[RECENSIONE] “Contro la gerarchia e il dominio” di Andrea Staid

“Contro la gerarchia e il dominio” di Andrea Staid, edito da Meltemi, è certamente un rapido excursus del modo di vivere e intendere il mondo di società molto lontane dalla nostra; è certamente anche un prezioso strumento per chi non ha mai approfondito i lavori di antropologi del calibro di Clastres, Graeber e Sahlins e che, quindi, non ha forse mai avuto reale percezione di modelli sociali, economici e politici radicalmente diversi dal nostro; soprattutto, però, è un’inchiesta sul modo stesso di praticare quella disciplina troppo spesso messa da parte e che, invece, dovrebbe avere un ruolo di primo piano: l’antropologia.

Già nella premessa di Matteo Meschiari si legge: “Ma se l’antropologia culturale ha una vocazione politica al di là dell’ideologia, è appunto quella di mostrare che il mondo è vario, che le culture sono molte, che le piste praticabili sono illimitate”. Il mondo è vario, dunque, e di questa varietà fatichiamo ad avere coscienza e conoscenza. Tutto appare sempre identico a sé stesso, immutabile, eterno, monolitico.

Lo sforzo di Staid, e di molti altri antropologi prima di lui, è proprio quello di porre sul banco degli imputati questa presunta immobilità, questo a priori attraverso cui tendiamo a leggere ogni fenomeno socio-politico presente e passato. Ebbene, la tesi di Staid promuove un assoluto dinamismo storico e culturale, una transitorietà congenita ad ogni “fatto dell’umano”, un movimento perpetuo fatto di accelerazioni e rallentamenti, brusche frenate e apparente stabilità.

“La vocazione dell’antropologia interpretativa non è di rispondere alle nostre domande più profonde, ma di mettere a disposizione risposte che altri hanno già dato e includerle così nell’archivio consultabile di ciò che l’uomo ha detto”.

Tralasciando momentaneamente il fatto che l’autore utilizza il neutro universale “Uomo” per indicare una specie che ha potenzialmente dimostrato di avere, stando a Deleuze e Guattari, non uno, non due ma N sessi, è proprio l‘idea di specie che, involontariamente, lo sguardo antropologico mette in questione. Sebbene l’oggetto di studio delle discipline antropologiche sia appunto l’essere umano (dal greco ànthropos ossia uomo), la convergenza di queste con la riflessione post-strutturalista e postumanista contemporanea tende a problematizzarne il contenuto, elevandone allo stesso tempo l’importanza.

Chi è l’umano? O meglio: cos’è?

La raccolta scrupolosa di documenti e testimonianze molto lontane tra loro non è forse indizio dell’assenza di un confine netto e facilmente identificabile? Per dirla con le parole di Sahlins, più volte citato da Staid nel testo: il concetto di natura umana non è forse uno sbaglio? È vero, l’autore parte da questo presupposto per arrivare a dimostrare (giustamente) che l’idea diffusa di potere come nient’altro che potere coercitivo è un costrutto culturale, assimilabile alle forme che il potere politico ha assunto quasi ovunque negli ultimi secoli (lo Stato).

Ma, esulando da ciò che l’autore di questo breve saggio ha inteso dire, non rimane anche qualcosa di non detto? Non viene silenziosamente tirata in ballo la questione dell’animalità umana?

Le società contro lo Stato, così avverse al lavoro salariato e a una struttura politica gerarchica e piramidale, rifiutano categoricamente ognuno di quegli aspetti che oggi ci inducono a classificare, al di là della biologia, un individuo come essenzialmente umano. A proposito del debito nelle società di cacciatori- raccoglitori, nel testo si legge: “Piuttosto che considerarsi umano perché può fare calcoli economici, il cacciatore [raccoglitore] sostiene che essere pienamente umano significa rifiutare di fare calcoli del genere, rifiutarsi di misurare, di ricordare chi ha dato cosa e a chi, per la precisa ragione che un atto simile creerebbe inevitabilmente un mondo dove noi cominciamo a comprare il potere con il potere, a misurare, a calcolare, rendendoci a vicenda schiavi o cani attraverso il debito”.

Interessante notare come l’essere “schiavi o cani” venga reso sostanzialmente indifferente dalla congiunzione “o”, cosa che la dice lunga sul nostro modo ancora antiquato di vedere, pensare e parlare degli altri animali. Al di là di questo, è il Logos occidentale a finire sotto i riflettori, quella razionalità che dovrebbe limitarsi a differenziarci dagli altri animali ma che, invece, è stata eretta a elemento giustificatorio per l’esercizio del dominio su ciò che umano non è.

Gli animali non umani non sanno far di conto, pertanto li sfruttiamo (in realtà questo non è che il prodotto ideologico di millenni di soprusi, vedi l’opera “Al di là della natura” del filosofo Marco Maurizi); le società di cacciatori-raccoglitori non si sono costituite in forma statale, non si sono strutturate in classi sociali, non hanno eretto il proprio sistema economico sulla produzione e valorizzazione di surplus, pertanto la loro umanità è da mettere in discussione e qualsiasi aggressione, invasione o sterminio nei loro confronti è giustificabile semplicemente a causa di questa loro semi-umanità.

L’antropologia, per assurdo, ci aiuta a prender coscienza che qualcosa di granitico come “l’Uomo” semplicemente non esiste. Esso non è che un miscuglio di tagli, flussi e relazioni, di discorsi e di silenzi, di modi di stare al mondo e di abitarlo tutt’altro che definiti e immutabili.

E se l’essere umano è a tal punto camaleontico, immerso in una dote trasformativa così imprevedibile, possono forse non esserlo i suoi prodotti sociali, le sue istituzioni e i suoi paradigmi relazionali?

“Sempre più la popolazione non si riconosce nelle scelte dei governi e nei modi di fare dei politici, sempre meno persone, soprattutto giovani, credono alle soluzioni vendute dai governanti di turno, dai banchieri o dai grandi imprenditori” dice Staid. Non si può, in questo caso, che dissentire. In realtà, come anche dimostrato in un recente sondaggio del Censis, le popolazioni sembrano orientate verso la ricerca di un leader carismatico, di un capo le cui caratteristiche non sono certo quelle della chefferie delle società senza Stato ma, anzi, quelle che lo vorrebbero predisposto a un comando ferreo, in grado di ristabilire un certo “ordine”.

Proprio qui deve insediarsi la lotta politica per una società più attenta ai diritti fondamentali degli umani e di tutte le altre forme di vita, perché se è vero che esiste una natura umana, e che essa risiede nelle capacità di adattamento ai contesti più diversi, è anche vero che questo “vettore mutante” può intraprendere qualsiasi direzione, potendosi potenzialmente dirigere al paradiso come all’inferno.

Andrea Staid, col suo “Contro la gerarchia e il dominio”, ci ricorda che l’essere umano, nelle sue infinite forme, ha già tentato di non cadere nel baratro in cui stiamo sprofondando attualmente. Perché non provarci di nuovo?

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