Indiretto un corno!

Non è raro che la riflessione antispecista tenda ad arenarsi nella palude moralista. Tra le varie istanze che un’impostazione simile si impegna a portare avanti c’è quella che vorrebbe identificare una netta distinzione tra argomenti diretti e argomenti indiretti. I primi focalizzerebbero la propria attenzione esclusivamente sulla sofferenza degli animali non umani sfruttati per farne cibo, abbigliamento, intrattenimento e schiavi della sperimentazione medico\scientifica; i secondi, al contrario, aggirerebbero in un primo momento la questione del dolore animale per concentrarsi sui danni collaterali che lo sfruttamento dei non umani inevitabilmente genera: inquinamento, deforestazione, malattie, sfruttamento delle zone povere del mondo, ecc…

Non è arduo immaginare le reazioni dei promotori degli argomenti diretti di fronte ad argomentazioni che non pongono al centro la sofferenza animale. Il sottotesto di queste reazioni è l’accusa, più o meno esplicita, di dare troppa poca importanza alla tragedia individuale che gli animali sfruttati vivono quotidianamente e, quindi, di ricadere in uno specismo inconsapevole.

Ecco rientrare dalla finestra antiche – ma non troppo – posizioni teoriche che speravamo di esserci buttati alle spalle: quel “solo per loro” torna a rivendicare prepotentemente la propria legittimità teorica, contribuendo a disorientare ulteriormente chi già fatica ad avere una visione d’insieme della questione animale. Eppure, già nella proposizione “solo per loro” è insita una prima difficoltà: qual è la natura di quel “loro”? Chi si propone di rappresentare? E’ indubbio che la risposta è: “Gli animali non umani”. Verrebbe, però, da domandare: “Sì, va bene, ma quali?” Già, perché l’esclusione di alcuni di quegli argomenti che una buona fetta del mondo antispecista definisce “indiretti”, comporta anche l’esclusione di una buona fetta di animali non umani quotidianamente oppressi.

Prendiamo come esempio la deforestazione.

Sappiamo tutti che una tra le principali cause – se non la principale – dei processi di abbattimento e distruzione di intere aree verdi è l’allevamento. La coltivazione di mangimi destinati a ingrassare gli animali allevati e la creazione di zone aride destinate al pascolo sono il motore principale di questi processi. Se dovessimo accodarci ai promotori degli argomenti diretti non faremmo alcuna fatica ad affermare che l’ingiustizia più grande è rivolta verso coloro che saranno costretti a nutrirsi del foraggio coltivato su quelle terre e obbligati a muoversi all’interno dei recinti sorti in quelle zone. Se dovessimo accodarci ai promotori degli argomenti diretti diremmo, senza mezzi termini, che le uniche, vere vittime sono gli animali allevati, il resto viene dopo.

Ebbene, è proprio sul “resto” che la riflessione dovrebbe iniziare a soffermarsi. In esso non è compreso soltanto il tasso di anidride carbonica derivante dalle pratiche di allevamento o il livello di tossicità dei corsi d’acqua limitrofi in cui sono smaltiti i liquami di scarto (l’esclusiva considerazione di questo tipo di elementi riflette ancora una prospettiva antropocentrica, che inquadra la distruzione della natura come evento primariamente associabile alla nostra sopravvivenza come specie).

No. Nel “resto” sono compresi i miliardi di animali non umani vittime collaterali delle pratiche di allevamento.

Ecco, quindi, affacciarsi lo sterminio pianificato di primati, uccelli e roditori che, dalla perdita del loro habitat, non possono che andare incontro alla morte; ecco la strage di miliardi di insetti vittime di veleni e diserbanti impiegati in agricoltura; ecco il dramma degli abitanti del sottosuolo come lombrichi e talpe, il cui ruolo nella trasmissione delle sostanze nutritive è di fondamentale importanza per l’equilibrio degli ecosistemi e, quindi, per la salute stessa dei suoi inquilini animali e vegetali; ecco infine – ma potremmo continuare ancora a lungo – tutte quelle specie che, dall’innalzamento delle temperature globali, causato dall’abbattimento dei polmoni verdi del pianeta, e dalla conseguente incapacità degli ecosistemi di contrastare le enormi quantità di gas serra prodotte, pur abitando la parte opposta del mondo, stanno andando dritte dritte incontro all’estinzione.

