[RECENSIONE] “Comunismo queer” di Federico Zappino

Esiste una matrice comune alla base dell’oppressione delle donne, dei gay, delle lesbiche, delle soggettività trans* e intersex: questa matrice è l’eterosessualità. Eccolo il nucleo centrale della riflessione che Federico Zappino porta avanti nel suo Comunismo queer. Note per una sovversione dell’eterosessualità, edito da Meltemi, un testo che si propone di indagare a fondo gli spazi di possibilità di una lotta che non è soltanto una lotta di emancipazione sessuale e che, al contempo, è molto più di una generica lotta anticapitalista.

Va chiarito fin da subito, come fa l’autore, che per eterosessualità non si intende un mero orientamento sessuale bensì un modo di produzione atto a produrre “gli uomini e le donne in quanto tali (e di conseguenza, tutte le forme di soggettivazione e di relazione), in modi che sono indistinguibili dalla diseguaglianza e dalla gerarchia”. Per far ciò, essa “si fonda sulla trasfigurazione di determinate differenze anatomiche di per sé mute e neutre come tutte le altre possibili, in principi di classificazione e gerarchizzazione sociale”. Gli uomini e le donne, quindi, sono un prodotto, il risultato finale di una costante ripetizione di norme e dispositivi, di un certosino sezionamento di specifici fatti biologici e di una loro successiva elevazione a unico parametro nella corsa alla delineazione di un’identità.

Si potrebbe obbiettare che donne e uomini sono sempre esistiti per come li conosciamo e che non dovrebbe costituire un gran problema proseguire su una strada già battuta. Il fatto è che la costruzione dell’identità dell’uomo e della donna, basata, come detto, sull’inclusione, e sulla conseguente esclusione, di alcune specifiche differenze anatomiche, non è un processo volto a garantire la sostanziale parità tra i sessi, né, tantomeno, l’eguaglianza. Proprio il concetto di “differenza” è posto sotto processo in uno dei capitoli del testo, che vede il contributo della teorica e militante femminista Deborah Ardilli: “Per quanto difficile possa essere, riteniamo che occorra abbandonare l’idea che pronunciare la parola “differenze” possa svolgere una funzione taumaturgica sulle gerarchie: al contrario, si tratta di un eufemismo che, più o meno volontariamente, costruisce un’apparente simmetria tra posizioni di genere gerarchiche, occultandole. E, ci permettiamo di aggiungere, “educare alle differenze” è il nome che dovremmo definitivamente attribuire a un proposito pedagogico reazionario fatto passare per rivoluzionario”. Ebbene, la lettura che, storicamente, è stata data delle differenze è una lettura che ha stabilito dei ruoli e delle gerarchie, una  posizione di potere (quella dell’uomo) e una di sottomissione (quella della donna e di tutte le minoranze “femminilizzate”). Insomma, parlare di “differenze” nel modo in cui è stato fatto fin qui non è che la garanzia affinché determinati rapporti di potere proseguano indisturbati.

Ecco, allora, la necessità di sovvertire tutto l’apparato materiale e immateriale che produce e riproduce questi ruoli e queste posture. Nessuna riforma, nessun processo a lungo termine che, però, nel frattempo continui a reggere questa naturalizzata trama di potere. Zappino, in tal senso, è fin troppo chiaro: “Sovvertire l’eterosessualità, come ho detto, significa sovvertire non questa o quella diseguaglianza, bensì il modo di produzione della nostra diseguaglianza”. Un modo di produzione che non è per nulla slegato da quello maggiormente considerato dal pensiero di sinistra ovvero il modo di produzione capitalistico. Anzi, l’autore ci mette in guardia dal “demandare al proletariato che vincerà la lotta di classe la successiva abolizione del modo di produzione eterosessuale”. Semmai, esso precede quello capitalistico proprio perché, storicamente, la produzione delle “differenze”, che, come abbiamo visto, non sono nè neutre nè innocenti, ha stabilito la propria egemonia ben prima dell’avvento del Capitale. “Se noi pensiamo che il capitalismo “crea” specifiche forme di sfruttamento e di esclusione, in altre parole, pensiamo anche che prima del modo di produzione capitalistico non vi fosse alcuna specifica forma di oppressione, e che il suo superamento le eliminerebbe automaticamente tutte. Il comunismo queer che propongo, invece, considera l’eterosessualità come modo di produzione che precede quello capitalistico e che, pertanto, è destinato tranquillamente a sopravvivergli, nel caso in cui il superamento del capitalismo non fosse preceduto da una sovversione dell’eterosessualità stessa”.

