Consumare il surplus: estendere il consumo di “carne” e l’oppressione animale

Abbiamo tradotto questo lavoro di David Nibert (Dipartimento di Sociologia, Wittenberg University) e Bill Winders (Scuola di Storia, Tecnologia e Società, Georgia Insitute of technology) pubblicato diversi anni fa sull’International Journal of Sociology and Social Policy. Il testo ricostruisce storicamente il legame tra il sempre crescente sfruttamento animale e le politiche economiche dei governi statunitensi dal New Deal in poi. Un lavoro estremamente importante per comprendere la fitta trama di interessi che si cela dietro lo sfruttamento degli animali non umani e per articolare una controffensiva efficace alle azioni di un Capitale che fagocita umani, non umani e la natura intera.

Sommario

Il numero di animali allevati e macellati negli Stati Uniti a scopo alimentare è cresciuto drammaticamente dal 1945. Esamineremo il modo in cui due fattori in particolare hanno giocato un ruolo fondamentale nel determinare quest’espansione: il commercio e lo Stato. Le politiche agricole statunitensi generate dal New Deal furono incentrate sul supporto dei prezzi e sul controllo della produzione. Anche se volte a controllare l’impiego di risorse, esse stimolarono l’utilizzo di tecniche intensive e industriali in grado di generare una continua sovrapproduzione, in particolare di mais, frumento e soia. Come diretta conseguenza, Stato e associazioni di agricoltori incoraggiarono la produzione di “carne” [1] in modo da ridurre il surplus. Per controllare quest’espansione, le tecniche intensive e industriali rimodellarono il processo produttivo della “carne”, dando come risultato condizioni di vita ancor più opprimenti per gli animali allevati. Esploreremo questo legame tra il commercio, le politiche statali e l’oppressione animale; inoltre, analizzeremo brevemente come questa relazione infierisca allo stesso modo sui lavoratori e sulle nazioni periferiche dell’economia globale.

Gli attivisti per i diritti animali, denunciando il maltrattamento ai danni dei non umani, citano spesso il loro diretto consumo come cibo (Singer, 1975). Miliardi di animali non umani sono “prodotti” in condizioni vergognose, brutalmente uccisi e mangiati da un gruppo di umani relativamente privilegiato. Critiche di questo tipo tendono a focalizzarsi sull’etica e sulla moralità di pratiche simili ma, di frequente, si lasciano sfuggire le forze strutturali sociali, come ad esempio l’intrinseco legame tra un’economia di “libero mercato”, le politiche economiche governative e il consumo di animali non umani come cibo.

In questo testo esamineremo i legami tra la politica agricola statunitense ispirata al New Deal e l’espansione dello sfruttamento animale dopo il 1945. La politica agricola americana incoraggiò l’incremento del consumo di “carne” per facilitare la riduzione del surplus di cereali destinati agli animali da allevamento, specialmente il mais. Essa ha generato un incremento dell’oppressione animale in due modi. Anzitutto, è aumentato il consumo di animali, il che significa che è cresciuto il numero di quelli macellati. E poi, gli animali considerati “cibo” hanno iniziato a conoscere condizioni di sfruttamento ancor peggiori: grandi recinti affollati, diete a base di cereali coltivati anziché il pascolo, l’uso di ormoni della crescita, minore aspettativa di vita, modelli di crescita chimicamente alterati e macellazioni ispirate al funzionamento della catena di montaggio. La produzione di “bestiame” è divenuta sempre più scientifica ed è cresciuto anche l’utilizzo della tecnologia (vedi Finlay, di prossima pubblicazione; Thu e Durenberger, 1998). Noi sosteniamo che l’economia di mercato espansiva, guidata dalla ricerca di profitto, stia alla base di ogni aspetto dello sfruttamento animale e che questo sviluppo venga alimentato e mantenuto dalle politiche statali.

L’incremento del consumo di “carne” non ha soltanto accresciuto il danno per gli animali non umani ma anche per l’ambiente, per i lavoratori e per la salute dei consumatori (Rifkin, 1992; Schlosser, 2001). Questo intreccio di oppressioni coinvolge molti gruppi subalterni, dimostrando la portata dei danni provocati dal capitalismo e gli effetti ad ampio raggio delle politiche statali. Alla base delle politiche agricole statunitensi sta l’imperativo capitalista dell’espansione e la questione del potere.

