[RECENSIONE] “La macchina del vento” di Wu Ming 1

La macchina del vento di Wu Ming 1 ha un enorme pregio: è allo stesso tempo un ottimo romanzo, un fedele resoconto storico e una puntuale analisi politica.

Le vicende narrate sono quelle dei confinati sull’isola di Ventotene durante il ventennio fascista; Ventotene, l’isola “che il vento tiene”, l’isola in cui furono fatte confluire le migliori menti dell’antifascismo dell’epoca, da Sandro Pertini a Eugenio Colorni. Menti che però, come narra Erminio Squarzanti, narratore delle vicende e confinato di fantasia, sono state per diversi anni sottoposte al giogo insopportabile della reclusione nell’arcipelago delle Isole Ponziane, un tempo palcoscenico di screzi tra dei e semidei, di viaggi di eroi mitologici, e ora extrema ratio di un regime tanto forte quanto debole da non saper come contrastare in altra maniera una resistenza a dir poco inevitabile.

La vita sull’isola è scandita dallo scorrere di un tempo bipolare: da un lato, il quotidiano dei confinati è rigidamente governato da una ritualità esasperante (l’appello, l’arrivo della posta, il pranzo, la cena, il rientro forzato nei dormitori, ecc…); dall’altro, il tempo relativo di Ventotene appare strano, come se andasse per conto proprio: è ciò che scopre Giacomo Pontecorboli, allievo di Enrico Fermi e, da subito, amico del narratore e protagonista Erminio. Dall’osservazione dei movimenti degli uccelli, Giacomo intuisce l’esistenza di un campo magnetico differente, un campo che porta il tempo dell’isola ad accelerare rispetto a quello del Continente. Ecco che si prospetta l’ipotesi che Ventotene sia una sorta di macchina del tempo che, non appena governata, potrebbe portare i confinati a conoscere in anticipo il destino del fascismo e a vederne auspicabilmente la caduta.

Ma la popolarità della fisica quantistica negli anni venti e trenta non era certo quella di oggi; discorsi sui viaggi nel tempo e sugli universi paralleli non potevano che destare sospetto, in particolare in una situazione in cui si faticava a nutrirsi adeguatamente a causa delle scarse provvigioni, da un certo momento non più destinate ai confinati bensì ai soldati in guerra; situazione che inevitabilmente porta all’isolamento del Pontecorboli, etichettato come l’ennesima vittima di un’uscita di senno causata dal confino. Proprio in questo frangente arriva a stringersi l’amicizia con Squarzanti, in parte restio a cedere alle fantasticherie di Giacomo, in parte propenso ad approfondirne i significati. Anche Erminio, infatti, è vittima di fantasticherie (reveries) che lo inducono a confondere realtà e immaginazione, a sovrapporre il quotidiano asfissiante del confino alle vicende mitologiche degli dei dell’Olimpo. Ecco, perciò, che il mare che circonda Ventotene, e che tiene in catene Pertini e compagni, è governato da un Poseidone convintamente fascista, coinvolto in un’eterna lotta con Eolo, dio del vento, il cui patrocinio sulle onde del mare è da sempre oggetto di discordia; ecco che i Chiaramantesi, anziché due temutissimi mastini del duce mandati sull’isola per mantenere l’ordine tra i confinati, sono in realtà Oto ed Efialte, due Aloadi, figli di Poseidone e responsabili, in passato, della cattura di Ares e di un tentativo di assalto all’Olimpo.

Cosa accomuna la ricerca disperata di Pontecorboli attorno al mistero del tempo di Ventotene, alle fantasie mitologiche di Squarzanti? Nient’altro che il linguaggio notturno: “Il linguaggio notturno non aveva cornici, passava di visione in visione, generava paradossi, apriva scenari, descriveva gli effetti di incursioni in altre epoche”. Eccolo il nocciolo del romanzo di Wu Ming 1, il nucleo attorno al quale ruota l‘intera storia. Cos’altro puoi fare se sei costretto a vivere un tempo brutale? In altre parole: “Se il tempo in cui ti è dato vivere ti sta stretto e ti angoscia, c’è forse da stupirsi che la mente cominci a vagare e sogni altri tempi, e incredibili macchine con cui raggiungerli?”.

La macchina del vento è un trattato romanzato sul valore dell’utopia, sull’importanza di reveries che abbandonino temporaneamente le strettoie del terreno logico per abbracciare mondi ancora mai visti ma che nessuno sa se mai si presenteranno. L’utopia come motore della sopravvivenza individuale in condizioni estreme, come strumento di preservazione di una stabilità mentale altrimenti traballante, ma anche come eterno carburante delle società, ininterrotta spinta verso un altrove inconoscibile ma, comunque, attraente. Utopia come οὐ-τόπος (ou-topos) ovvero non-luogo, necessariamente interpretabile non più come “stato di cose impossibile”, come fantasticheria, bensì come presente che ancora non è, come sogno che, ancora per poco, avrà consistenza onirica prima di mutare finalmente in realtà. Giacomo vede l’isola di Ventotene come una gigantesca macchina del tempo perché è scientificamente provato che il fascismo, in nome della transitorietà di ogni epoca storica, cadrà, si tratta solo di capire quando.

