[RECENSIONE] “Soyalism” di Stefano Liberti ed Enrico Parenti

“Noi comunisti siamo stati accusati di voler abolire la proprietà acquisita col lavoro, frutto della propria fatica, quella proprietà che costituirebbe il fondamento di ogni personale libertà, attività e indipendenza […] State forse parlando della proprietà del piccolo-borghese o del piccolo contadino che ha preceduto la proprietà borghese? Non abbiamo bisogno di abolirla; l’ha già abolita e continua ad abolirla giorno dopo giorno lo sviluppo dell’industria.”

Questo è ciò che scrivevano Marx ed Engels nel loro Manifesto del Partito Comunista. Il loro obbiettivo non era soltanto quello di esporre la posizione dei comunisti in merito alla questione della proprietà privata ma anche quello di delineare e rendere pubblico un movimento storico che, già all’epoca, appariva loro chiarissimo: la progressiva estinzione della piccola proprietà a causa dell’inarrestabile incedere del grande capitale. Soyalism, di Stefano Liberti ed Enrico Parenti, ci aiuta a prender coscienza che quello di Marx ed Engels non era un tentativo tra i tanti di leggere le dinamiche interne all’allora ancora relativamente giovane società capitalistica, bensì una lettura scientifica ancora tremendamente attuale. E a legittimarne la validità anche nel ventunesimo secolo c’è, ad esempio, il fatto che cinque grandi aziende controllano il mercato mondiale della soia, legume principalmente coltivato come mangime per gli animali “da allevamento”.

La questione è semplice, pur nella sua enorme complessità.

La Cina, oramai affermata potenza economica, ha visto progressivamente crescere il proprio Prodotto Interno Lordo (PIL) negli ultimi decenni. A tale crescita, ha cominciato a corrispondere un effettivo innalzamento degli standard di vita della popolazione, standard che, inevitabilmente, coinvolgono anche il modello alimentare diffuso. Come spiega bene Liberti nel suo I signori del cibo – di cui Soyalism è, in parte, una riproposizione documentaristica -:

“[La carne di] maiale in Cina non è un semplice elemento della dieta; è una questione di sicurezza nazionale. La nuova potenza mondiale deve garantire ai propri cittadini la possibilità di mangiare ogni giorno carne a prezzi abbordabili”.

E ancora:

“Il maiale, e più in generale la carne, è l’elemento dell’emancipazione dalla povertà, il segno con cui il governo centrale dimostra alla propria popolazione il suo ruolo di superpotenza”.

I cinesi, quindi, ambiscono a una dieta ricca di calorie e proteine, in linea con il modello statunitense fondato sulla “cultura dell’hamburger”, modello che, come dimostrato da David Nibert e Bill Winders nel loro Consuming the Surplus: Expanding “Meat” Consumption and Animal Oppression [di prossima pubblicazione in lingua italiana su questo blog], non ha nulla di spontaneo ma, anzi, è il risultato di precise strategie economiche volte allo smaltimento del surplus di cereali prodotto dall’accresciuta capacità produttiva figlia delle politiche del New Deal.

Come soddisfare, però, le voglie di quasi un miliardo e mezzo di cinesi con un “alimento” così dispendioso in termini di consumo di risorse? Sta qui il grosso merito di Soyalism ovvero nel tracciare in maniera chiara i movimenti di capitali e di merci, movimenti che coinvolgono il mercato cinese, ormai leader economico mondiale, gli Stati Uniti, produttore di carne per eccellenza, il Brasile, la cui Foresta Amazzonica si è ridotta di quasi un quinto negli ultimi anni per far spazio a monoculture di soia destinate a sfamare animali allevati in altri paesi, e il Mozambico, il cui governo affitta terreni ai contadini brasiliani per coltivare varietà selezionate del legume bianco.

Insomma, un enorme giro di denaro, fonte di ricchezza. E come sempre quando c’è ricchezza, a far da contraltare c’è una spropositata quantità di povertà.

In primis, la povertà dei contadini indipendenti che, non essendo in possesso dei macchinari e dei pesticidi adatti, non possono rivaleggiare con i grossi marchi. Per di più, oltre a soccombere sul piano della concorrenza sul mercato, soccombono anche su un piano collaterale: dei contadini brasiliani raccontano, infatti, di essere assaliti dagli insetti scappati dalle monoculture a causa dei pesticidi utilizzati dalle grandi aziende; pertanto, anche quel poco che riuscirebbero a coltivare ai fini della sussistenza andrebbe perso.

