Genova. Diciotto anni dopo

Esattamente diciotto anni fa, sul litorale laziale, pioveva. In vacanza con la mia famiglia in un residence nella zona di Ardea, guardavo la televisione. Avevo nove anni. La Roma aveva appena vinto lo scudetto e un mese prima avevo fatto la prima comunione, che, tradotto, significa vagonate di regali e qualche spicciolo in banca da spendere per capricci futuri – del lato religioso, per fortuna, non me ne è mai importato molto -.

Quando era brutto tempo, quel residence era un mortorio: il campo di calcetto era una palude, i cancelli della piscina erano chiusi, le giostre del parchetto sprofondavano nel fango. Tutti, nessuno escluso, si rintanavano dentro casa, in attesa di un po’ di sole. Non facevo eccezione. Le batterie del Game Boy (uno dei regali della comunione) erano scariche e non rimaneva che la televisione . Ma anche la tv ha i suoi momenti morti. Insomma, a una certa ora, la scelta era tra i Teletubbies, per cui già mi ritenevo decisamente troppo grande, e qualcuno di quei gialli che solo Rete 4, nella sua infinita tristezza, poteva – e, ahinoi, può ancora – trasmettere.

All’improvviso, una testa sanguinante con indosso un passamontagna mi costringe a fermare quel pollice esasperatamente impegnato in uno zapping fin lì fallimentare. Seguono immagini di scontri violenti tra polizia e manifestanti. Di nuovo quel passamontagna, da un’altra inquadratura. Un altro primo piano. Ancora scontri. Mio padre mi ruba il telecomando dalle mani e cambia canale. “Cos’erano?” gli chiedo. “Dei cretini” mi risponde.

Cretini.

Ovviamente si riferiva ai manifestanti, incluso quel cretino morto con un buco in testa. Non sia mai che in casa mia si proferisse parola negativa contro l’ordine costituito e lo Stato! Non che i miei fossero bigotti coi paraocchi, ligi nell’obbedienza incondizionata all’istituzione per eccellenza; piuttosto, c’era – e c’è – una sottintesa gratitudine per quel posto da impiegato pubblico grazie al quale mio padre ha potuto sostenere la famiglia nel corso di questi anni. Quei manifestanti, perciò, divennero automaticamente cretini anche per me. Avevo nove anni e si sa quanto il pensiero, a quell’età, sia influenzabile dall’esempio dei genitori.

Al G8 di Genova del 2001, quindi, c’ero e non c’ero.

C’ero perché esistevo nella stessa linea temporale e perché, grazie alla televisione, ne avevo avuto una seppur frammentaria e parziale notizia. Non c’ero perché a nove anni la realtà esterna è filtrata dai canoni familiari e perché, dopotutto, le preoccupazioni sono altre: i compiti delle vacanze, la campagna acquisti della squadra del cuore, gli amici, quel Charizard che da settimane provi a far arrivare al livello 100 per battere una volta per tutte quello che, a detta delle tue compagne di classe, è il più carino della scuola e che, quindi, per una sorta di protomachismo infantile, non può che essere un tuo acerrimo rivale.

Eppure, quell’esserci per metà si è comunque sedimentato nella mia identità in formazione, ancora lontana dall’avere un netto colore politico. E non è presunzione allargare il medesimo discorso a quell’intera generazione che, ai tempi di Genova, si faceva venire i calli alle mani giocando al Game Boy Colour. Quell’intera generazione è figlia più di Genova che dei propri genitori. Il suo panorama ideologico è un deserto arido, privo di alternative, in cui la società capitalistica, per riprendere il discorso con cui Mark Fisher apre il suo Realismo Capitalista, costituisce l’unico orizzonte reale. Quell’intera generazione è la prima generazione senza utopia, la prima in cui la partecipazione a una protesta legittima, e mediaticamente internazionale, può finire con una pallottola nel cranio trasmessa in mondovisione, con randellate violentissime nel corso di un’irruzione ingiustificata in una scuola momentaneamente messa a disposizione di giornalisti e manifestanti pacifici, con torture e umiliazioni atroci in un carcere fuori dai confini non solo del diritto ma anche di una morale elementare. Quell’intera generazione è da diciotto anni in uno stato di lutto senza via d’uscita.

Il lutto è costituito da cinque fasi: negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione. Una volta raggiunta l’ultima di queste si è finalmente pronti a lasciarsi alle spalle ciò che è accaduto e ad andare avanti. Nel caso del G8 di Genova, dell’assassinio di Carlo Giuliani, delle violenze della polizia e dello Stato, dell’irruzione nella scuola Diaz, delle torture nel carcere di Bolzaneto, la fase dell’accettazione è ancora di là da venire. Si galleggia ancora a metà tra la negazione e la rabbia.

Cristo quanto brucia quella tre giorni! Quanto rode dentro! Eppure, questo rodere e questo bruciare non sono che sensazioni riflessive, che condannano chi le esperisce a un immobilismo sofferente e necessario. La sinistra – la vera sinistra – è immobile da quel lontano 2001. La voglia di mettere sottosopra le strade e i quartieri non compare che a fasi alterne, senza una reale programmazione politica che guardi anche al di là della mobilitazione contingente. Quelle strade e quei quartieri, ora, sono spesso ostaggi delle destre, di quelle destre che fanno le barricate per non far assegnare una casa popolare a una famiglia rom legittimamente beneficiaria, di quelle destre che assaltano i centri d’accoglienza e che sparano al “negro”, di quelle destre che, approdate nei parlamenti, piazzano esercito e sbirri ai bordi di ogni strada.

La generazione senza utopia è il referto medico di una sinistra politica in rianimazione da quasi vent’anni – anche i medici cominciano a perdere le speranze -.

Ma l’utopia non è un qualcosa di immediatamente visibile per chi guarda il mondo da una sola angolazione; come chi subisce un lutto crede di non poter più essere felice da lì in avanti, la generazione senza utopia si è (ed è stata) convinta di non poter aspirare ad altro che a questa unica dimensione abbruttente. Accettare e andare avanti o crogiolarsi nello sconforto non sono altro che giochi di prospettiva.

L’ultima fase del lutto segna il balzo verso una vita nuova, verso l’ignoto; un ignoto, però, fatto di almeno una certezza: la crisi climatica incombente. La prospettiva, per i più, di non poter neanche più mangiare a causa delle devastazioni causate dal cambiamento climatico può rappresentare l’interruttore in grado di far scattare, sulla scia delle rivendicazioni dei no-global, nuove ondate di potenti proteste, da accompagnare a una necessaria ridefinizione del modo di stare al mondo. Da questa angolazione, il Capitale non può non apparirci boccheggiante e privo di futuro, colpito nella sua più intima natura di esasperato riproduttore di sè stesso e di sovrastrutture apparentemente eterne; da questa angolazione il Capitale è costretto a svestire gli abiti immortali e a cadere nel vuoto della transitorietà storica; da questa angolazione il Capitale non può far altro che morire.

Cosa ci lascia il G8 di Genova nei fotogrammi di Piazza Alimonda, di Bolzaneto, della scuola Diaz? Ci lascia diciotto anni di lutto profondo, di rabbia immobile, di stato comatoso; da una condizione simile si può uscire soltanto in due modi: morendo o riaprendo gli occhi. Andiamo per gradi: cominciamo col riaprire gli occhi su una nuova utopia.