Come detto all’inizio, La macchina del vento non è solo un bel racconto sul confino di Ventotene. Le frequenti incursioni storiografiche restituiscono con estrema precisione la consistenza reale dell’Italia del tempo. A far da contraltare a una propaganda fascista che, ancora oggi, prova a rappresentare il ventennio come un’epoca luminosa, intrisa di gloria e coraggio, sta il resoconto di fatti storici tutt’altro che gloriosi: l’invasione della Grecia (“Spezzeremo le reni alla Grecia!”) poi rivelatasi una débâcle, l’assoluta sudditanza alla Germania di Hitler, le batoste in Africa Orientale… Un lavoro certosino di smontaggio di una narrazione inquinata da un patriottismo becero e velenoso, volto a mistificare ciò che realmente è avvenuto in vista della riabilitazione storica di un’epoca tremenda.

Ma non poteva mancare un’accurata analisi politica, quasi del tutto sovrapponibile ai nostri giorni; il punto più alto si ha con la critica di Squarzanti al Manifesto per un’Europa libera e unita, poi divenuto famoso come il Manifesto di Ventotene, redatto da Spinelli, Rossi e Colorni. Erminio coglie immediatamente il punto quando, già nelle prime righe, incalza: “Tutto il manifesto è intriso di sfiducia nelle classi popolari, che da sole non saprebbero mai quel che vogliono e sarebbero sempre bisognose di capi che glielo spieghino”; e ancora: “Non si va lungi in nessuna rivoluzione pensando che le masse siano tout court ottuse.” Colpito e affondato. Non è questo un problema enorme per l’attuale sinistra, oramai lontana dai bisogni reali dei cittadini e delle cittadine? Non è, questo, un elemento imprescindibile in una critica filosofico-politica che si possa davvero definire tale? Dove inizia, ma soprattutto, dove finisce la legittimità dello Stato?

La sinistra (perlomeno quella parlamentare, che già è difficile definire “sinistra”) sembra aver abolito tali questioni dal suo panorama teorico. Ecco uno dei motivi della sua progressiva scomparsa in buona parte dell’Europa: “Se c’è una cosa che può indisporre le masse verso l’idea di Europa – rischiando di incoraggiare rigurgiti nazionalisti – è proprio il farla calare dall’alto”. Per la seconda volta, colpito e affondato.

Si potrebbe pensare che, tutto sommato, è facile porre simili critiche col senno di poi, una volta osservate le criticità di un modello europeo che non ha affatto messo in discussione la struttura produttiva dell’intera società; si potrebbe pensare che ciò non rappresenti altro che un esercizio virtuoso da fini teorici degli anni duemila, spaparanzati sulle poltrone Ikea, di fronte a uno schermo Apple. Niente di tutto questo. Già prima del fascismo, tutta la critica anarchica e gran parte di quella comunista mettevano alla gogna l’eternità dell’istituzione Stato, di quell’istituzione che, per definizione, “cala dall’alto”. Il messaggio di Squarzanti è chiaro: o si ricomincia a mettere in questione e il modello produttivo e il modello statale, o il futuro è dei fascisti. Viene da domandarsi: a che punto siamo oggi?

Eppure, un’ultima domanda può sorgere dalla lettura del testo di Wu Ming 1: che ruolo hanno gli altri animali in tutto questo? Già, perché, voluti o meno, sono frequenti i rimandi alle condizioni di non libertà dei non umani: il destino che attende gli uccelli una volta entrati nel campo magnetico di Ventotene che li stordisce e li rende facili prede di adulti e bambini (“Chi restava, chi andava e chi sull’isola crepava […] Nella mezza stagione, per abbattere uccelli sarebbe bastato sparare a casaccio. Ma sparare non serviva, c’erano le trappole […] Chi scappava alle trappole riprendeva il viaggio. Noi guardavamo gli uccelli morire e ci struggevamo, li guardavamo ripartire e sospiravamo“); le meduse morte sulla spiaggia accanto ai confinati; il paragone tra gli Eloi del romanzo di Wells La macchina del tempo e una mucca (“Pensateci: in apparenza hanno tutto quel che gli serve, ma potremmo dirlo anche di una vacca che rumina su un prato. In entrambi i casi stiamo guardando un essere sfruttato, trasformato in una cosa, che farà presto una brutta fine”).

Osservando gli stravolgimenti climatici in atto, non può non entrare nel dibattito sulla sopravvivenza della nostra specie il tema del rapporto tra umano e natura, rapporto che necessariamente implica una diversa concezione delle altre forme di vita. Siamo sicuri che, per scongiurare definitivamente qualsiasi rigurgito fascista, ci si debba concentrare solo e soltanto sulla ridefinizione dei modelli di rapporto intraumani? Come potranno mai sparire la sopraffazione, la violenza e la morte istituzionalizzata se, comunque, sopravviveranno le forme di sfruttamento degli animali e della natura?

La macchina del vento, forse involontariamente, prova a tracciare un percorso diverso tramite l’accostamento (implicito) della condizione dei confinati e quella degli animali catturati, sfruttati e sofferenti. Che dire: un punto in più per Wu Ming 1.

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