Qualche domanda (e consiglio) alle Sardine

Chiunque provi a leggere criticamente, da una prospettiva di sinistra, il fenomeno “Sardine”, soprattutto alla luce dell’esposizione dei sei punti programmatici del movimento, si trova di fronte una serie di obiezioni quasi inevitabili, che vanno dal “Sono gli unici che stanno provando a fare qualcosa” a “Ecco perché la destra vince sempre: perché a sinistra c’è autolesionismo e non si fa altro che criticare l’azione degli stessi compagni di barricata”. Il problema è capire la natura di questa barricata, che lotta sta provando a portare avanti, qual è il suo obbiettivo finale.

Ecco, la “barricata” a cui il movimento delle Sardine dice, più o meno esplicitamente, di far riferimento è sicuramente una prospettiva di sinistra. E qui sta il punto: cosa si intende, oggi, per sinistra? Come è mutato il suo significato nel corso dei decenni? Quali le differenze con gli obbiettivi che ci si ponevano in passato?

Se dovessimo riferirci all’idea di “sinistra” oggi diffusa, diremmo che è un’idea che concerne sicuramente convinzioni antirazziste, un’apertura abbastanza sincera verso un progresso in fatto di diritti civili, una crescente, seppur tardiva, attenzione verso la catastrofe climatica e una visione economica appiattita su posizioni liberiste, in cui il concetto di proprietà privata non è più neanche lontanamente messo in discussione; un’idea, quindi, pesantemente influenzata dalle politiche proposte e attuate da quello che, almeno in teoria, è il partito che dovrebbe rappresentare la corrente di sinistra nel paese ovvero il Partito Democratico.

Se i primi tre punti sono senz’altro positivi, il quarto fa – e deve far – storcere il naso. Già, perché nessuno dei punti precedenti può davvero dirsi coerente senza l’instaurazione di un diverso approccio economico. Ad esempio, un antirazzismo che non pone la questione dell’ineguale distribuzione della ricchezza nelle diverse parti del mondo è un antirazzismo monco, che quasi suscita sospetto.

Come ci si può dichiarare antirazzisti senza criticare aspramente lo sfruttamento del lavoro e delle risorse dei territori del Sud del mondo? Come ci si può dichiarare antirazzisti e non attaccare, allo stesso tempo, l’intera struttura che detiene la manodopera migrante in condizioni di semipovertà (grande distribuzione organizzata (GDO), mercato dell’edilizia, ecc…)? Come ci si può dichiarare antirazzisti e non porre sotto la lente d’ingrandimento quella che potremmo, in maniera neanche troppo azzardata, definire come una sorta di specializzazione forzata del lavoro migrante in settori tremendi come il mercato della prostituzione (la stragrande maggioranza delle donne costrette a prostituirsi sono migranti) o in ambiti meno critici, ma non per questo esentati da una revisione critica, come la cura e l’assistenza agli anziani e ai disabili?

Stesso discorso si potrebbe fare per quanto riguarda il tema dei diritti civili: può il matrimonio tra persone dello stesso sesso risolvere, da solo, il problema della difficoltà di accesso al mercato del lavoro per le soggettività gay, lesbiche e trans, e quindi risolvere il problema – atroce – della precarietà materiale ed esistenziale che le attanaglia? Può l’istituzione di giornate dedicate alle donne ostacolare un sempre assai tenace regime patriarcale senza un ripensamento e un ribaltamento dei rapporti materiali (e quindi di potere) che ancora oggi regolano la “convivenza” tra uomini e donne (questione che si fa ancor più spigolosa se si pensa a ciò che abbiamo detto, in relazione a un antirazzismo realmente coerente, a proposito della convergenza tra la specializzazione forzata del lavoro migrante e la questione femminile nell’ambito della prostituzione)? Può la sola esistenza del diritto all’eutanasia eliminare le differenti possibilità di accesso alle pratiche del fine vita, possibilità estremamente variabili a seconda della classe sociale di provenienza?

E ancora, a proposito della crisi climatica: sarà forse possibile invertire la rotta del surriscaldamento globale semplicemente promuovendo un’imprenditoria verde, senza, quindi, provare a sradicare delle pratiche e una visione che identificano il mondo e la natura come mere fonti di energia e di profitto? E sarà forse possibile, in caso si abbia realmente voglia di sradicarle, farlo senza ripensare da zero le nostre relazioni con le specie non umane che condividono con noi questo pianeta oramai malconcio?

Tali quesiti non possono non entrare nel dibattito pubblico attorno all’idea di “sinistra”, una sinistra necessariamente ancorata alle idee positive del passato (ribaltamento dei rapporti materiali e di potere, corsa a un’uguaglianza sostanziale e non solo formale, ecc…) ma, al contempo, doverosamente proiettata alle criticità del momento, su tutte la comparsa di nuovi soggetti che rivendicano, dopo secoli, un riconoscimento storico: il pianeta e i suoi abitanti non umani.

Sebbene sia vero che il movimento delle Sardine nasce come rigurgito di protesta contro una politica istituzionale oramai degenerata in bagarre da mercato, il cui fulcro comunicativo non sono più comizi, dibattiti e assemblee ma tweet e post sui social network, è d’altra parte vero che il coinvolgimento sociale che ha scatenato impone, inevitabilmente, che ci si costituisca come vera e propria forza politica propositiva.  

Se questa nuova forza politica vorrà sinceramente imporsi come movimento di sinistra dovrà formulare risposte convincenti sui temi appena trattati, non solo rivendicare il diritto a una politica più sobria, etica e attenta ai bisogni della popolazione. Se ciò non avverrà, sarà ricordata come l’ennesimo esperimento di sinistra liberale, modello che, diciamocelo francamente, ha palesemente fallito e che, in fin dei conti, altro non è che una destra camuffata, decorata qui e là da accenti progressisti.