Quale sicurezza?

Durante l’ultimo anno di scuola superiore, partecipai a un progetto extrascolastico intitolato Ho voglia di sicurezza, uno di quei progetti a cui gli studenti partecipano non tanto per i contenuti che propongono ma per i crediti facili che si possono ottenere in vista del diploma e per le numerose lezioni da cui si è esonerati. Io, ovviamente, non fui da meno: figuratevi se mi lasciavo sfuggire l’occasione di saltare delle noiosissime ore di matematica!

Il contenuto del progetto ruotava attorno al tema della sicurezza sul lavoro. Si può facilmente immaginare il livello di attenzione dei partecipanti: nonostante fosse l’ultimo anno di scuola in un istituto professionale, il tema del lavoro non ci sfiorava neanche per sbaglio; insomma, c’era ancora tutta l’estate davanti, al lavoro ci avremmo pensato poi, magari dopo un “meritatissimo” anno sabatico. Sono perciò estremamente appannati i ricordi di quelle ore, nel corso delle quali si parlava di dispositivi di protezione sul luogo di lavoro, di rispetto delle norme in materia di sicurezza, di efficienza dei protocolli di evacuazione, di controlli periodici della stabilità e della tenuta degli edifici e altro ancora.

Pochi ricordi, perlopiù appannati, dunque. Eppure, un dato si ripresenta con prepotenza a distanza di anni: il radicale mutamento di significato del termine “sicurezza”.

Pur non essendo, ai tempi, un assiduo spettatore di telegiornali e talk show politici, impegnato com’ero in tornei di calcetto e tira e molla amorosi, posso dire, con un discreto grado di certezza, che il dibattito pubblico attorno al tema della sicurezza non aveva affatto la centralità che ha oggi. Eppure, non erano lontane alcune delle tragedie che hanno attraversato il primo decennio del ventunesimo secolo e che, più di ogni altra cosa, avrebbero dovuto imporre ai vari governi italiani un’accelerazione sui temi in questione: pensiamo, ad esempio, alla tragedia della TyssenKrupp del 2007, in cui persero la vita sette operai, oppure al crollo della Casa dello studente durante il terremoto di L’Aquila del 2009, le cui vittime furono otto, oppure, ancora, alla Strage di Viareggio, in cui i morti furono addirittura trentadue.

Cosa può aver scatenato questa impennata di interesse sul tema della sicurezza? Semplice: lo spostamento forzato dalle questioni della quotidianità (sicurezza sul lavoro, delle infrastrutture, ecc…) a quelle emergenziali, come ad esempio il fenomeno migratorio.

Gradualmente, i migranti sono divenuti oggetto di un interesse ossessivo, un interesse non certo rivolto ad alleviarne le pene dopo mesi, se non anni, di traversate ai limiti della sopravvivenza, di perdite di familiari e conoscenti, di torture atroci. No. L’interesse, piuttosto, è stato rivolto a identificarli come la fonte di ogni male italico: dalla carenza di lavoro al pericolo terrorismo, dall’emergenza sanitaria alla progressiva scomparsa di un’identità italiana ben radicata.

L’equazione migranti=pericolo è un refrain che, ciclicamente, arriva a riproporsi in periodi di forte crisi economica e sociale. L’incapacità, da parte di molti, di focalizzare le reali cause del drastico impoverimento generale, e della precarietà che ne consegue, ha come logica conseguenza la scelta più o meno forzata di un colpevole su cui addossare ogni responsabilità.

Pensiamo ai fatti di Casal Bruciato o di Torre Maura a Roma, fatti in cui ad essere bersaglio degli abitanti (ovviamente fiancheggiati da formazioni di estrema destra) furono alcune famiglie rom. Nel caso di Torre Maura, si verificò un inusuale dibattito tra due abitanti della zona ovvero tra Simone, autore dell’ormai celebre risposta “Nun me sta bene che no!”, e un signore inferocito. In uno dei video fatti girare sui social viene ripreso il signore lamentarsi dell’assurda routine della moglie che, per giungere sul luogo di lavoro, deve svegliarsi all’alba e cambiare diversi autobus a causa della carenza strutturale dei servizi di trasporto; un racconto, questo, che aveva forse l’obbiettivo di evidenziare come la vita nelle periferie fosse già abbastanza problematica senza l’arrivo di qualcun “altro” ma che, implicitamente, intendeva addossarne le responsabilità a chi, in quelle zone, per tutta una serie di motivi storici (a cui rimandiamo in questo articolo), non era certo visto di buon occhio. Al che Simone, senza peli sulla lingua, all’ennesima lamentela dell’interlocutore risponde: “Ed è colpa dei rom?”.