Poi, povertà nel senso di precarietà e dipendenza dalle oscillazioni dei mercati. Il processo di trasformazione dei proprietari di piccole aziende agricole in lavoratori a contratto a tutti gli effetti, dipendenti dalle esigenze strategiche e di bilancio del marchio padrone, fa venire alla mente un altro passo del Manifesto di Marx ed Engels:

“I tradizionali ceti medi, i piccoli industriali e negozianti e coloro che vivono di piccola rendita, gli artigiani e i coltivatori diretti, tutte queste classi sprofondano nel proletariato, in parte perché il loro esiguo capitale non basta per l’esercizio della grande industria e soccombe alla concorrenza dei capitalisti più potenti, in parte perché la loro qualificazione perde valore coi nuovi modi di produzione. Così il proletariato recluta i suoi membri a partire da tutte le classi della popolazione”.

La questione è complessa, dunque, e lo diventa ancor più se si considerano gli effetti collaterali dell’intero processo. “I padroni di queste aziende non vivono mai dove sorge la loro azienda” dice un’abitante della zona limitrofa a un allevamento negli Stati Uniti. Le comunità che si trovano ad abitare nei pressi degli allevamenti o delle piantagioni sono spesso parte di quell’esercito di inascoltati che vive sulla soglia della precarietà esistenziale e materiale.

Ciò non può non avere un impatto sul mercato immobiliare, solo apparentemente lontano dai destini dell’agribusiness: le abitazioni di quelle zone hanno, probabilmente, prezzi più bassi della media, il che significa che il mercato destina specifiche zone alle popolazioni più disagiate – e, proprio per questo, stigmatizzate nell’immaginario collettivo -, zone con scarso accesso ai servizi essenziali o, comunque, a condizioni di esistenza vivibili.

Si verifica, in poche parole, ciò che il filosofo e geografo David Harvey chiama “differenziazione residenziale”. Con questa definizione Harvey intende la costruzione di opportunità spaziali “strutturate in modo tale che gli impiegati si riproducono in quartieri impiegatizi, gli operai in quartieri operai e così via”. E gli ultimi in quartieri di ultimi, aggiungiamo noi. Vi è un conseguente riassetto abitativo attorno alle zone dove sorge questo tipo di attività. Per farla breve: quale persona con buone disponibilità economiche acquisterebbe una casa nei pressi di un allevamento da cui spruzzano merda e urina di suino sui terreni circostanti? Ecco che quelle zone diventano le uniche economicamente accessibili per le comunità più povere. Una sorta di ghettizzazione, per intenderci.

Ora viene da chiedersi: sono soltanto queste le vittime di un modello politico e produttivo che ha reso l’intero globo niente più che un mezzo di produzione destinato al collasso? Non c’è, forse, qualcun altro meritevole della nostra attenzione, qualcuno sulla cui carne vengono accumulate centinaia di miliardi di dollari ogni anno e nei cui corpi sono installati microchip per monitorare i parametri vitali al fine di ottimizzare la produzione? Che posto dobbiamo riservare ai circa settanta miliardi di animali non umani – animali terrestri, quelli marini sono “calcolati” a parte – uccisi annualmente al solo scopo alimentare?

Sì, settanta miliardi. Proviamo a immaginare le strade affollate di New York o di Tokio e a quanto non siano altro che la minuscola parte di una popolazione umana che, a breve, raggiungerà i dieci miliardi di individui. Proviamo a immaginare che, anziché umani, a passeggiare per quelle strade ci siano folle di maiali, vitelli, polli, conigli, ecc… e che siano soltanto la parte infinitesimale di una popolazione di condannati a morte grande dieci volte quella umana attuale. Che posto riservare loro?

È forse possibile continuare a concepirli come mere commodities nello stesso momento in cui si cerca di ribaltare un sistema produttivo a tal punto tentacolare ed ecocida? No, non è possibile. Così come non lo è far sì che smettano di essere materie prime e merci appellandosi ingenuamente alla compassione del singolo consumatore, lasciando peraltro intatto l’intero modello produttivo. Interessi di centinaia di miliardi di dollari non si sconfiggono invocando il buon cuore di qualcuno ma ponendo un freno definito a ciò che li scatena.

Soyalism ci dà delle indicazioni molto utili per capire l’entità del potere che siamo chiamati a combattere se vogliamo rendere migliore questo mondo per le generazioni future di umani e non umani. Ma la lotta vera si avrà solo a patto di un’alleanza, un’alleanza che sarebbe auspicabile marciasse al suono di questo invito:

Animali di tutti i paesi, unitevi!

Il documentario è visibile gratuitamente qui