Un discorso, questo, tranquillamente sovrapponibile alla riflessione antispecista a cui, tra l’altro, Zappino rimanda, menzionando il suo saggio Norma sacrificale / Norma eterosessuale, contenuto in Corpi che non contano. Judith Butler e gli animali, curato da Massimo Filippi e Marco Reggio ed edito da Mimesis. Un anticapitalismo che non prendesse in considerazione lo sfruttamento animale sarebbe un anticapitalismo monco e confuso, ancora ignaro dell’importanza, per il Capitale, della messa a valore e della messa a morte delle vite non umane. La Rivoluzione senza liberazione animale non è una vera rivoluzione, così come la Liberazione animale senza rivoluzione dei rapporti di genere, economici e politici non può considerarsi un’autentica liberazione. Lo stesso discorso vale per una rivoluzione anticapitalista che non mette in discussione l’eterosessualità come produttrice di “differenze” gerarchiche assolutamente conformi alla necessità di valorizzazione dei capitali.

Quando, invece, è la lotta contro l’oppressione di genere a non considerare necessaria un’impostazione genuinamente sovversiva nei confronti dell’eterosessualità, ecco che arriva a verificarsi quella confusione teorica propria dell’approccio neoliberale, una confusione che nasconde una perfetta funzionalità all’egemonia del modello capitalistico. Zappino non ha alcun timore di mettere nel mirino di una critica spietata quelle correnti di pensiero che fanno da sponda alla gestazione per altri, al sex work o alla pornografia; l’autore si domanda, giustamente, come mai questo approccio non si ponga mai il fine di analizzare la “composizione della forza-lavoro della gestazione per altri, del sex work o della pornografia”, analisi che evidenzierebbe come, tendenzialmente, quelle donne e soggettività che vi si dedicano non dispongano poi di una così ampia libertà di scelta e autodeterminazione, essendo, spesso, obbligate per motivi strettamente materiali a dedicarvisi.

Allo stesso modo, non ha timore di abbattere l’impianto argomentativo di quel neofondamentalismo che, facendosi bello dietro l’opposizione alla GPA, al sex work o alla pornografia, non fa altro che riprodurre quelle stesse differenze gerarchiche rimandando alla sacralità della maternità, del rapporto madre-figlio e simili. In entrambi i casi, come dice l’autore, “l’eterosessualità ingrassa”.

Ma le critiche non risparmiano neanche l’attuale composizione dei Pride, “ormai troppo bianchi, troppo cisgender, troppo abili, troppo impegnati a garantirsi il consenso delle maggioranze eterosessuali, e di conseguenza troppo impegnati ad anteporre questa garanzia di consenso alla memoria del progetto sovversivo dei corpi trans*, non bianchi e poveri di Sylvia Rivera, di Marsha P. Johnson, di Miss Major e delle altre trans*, drag e froce che lanciarono bottiglie di birra e scarpe col tacco contro le pattuglie della polizia, durante la retata allo Stonewall Inn di New York nella notte del 28 Giugno del 1969 – cinquant’anni fa”. Altri bersagli della critica di Zappino sono l’attuale Papa, che riscuote simpatie in alcuni rami di una certa sinistra anticapitalista che a volte, come per magia, dimentica le sue posizioni in fatto di aborto, adozioni da parte di coppie omosessuali e contraccezione, e tutto quello stuolo di “compagni” intenti ancora a idolatrare chi, come Fidel Castro o Che Guevara, ha compiuto stermini di omosessuali.

Nulla e nessuno deve sfuggire a una critica severa perché, ancor prima che dall’esterno, è bene costruire gli strumenti per difendersi dall’interno, da tutte quelle frange “amiche” più o meno corruttibili da parte di un’ideologia che dimostra, ogni giorno che passa, di sapersi modellare sulle spaccature e sulle instabilità teoriche.

Perciò, in definitiva, quale comunismo queer? È l’autore stesso a fornirci un’indicazione in tal senso alla fine del primo capitolo: “Il mio modo di vedere e di sentire al di là del pantano del presente, oltre la prigione del “qui e ora”, mi suggerisce allora di ricordare che un proposito ideologico non intende prescrivere o dettare “uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi”: la sovversione dell’eterosessualità, piuttosto, sottende “un movimento reale che abolisce innanzitutto lo stato di cose presente”. Questa è la definizione che Marx ed Engels danno del comunismo, ne L’ideologia tedesca. E nella misura in cui osservo tracce di questo movimento reale negli interstizi della attuale società eterosessuale e capitalistica, mi sembra che questa definizione possa coincidere perfettamente con la mia idea di queer”.

Innanzitutto il movimento, quindi, un movimento di corpi e di desideri, di forme e di posture, di idee e di strategie, ma che abbia ben inquadrato l’obbiettivo finale, non ancora delineato nella forma ma ben chiaro nella sostanza. Un movimento senza obbiettivi è condannato al destino misero di un Sisifo, rappresentazione mitologica dell’eterna riproduzione del Capitale e delle ideologie che, questo, si trascina dal passato al fine di metterle a valore; una riproduzione che è, ahinoi, tortura.

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