Ma-la-sanità?

Che la sanità pubblica non se la passi troppo bene non è certo una novità. A chi non è capitato di dover lottare contro i tempi biblici per l’esecuzione di un esame di diagnostica? Chi non ha mai imprecato al telefono per l’attesa snervante di una prenotazione? Chi non è rimasto disgustato nel vedere le condizioni pietose in cui versano alcuni ospedali pubblici? Ebbene, per tutto questo c’è una risposta, una risposta confermata da numerosi dati.

Iniziamo col dire, come sottolinea l’ottavo Rapporto RBM-Censis del 2018, che il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) è stato istituito in un contesto demografico, sanitario ed economico profondamente diverso da quello attuale e che, perciò, non è completamente attrezzato per affrontare l’enorme quantità di problemi che si presentano oggi. Se è vero che questo assunto focalizza (giustamente) l’attenzione sulla veneranda età del SSN, non più pronto a tener testa alle innovazioni tecnologiche, all’aumento della longevità e della cronicizzazione delle patologie, è anche vero che tace su un’analisi che è necessario portare ancor più in profondità. Lo stesso rapporto indica, ad esempio, come in costante crescita la spesa sanitaria pagata di tasca propria (+9,6% tra 2013 e 2017), una spesa media pro capite di circa 655 euro l’anno, che rischia di arrivare a 900 euro entro il 2025.

Pensiamo al progressivo dilagare delle condizioni di precarietà materiale e immateriale, condizioni scatenate da una sempre maggiore concentrazione di ricchezza in poche mani e, quindi, dalle richieste schizofreniche di un mercato del lavoro dinamico e in costante accelerazione, per nulla interessato al benessere di chi lo sorregge ovvero i lavoratori e le lavoratrici. Come potrebbe, una famiglia, fronteggiare una spesa sanitaria simile, tenendo conto che la spesa privata non è l’unico sforzo economico in termini di prestazioni sanitarie? Già, perché il Sistema Sanitario Nazionale è un sistema misto ovvero un sistema che integra pubblico e privato (circa il 40% dei servizi sanitari è erogato privatamente); ciò comporta che, a una spesa media privata procapite di 655 euro, vanno aggiunti circa 1900 euro annui di tasse per il funzionamento del SSN.

Un ragionamento obbiettivo sulla sanità italiana deve necessariamente coinvolgere una riflessione sulle condizioni economiche della popolazione. È di per sé evidente che chi gode di una situazione economica stabile e di un lavoro non precario ha sicuramente maggiori possibilità di alimentarsi in maniera corretta, di praticare sport, di accedere a cure migliori, in sostanza, di attuare tutti quei comportamenti che la medicina moderna raccomanda per prevenire eventuali patologie. Ma che ne è degli altri, di coloro che vivono di precarietà, di coloro che non hanno una casa di proprietà né un contratto stabile, di coloro che vivono con meno di mille euro al mese? Per questi, se proprio non si vogliono andare a intaccare i meccanismi attraverso i quali si produce e distribuisce ricchezza, dovrebbe quantomeno essere garantita un’assistenza sanitaria all’altezza, gratuita, pubblica, efficiente.

A quanto pare, però, il trend non è rassicurante.

È lo stesso Ministero della Salute a indicare come in netta decrescita, nel periodo 2014-2017, le strutture sanitarie pubbliche: -2% delle strutture di ricovero, -1,7% degli ambulatori e laboratori, -3,6% degli erogatori per l’assistenza territoriale residenziale e -1,2% di quelli per l’assistenza semiresidenziale, -0,6% dei servizi erogati da altre strutture. In breve, l’assistenza sanitaria pubblica diminuisce praticamente ovunque.

E quella privata? È sempre il Ministero della Salute a illuminarci in tal senso: -1,7% delle strutture di ricovero, -0,2% degli ambulatori e laboratori, ­+2,9% degli erogatori per l’assistenza territoriale residenziale, +2,5% di quelli per l’assistenza semiresidenziale, +1,8% delle strutture per la riabilitazione, +1,4% di altre strutture territoriali. È vero che le strutture di ricovero e gli ambulatori diminuiscono (di una diminuzione comunque meno consistente rispetto al settore pubblico) ma lo è anche che il resto delle strutture private sul territorio nazionale registra un incremento costante.

Se è più che doveroso portare avanti un ragionamento di classe sulla questione delle possibilità di accesso alle diagnosi, alle cure e alle terapie, altrettanto doveroso è analizzare geograficamente la distribuzione di queste possibilità. I dati mostrano, infatti, che le regioni del Nord Italia (Lombardia, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia) sono quelle che fanno registrare la spesa privata più elevata, al contrario di quelle del Sud (Calabria, Campania e Sicilia), in netta controtendenza. Ma una bassa spesa privata in fatto di sanità non sta a rappresentare un’adeguata copertura pubblica: le regioni del Sud, in particolare Calabria e Campania, sono infatti quelle che mostrano il quadro peggiore dal punto di vista della prevenzione pubblica.

Il motivo di questa differenza è molto semplice: il divario Nord-Sud è ancora drammaticamente attuale. Basti pensare che, nel Meridione, una persona su cinque dichiara di non avere abbastanza soldi per pagarsi le cure, un dato che è quattro volte superiore a quello registrato nel Settentrione.

Qualsiasi riflessione in merito alla sanità italiana deve necessariamente fare i conti con la situazione economica del paese, con le differenze profonde che lo attraversano, con i livelli di cultura e preparazione diffusi. Senza ciò, l’efficienza del Sistema Sanitario Nazionale, nonostante il grande riconoscimento internazionale guadagnato (la sanità italiana è considerata la quarta nel mondo), sarà sempre e solo a vantaggio di chi è già, in parte, avvantaggiato.

A quando una sanità pubblica realmente accessibile ed efficiente per tutte e tutti?