“Non aver paura di me perché sono zingara”

Non è usanza di questo blog parlare di fatti accaduti personalmente a chi scrive. Tuttavia, un incontro casuale, uno scambio di battute o una disavventura spesso nascondono, al loro interno, un che di paradigmatico, qualcosa attraverso cui poter trascendere il piano particolare per allargare la riflessione a quello universale.

Sto per entrare dal fruttivendolo quando mi si avvicina una ragazza rom sulla trentina. Ha un viso familiare, non è la prima volta che la vedo in giro per il quartiere; non è neanche la prima volta che ci parlo. Sua madre, oggi piuttosto anziana, ha preso l’abitudine di leggermi la mano ogni volta che mi incontra. A detta sua, presto – questo “presto” vale da circa dieci anni – troverò l’amore e sposerò una ragazza mora e alta con cui avrò tre figli – per la cronaca: sono impegnato da quasi otto anni con una ragazza bassa e castana (con sfumature bionde) e, al momento, non abbiamo la minima intenzione (né le possibilità) di avere figli; sempre per la cronaca: sono alto un metro e 67, le ragazze alte non mi hanno mai neanche guardato e non vedo perché dovrebbero iniziare adesso, quando i “trenta” iniziano ad avvicinarsi e una lieve sporgenza nella zona addominale comincia a farsi ingombrante. Vabbè! -. Malgrado l’inconsistenza delle sue previsioni, non mi dispiace cogliere queste occasioni per fermarmi un po’ a parlare con lei. Al suo fianco, molto spesso, c’è la figlia. Mi conosce e io conosco lei.

Eppure, sulla soglia del locale del fruttivendolo, ancor prima di chiedermi, come sempre, se volessi farmi leggere la mano in cambio di qualche spiccio o, meglio, di una banconota che, si sa, porta molta più fortuna, ha ritenuto necessario fare questa premessa: “Non aver paura di me perché sono zingara”. Lì per lì sono rimasto interdetto. Mi conosce e io conosco lei, cosa l’ha spinta ad approcciarsi in questa maniera? Ho forse dato l’idea, magari attraverso un più o meno cosciente linguaggio del corpo, di volerla respingere? Ho forse manifestato segni d’intolleranza o, piuttosto, ha interpretato male il fatto che avessi una fretta della madonna? Al che mi sono subito precipitato a spiegarle che con me non è affatto necessario esordire in questo modo, che, in fondo, mi conosce e io conosco lei e non è mai esistito, né mai esisterà, alcun problema in tal senso.

Solo poi ho compreso che la mia reazione è parte integrante del problema, che il mio personalizzare l’accaduto non è altro che l’ennesimo allontanamento da una lettura oggettiva d’insieme. “Non aver paura di me perché sono zingara” non è la premessa di una specifica conversazione con me, bensì LA premessa necessaria di ogni tentativo di approccio da parte di un’identità esclusa verso un’identità escludente. Nel pronunciare quella frase, la ragazza ha operato inconsapevolmente un gioco di prestigio: ha fatto scomparire, dietro un frammento di discorso, una soggettività, la mia soggettività, incarnata in un corpo alto appena un metro e 67, dalla capigliatura spettinata e gli occhialini tondi.

Quella ragazza ha adoperato lo stesso identico dispositivo attraverso cui la sua cultura e il “suo” popolo sono marginalizzati. La differenza sta nelle diverse posizioni da cui questo dispositivo è utilizzato. La postura da cui parla e si relaziona una soggettività rom con un’altra non rom è una postura sottomessa, una postura  che, seppur costantemente impegnata in azioni e rituali volti a esorcizzare questa marginalità e a rinsaldare la propria identità, è comunque indice di una condizione di allontanamento nelle sacche dell’Altro mostruoso, dell’Altro non bianco, dell’Altro quasi-umano. La frase “Non aver paura di me perché sono zingara”, pronunciata da una soggettività rom verso una non rom, è il riflesso e la conseguenza diretta di quella pronunciata da una non rom verso una rom e che recita “Abbi paura di me perché non sono zingara”, una proposizione al cui interno è racchiusa la Storia con la S maiuscola, una storia fatta di genocidi, persecuzioni e torture, una storia i cui rapporti di potere sono oramai fin troppo chiari.

La mia reazione alla premessa della ragazza è il prodotto di una tendenza individualizzante, di una tendenza che ha dimenticato che l’oppressione, l’emarginazione, lo sfruttamento e la violenza sono, anzitutto, fatti sociali, supportati dalla ripetizione costante di pratiche e narrazioni funzionali a un determinato apparato di potere, e solo in un secondo momento si manifestano nei comportamenti individuali. Che io rabbrividisca perché qualcuno esordisce con me in quella maniera è un problema assolutamente trascurabile, un problema che, se non si sta ben attenti a rimettere al posto defilato che gli spetta, rischia  di distrarre dalla questione centrale ossia quel continuo rigettare intere popolazioni umane – non parliamo, poi, di quelle non umane – sulla linea di confine tra le vite degne e quelle non degne.

Dio solo sa quale inferno interiore possa essere sentire la necessità di puntualizzare “Non aver paura di me perché sono zingara”, in particolare quando si ritiene necessario farlo anche con coloro che hanno sempre dimostrato di esserti amichevoli. È questo il limite, il punto oltre il quale cessano le condizioni di una relazione degna di questo nome, una relazione che detiene sempre la possibilità affinchè le identità (e le soggettività) non si chiudano a riccio su se stesse; è questo il punto oltre il quale non può che esserci la guerra, una guerra che solo in extrema ratio manda a sfilare i carri armati e che si svolge anzitutto in una psiche demolita da una precarietà indotta, da una serie di apparati di potere annichilenti.

Quel punto limite non è lontano ma, fortunatamente, non è ancora qui, cosa che mi ha permesso, comunque, di farmi leggere la mano e di ricevere una previsione sul mio futuro un po’ più attinente alla realtà: mi sposerò con una ragazza con cui sto da tempo e che è un po’ più bassa di me. Che le doti profetiche della ragazza siano migliori di quelle della madre? Staremo a vedere.