe, quindi, quello di ripristinare, attraverso l’amministrazione straordinaria, i vecchi contratti e garantire solo in un secondo momento, in caso di assenza di alternative, una cassa integrazione dignitosa.

Il fallimento di Mercatone Uno ci ricorda cosa significhi vivere all’ombra del Capitale. Insicurezza, precarietà, instabilità, povertà, sono tutte condizioni che si rendono possibili soltanto quando i pilastri dell’intera economia, ossia i lavoratori e le lavoratrici, galleggiano in un mare di passività. La progressiva demolizione dei diritti fondamentali sul posto di lavoro (abolizione dell’ART. 18 dello statuto dei lavoratori, ecc…) e l’instaurazione di sempre nuovi regimi contrattuali che fanno della flessibilità (leggi:precarizzazione) la loro ragion d’essere, oltre che la nascita di nuove professioni sempre più individualizzanti e alienanti, hanno fatto della classe lavoratrice un’entità slegata, frammentata, atomizzata, i cui componenti ristagnano in una tragica condizione d’impotenza.

La mancanza di coesione di una classe lavoratrice mai così eterogenea e meticcia è la garanzia affinché ogni lieve oscillazione del mercato getti nello sconforto e nell’incertezza migliaia di lavoratori e lavoratrici, come nel caso del fallimento di Mercatone Uno. Quindi unione, creazione di piattaforme comuni di lotta e sindacalizzazione sono i primi passi da intraprendere. A questi, però, è più che mai urgente che si affianchi una sinistra nuova, una sinistra vera, che non banchetti al tavolo dei padroni, che smetta di monopolizzare i propri discorsi con la falsa retorica della “salvaguardia di famiglie e imprese”, come se, tra l’altro, famiglie e imprese non si reggessero sul sudore dei lavoratori e delle lavoratrici; una sinistra che riconquisti i territori delle periferie e si metta in ascolto delle esigenze di chi ci vive, non una sinistra arroccata sugli scranni parlamentari che ha oramai perso qualsiasi percezione della realtà di un paese sempre più al collasso. Insomma, una sinistra che non sia il Partito Democratico, un partito che, ammettiamolo, di sinistra non ha neanche più la mano.

E’ il momento di attualizzare lo slogan con cui Marx ed Engels chiusero il loro Manifesto del partito comunista: lavoratori e lavoratrici di tutto il mondo, operai e operaie, facchini e facchine, addetti e addette ai servizi, riders, camerieri e cameriere, badanti, cassieri e cassiere, scaffalasti e scaffaliste, insegnanti, impiegati e impiegate, lavoratori e lavoratrici delle campagne, migranti, una buona volta, forse l’ultima, unitevi!