Questa domanda così semplice rivela l’assoluta fragilità degli argomenti in favore di una chiusura totale verso l’Altro. Probabilmente, è chiaro di per sé che le carenze delle linee di trasporto romane non siano imputabili alle comunità rom e sinti, così come l’abbassamento generale del tenore di vita non può esser causato da chi ha un tenore di vita ancor più basso (migranti, poveri, senzatetto, rom, ecc…). Ecco, quindi, la necessità di spostare l’attenzione sul tema della sicurezza. I rom rubano, i migranti stuprano, spacciano e via discorrendo, prendiamocela con loro.

Ma è giustificabile tutto questo da un punto di vista meramente statistico? C’è davvero un’emergenza sicurezza? La risposta è no. Basterebbe farsi un giretto sul sito del Ministero dell’Interno, la fonte più affidabile in quanto a dati sul tema sicurezza, per capire come i proclami, le accuse e il clima emergenziale creato ad arte non sono altro che dispositivi necessari di una retorica gonfiata, una retorica sempre ben attenta a mascherare i problemi reali.

Ad esempio, dal report del 2016 del Viminale si evince chiaramente come, già dal 2013, i reati comuni (omicidi, furti e rapine) siano in netto calo (350.000 in meno in tre anni); andando più nello specifico, gli omicidi volontari sono passati da 520 nel 2013 a 430 nel 2016, i furti da 1.563.303 a 1.398.292, le rapine da 42.263 a 33.314. Un trend confermato anche dai report degli anni successivi: nei primi 7 mesi del 2017 il numero dei reati è sceso di quasi 200 mila rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, così come nel 2018, in cui i delitti totali sono scesi di altri 200 mila. In sostanza, dal 2013 ad oggi, in cui si registra un ulteriore calo dei reati, i delitti totali sono diminuiti di circa 650 mila, un dato che segnala tutto fuorchè un’emergenza sicurezza.

Di emergenza sicurezza, piuttosto, si dovrebbe parlare in riferimento ad altri due fenomeni tragicamente attuali ma che, ahinoi, trovano spazio solo quando sfruttabili per un tornaconto elettorale: le morti sul lavoro e la violenza di genere.

Per quanto riguarda le morti sul lavoro, dal 2013 si è registrata una drammatica impennata degli incidenti mortali sul luogo di lavoro. Si è passati dai 453 decessi del 2013 ai 1009 dell’anno successivo, fino ad arrivare ai 1133 del 2018. Insomma, una vera e propria strage che non accenna minimamente a placarsi.

A proposito di violenza di genere, invece, circa il 31,5% delle donne (6 milioni 788 mila) ha subito, nel corso della propria vita, violenza fisica o sessuale. In sintesi: una donna su tre. Ripetiamolo: una donna su tre. E nel 13,6% dei casi questa violenza viene esercitata da partner o ex partner; ciò sta a significare che, spesso, anche la casa in cui si vive non è un luogo sicuro. L’Istat rileva un lieve miglioramento negli ultimi cinque anni rispetto ai cinque precedenti anche se tiene comunque a precisare che “non si intacca lo zoccolo duro della violenza nelle sue forme più gravi (stupri e tentati stupri) come pure le violenze fisiche da parte dei non partner mentre aumenta la gravità delle violenze subite”. Insomma, se qualcosa effettivamente è stata fatta in termini di sensibilizzazione sull’argomento (meno in fatto di politiche volte a stabilire un’uguaglianza sostanziale e non solo formale tra uomini e donne), evidentemente non è abbastanza visti i numeri da vera e propria emergenza.

Questi dati ci spingono a un ragionamento piuttosto banale: esiste un’emergenza percepita (spesso mediaticamente indotta) e un’emergenza reale. Una volta chiaro questo, la domanda da porsi rimane una sola: di quale sicurezza è necessario occuparsi?