Mascherina e martello: per un Primo Maggio oltre la pandemia

L’articolo 9 dello Statuto dei Lavoratori recita:

I lavoratori, mediante loro rappresentanze, hanno diritto di controllare l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca, l’elaborazione e l’attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la loro salute e la loro integrità fisica.

Pochi articoli dello Statuto sono di estrema attualità come questo. Il periodo storico che stiamo attraversando si caratterizza per una radicale messa in discussione di alcuni mantra che, attraverso politiche protrattesi negli anni, si stavano sedimentando nella coscienza collettiva.

Pensiamo al progressivo ampliamento del comparto privato della sanità, al conseguente deterioramento di quello pubblico e a come la pandemia di Covid-19 abbia messo in luce, soprattutto in Nord Italia, tutte le fragilità di un sistema che già in tempi non sospetti aveva mostrato falle e cedimenti.

Pensiamo alla carenza di DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) con cui i lavoratori e le lavoratrici della sanità (ma non solo) devono fare i conti quotidianamente, spesso elaborando soluzioni fantasiose per conciliare la propria necessità di sicurezza con l’esigenza di svolgere le proprie mansioni all’interno di un reparto adibito all’accoglienza di degenti contagiati dal Covid-19.

Pensiamo al fatto che, stando ai dati ISTAT, più della metà dei lavoratori e delle lavoratrici dell’industria e dei servizi privati non ha mai smesso di lavorare durante la pandemia; pensiamo al fatto che, da questo conteggio, sono esclusi ed escluse i lavoratori e le lavoratrici dei comparti agricolo, assicurativo e bancario, della pubblica amministrazione e dei servizi personali, cosa che farebbe schizzare molto più in alto i dati sul numero di impiegati e impiegate in piena epidemia.

Pensiamo, tornando alla sanità, alle tutele decisamente diverse di cui godono lavoratori e lavoratrici internalizzati e delle cooperative, con questi ultimi spesso maggiormente impegnati in prima linea sul fronte Covid, malgrado retribuzioni di molto inferiori rispetto ai colleghi dipendenti direttamente dall’azienda.

Fatte queste premesse, è lecito domandarsi come può la carenza di DPI accordarsi col diritto dei lavoratori e delle lavoratrici a condizioni lavorative che ne tutelino la salute e l’integrità fisica; come può anche lontanamente avvicinarsi a una misura di prevenzione del contagio la realtà di una classe lavoratrice comunque impegnata, per più della metà, sui posti di lavoro nel corso di un’epidemia che, solo in Italia, ha fin qui causato quasi trentamila morti; come può applicarsi il concetto di “tutela” a una frazione consistente di lavoratori e lavoratrici considerata di serie B, che oltre a fronteggiare le carenze strutturali di una sanità pubblica in declino, viene sbattuta a destra e sinistra in base alle esigenze delle aziende, peraltro senza neanche una misera gratificazione economica; come può estendersi ai lavoratori e alle lavoratrici in nero l’idea di “integrità fisica” nel momento in cui, a causa della diffusione del virus, anche il loro impiego precario è venuto a mancare, facendo sparire da sotto i loro piedi il terreno traballante su cui, comunque, contavano per riprodurre materialmente e immaterialmente la propria esistenza.

Questo Primo Maggio sarà necessariamente diverso: nessun concerto, nessuna passerella istituzionale utile a qualche personalità politica per fare proseliti in un clima di costante campagna elettorale, nessuna dichiarazione – si spera – da parte di affiliati a Confindustria, che si ricordano dei lavoratori e delle lavoratrici solo in occasioni del genere, mentre nei restanti giorni dell’anno architettano strategie per aumentare sfruttamento e, di conseguenza, profitti.

Questo Primo Maggio, quindi, sarà diverso e forse sarà un bene, a patto che prenda piede una riflessione totale sui nuovi assetti del mercato del lavoro, sui nuovi attori che stanno velocemente rubando la scena ai vecchi – vedi Amazon, che anche in un periodo di crisi economica, dichiara di aver visto impennare i propri guadagni, con buona pace dei lavoratori e delle lavoratrici che ne garantiscono i profitti a causa di ritmi e livelli di sfruttamento sempre più elevati -, su discorsi di stampo internazionalista che sappiano integrare la necessità della riproduzione materiale della nostra società con le sfide drammatiche che il modello capitalistico ha aperto, su tutte quella ambientale che, come dimostrato da recenti studi, non è affatto slegata dall’insorgere di questa pandemia.

È bene, perciò, impegnarsi affinché la Festa dei Lavoratori e delle Lavoratrici perda progressivamente il suo carattere gioioso e torni a rappresentare una giornata di lotta, perché se è lo stesso modello sociale in cui siamo immersi a sbatterci sull’orlo del precipizio, allora è doveroso, per le presenti e future generazioni, ribaltarlo radicalmente.