JOKER: sul perchè i “cattivi” sono cattivi [ALLERTA SPOILER]

Non si può non recensire un film come Joker. Non si può non provare a dire qualcosa su una pellicola la cui uscita ha messo in allerta la polizia di New York e Los Angeles. Non si può far passare sotto silenzio quello che, più che un film, è un evento, una lectio magistralis di psicologia e sociologia insieme, da svolgersi nelle sale cinematografiche anziché in un’aula universitaria. Sì, perché il lavoro di Todd Phillips si propone un compito non proprio facilissimo: al diavolo la statica opposizione tra buoni e cattivi, tra bene e male, tra giustizia e ingiustizia; Joker non è la retrospettiva di un villain che ha fatto la storia della narrazione fumettistica e cinematografica, bensì la limpida descrizione della genesi della criminalità.

Cos’è che rende una persona un criminale? A un tale quesito aveva già provato a rispondere Vince Gilligan con il suo Breaking Bad, serie televisiva prodotta dalla NBC che ha provato a mostrare come un tranquillo e pacifico insegnante di chimica del liceo, le cui aspettative di vita sono state forzatamente riviste al ribasso, possa trasformarsi in un boss del narcotraffico. Ma se la serie interpretata da Bryan Cranston rivolge maggiormente la sua attenzione alla sfera individuale del protagonista, alle sue voglie, alle sue delusioni, ai suoi talenti, Joker trasla la narrazione su di un piano più specificatamente socio-politico.

Se volessimo provare a dare un sottotitolo al film, questo non potrebbe che essere Perché i “cattivi” sono cattivi? Una domanda alla quale potremmo rispondere dicendo che i cattivi sono cattivi perché incattiviti. La Gotham che fa da sfondo alle vicende di Arthur Fleck (Joker) non è la solita Gotham (o, almeno, non ancora), quella che abbiamo imparato a conoscere grazie ai film e ai fumetti di Batman. La città è ancora in via di degenerazione, sulla strada di quel lento scivolare verso il punto di non ritorno, verso un abbruttimento sociale che è sempre potenziale ricettacolo di esplosioni di malcontento. Arthur è nel pieno centro di questa spirale: ha un lavoro infimo, soffre di una malattia neurologica che gli provoca risate improvvise senza motivo e che lo portano all’emarginazione e alla derisione, è depresso, assume psicofarmaci e vive solo con la madre. I bilanci economici negativi dell’amministrazione cittadina costringono al taglio di alcuni servizi assistenziali – dove l’abbiamo già sentita questa? -, tra cui lo sportello psicologico di cui Arthur usufruisce per farsi prescrivere i farmaci. Come se non bastasse, perde il lavoro a causa di una svista: mentre svolge attività di clownterapia in un reparto di bambini oncologici, gli cade sul pavimento la pistola regalatagli da un collega dopo l’ennesima aggressione subita. Da qui è una continua discesa verso il baratro sociale, una discesa che è anche graduale avvicinamento alla mutazione che lo porterà a diventare Joker.

Il tema dell’esclusione assume tinte ancor più vive quando coinvolge la sfera della salute mentale. Arthur non è nient’altro che un pazzo, uno che sbotta a ridere senza motivo in mezzo al silenzio, uno “un po’ strano”, come lo definiscono i colleghi. Quale altro destino può attenderlo in una società troppo occupata a prendersi cura dei suoi figli più “fortunati”? Quale altro destino può attenderlo in una società il cui rumore per l’omicidio di tre giovani in carriera è assai più assordante di quello delle migliaia di vittime di una povertà e di un malessere che si fanno sempre più acuti?

L’obbiettivo principe dell’opera di Phillips è quello di svelare la menzogna del “Sogno Americano”. Gotham City è la perfetta riproduzione di quelle zone periferiche delle metropoli in cui dilaga il disagio, in cui le istituzioni fanno colpevolmente mancare la propria presenza strutturale, in cui la precarietà esistenziale, la mancanza di lavoro e l’assenza di supporti materiali e immateriali spingono chi vi abita a cercare espedienti più o meno leciti per “tirare a campare”. In un simile contesto cade rovinosamente l’impalcatura ideologica che sta dietro l’American Dream: non è neanche lontanamente vero che chiunque può diventare qualsiasi cosa soltanto volendolo; interi strati della popolazione sono esclusi anche dalla più insignificante scalata sociale. Ogni individuo che annega nel disagio è potenzialmente un Joker.

Emblematica è, forse, la frase più d’impatto del film, nel corso di una scena che vede, oltre a Joaquin Phoenix, un Robert De Niro nei panni del presentatore televisivo Murray Franklin: cosa ottieni se trascuri gran parte della popolazione soltanto per lodare e supportare quella minoranza più fortunata – non esiste “fortuna” laddove regna la diseguaglianza ma soltanto il risultato di dinamiche precise -? Beh, “ottieni il cazzo che ti meriti”.

Ecco lo spunto per una rivoluzione, ecco il motivo per cui la polizia di due importanti città americane è stata allertata per l’uscita del film: quella massa informe grondante miseria non ha nulla da perdere se non le proprie catene, come direbbe Karl Marx; quella massa informe grondante miseria non è che la miccia innescata secoli fa dall’imporsi di un modello sociale ed economico assolutamente iniquo; quella massa informe grondante miseria è forse l’ultima chance di una rivoluzione perché, citando Benjamin, “è solo a favore dei disperati che ci è data a speranza”; quella massa informe grondante miseria avrà sempre il nostro supporto. Noi tifiamo per Joker.

Una menzione speciale non può non andare alla prova attoriale del protagonista Joaquin Phoenix, interprete formidabile la cui performance non può non destinarlo alla vittoria dell’Oscar. L’intensità con cui si è calato nella psiche di un escluso come Arthur Fleck ha fatto rizzare i peli della schiena di più di uno spettatore. Le movenze, quell’andatura a tratti claudicante, l’espressività di un volto depresso che “ha solo pensieri negativi” fanno sì che sarà quasi impossibile, in futuro, scindere l’attore dal personaggio che ha interpretato. Scordatevi il Commodo de Il Gladiatore, scordatevi il fratello minore di Mel Gibson in Signs: da oggi Joaquin Phoenix sarà Joker.