L’esclusione dell’argomento ambientale da una certa critica antispecista significa l’esclusione di un’intera fetta di animali non umani altrettanto vittime di un modello politico-economico ecocida.

Il rischio teorico è quello di incappare in un’involontaria classificazione dei gradi di sofferenza in cui, al primo posto, risiede l’animale allevato, di seguito tutti gli altri. Si può esser certi della buona fede di chi promuove gli argomenti diretti, non è sicuramente nelle loro intenzioni classificare la sofferenza degli animali non umani; tuttavia, il loro ragionamento è figlio di un’incompleta interpretazione del fenomeno dello sfruttamento animale, un’interpretazione che bandisce qualsiasi argomento di natura politica.

Il modo in cui la società capitalistica è strutturata è direttamente connesso al grado e al modo in cui essa si relaziona alla natura. L’identificazione di questa come mera fonte di materie prime e profitto funge da giustificazione preventiva per qualsiasi aggressione ecologica. Il ruolo dell’antispecismo non è soltanto quello – chiamiamolo così – “distruttivo” di mostrare l’atroce ingiustizia dello sfruttamento di altri esseri senzienti; accanto a questo, deve esservi anche un ruolo affermativo: mostrare e proporre alternative valide al modello produttivo attualmente egemone.

Ogni merce è oggi prodotta con costi animali, umani ed ecologici altissimi: dalla produzione di gas serra alla creazione di rifiuti tossici, dall’utilizzo intensivo di materie prime al consumo di energie non rinnovabili, dallo sfruttamento di manodopera umana fino alla morte più o meno calcolata di intere popolazioni animali.

Non bisogna quindi cadere nel tranello di credere che la produzione di una matita non sia in relazione con lo sterminio di forme di vita animali. Per questo motivo, almeno per quanto riguarda il tema ambientale, la distinzione tra argomenti diretti e argomenti indiretti è un falso problema: la questione ambientale è la questione animale e la questione animale è una questione eminentemente politica.

Anzitutto perché, come detto, oltre alle circa 60 miliardi di vittime dirette dell’industria zootecnica, vi è un numero inquantificabile di vittime collaterali generato dagli attuali meccanismi produttivi ecocidi. Secondo poi, perché, se il fine dell’antispecismo è la liberazione animale, allora è necessario uno spazio integro in cui poterla finalmente compiere; una natura deteriorata e altamente instabile come potrebbe mai garantire una vita vivibile agli animali umani – anche la percezione dell’essere umano come animale da liberare è ancora di là da venire per una certa parte di antispecismo – e non umani liberati?

Ma la questione animale è anche una questione politica perché va alla radice del significato del termine “politico” ovvero di regolazione della vita all’interno della Polis. In una società globalizzata, la Polis tende a coincidere con il mondo intero; l’antispecismo deve riuscire a spostare l’accento dal significato di “mondo intero” inteso come raggruppamento delle società umane, a quello di “mondo intero” nel senso di intricata rete di relazioni tra agenti di specie e natura diverse, ognuno con le sue proprie peculiarità ed esigenze.

Non può quindi che derivarne una riflessione politica assolutamente propositiva e proiettata verso un futuro che non debba, a tutti i costi, prendere a modello società passate ma che, al contrario, sappia integrare le esigenze di nuovi soggetti storici, come la natura e gli animali non umani, all’interno di strutture politiche del tutto inedite e creative, fondate sul riconoscimento dell’essenza scandalosamente relazionale di ogni forma vivente. E’, ahinoi, proprio questo fattore di relazionalità, e quindi politico, che tende a scomparire dietro le riflessioni di una certa parte di antispecismo, ancora troppo legata a modelli argomentativi di stampo liberale e, perciò, fondati sull’individuo (umano e non) inteso come atomo del tutto indipendente rispetto ai fatti storici, sociali ed ecologici che lo plasmano.