Capitalismo, Stato e agricoltura

Il legame tra l’economia di mercato, lo stato e lo sfruttamento animale ha una lunga storia (Nibert, 2002). Sebbene ciò venga spesso ignorato dagli attivisti per i diritti animali della fine del ventesimo secolo, la coscienza dell’esistenza di questo legame è di fondamentale importanza per comprendere l’espansione dell’oppressione di animali ritenuti adatti al consumo. Sia la natura espansiva del capitalismo (Polanyi, 1944) che il ruolo dello Stato nel facilitare l’accumulazione di capitale (Baran e Sweezy, 1966), sono stati centrali nell’espansione dell’oppressione animale nel ventesimo secolo. La politica agricola ricoprì un ruolo di fondamentale importanza nella relazione dello Stato e del mercato con lo sfruttamento animale.

La politica agricola statunitense del ventesimo secolo è emersa dal tumulto economico degli anni venti e trenta, quando le forze capitaliste del “libero mercato” spinsero per la meccanizzazione e la concentrazione della produzione agricola, rovinando i guadagni degli agricoltori. Alla radice di tale crisi c’era la sovrapproduzione di cotone, cereali e foraggio. I prezzi agricoli crollarono drammaticamente tra il 1926 e il 1932: il mais passò da 74 a 32 centesimi a bushel, il grano da 1,22 dollari a 38 centesimi a bushel e il cotone da 13 centesimi a 6 centesimi a libbra (Hosen, 1992:272). Allo stesso modo, i guadagni lordi del comparto agricolo crollarono da circa 14 miliardi di dollari ad appena 6 nel 1932 (Hosen, 1992:270). Produzione agricola e comunità rurali uscirono devastate da questa instabilità economica.

Gli “Agricultural Adjustement Acts” (1933,1938) – inseriti nell’ambito delle politiche del New Deal – provarono a porre rimedio a una tale sovrapproduzione regolamentando la gestione delle scorte. Queste leggi erano costituite da due politiche chiave: supporto dei prezzi e controlli sulla produzione. Il supporto dei prezzi, sostanzialmente, garantiva dei prezzi minimi per alcune merci ma, per far sì che ciò potesse verificarsi, agli agricoltori era richiesto di aderire ai programmi per limitare la loro produzione. Tali politiche avevano due obbiettivi: il primo era ridurre le scorte di prodotti agricoli come i cereali, mentre il secondo era aumentare i guadagni. Se le politiche agricole del New Deal ebbero successo per quanto riguarda il secondo dei due obbiettivi, altrettanto non si può dire dei risultati che ottennero in relazione al primo. Infatti, la combinazione di supporto dei prezzi e controllo sulla produzione incoraggiò una maggiore produttività, scatenando una crescita dei surplus agricoli.

La Figura 1 mostra l’andamento della produzione e della produttività di mais negli Stati Uniti dal 1920 al 1995. Mentre queste furono relativamente stazionarie nel corso degli anni venti, dopo il 1940 schizzarono alle stelle. La produttività di grano e soia mostrò un trend simile (Winders, 2001). Il rendimento del mais crebbe da una media di 26 bushel per acro nel 1925-29, a 39 nel 1948-52, fino a 62,5 nel 1960-64. La combinazione di supporto dei prezzi e controllo sulla produzione stimolò questa “seconda rivoluzione agricola”. La politica federale limitava agli agricoltori la quantità di terra utilizzabile per la produzione, non la quantità di prodotti che su quella stessa terra si poteva potenzialmente produrre. Dal momento in cui gli agricoltori ricevettero prezzi artificiosamente alti per ciò che producevano, questi ottimizzarono i loro profitti intensificando la produzione su quell’area limitata.

Nuove tecnologie come la meccanizzazione, i fertilizzanti chimici e le sementi ibride (mais) furono fondamentali per questo sviluppo. (Matusow, 1967; Rasmussen, 1962). Il supporto dei prezzi da parte del governo favorì l’industrializzazione dell’agricoltura attraverso la preventiva immissione di denaro a beneficio dei contadini poveri, cosa che permise a molti di acquistare nuove tecnologie in grado di incrementare la produttività. Il totale dei pagamenti del governo agli agricoltori si aggirò intorno ai 6,5 miliardi di dollari dal 1935 al 1945, ai 3,6 miliardi dal 1946 al 1956 e ai 19,4 miliardi dal 1957 al 1967 (USDA 1967:570, Tabella 690). I guadagni totali del settore agricolo crebbero da 10 miliardi di dollari nel 1935, a 25 miliardi nel 1945, a 33 miliardi nel 1955, fino a 45 miliardi nel 1965 (USDA, 1967: 570, Tabella 690).

Dal momento che gli agricoltori investirono in nuove tecnologie, anche le spese di produzione aumentarono costantemente: da 5 miliardi di dollari nel 1935 a 13 miliardi nel 1945, a 22 nel 1955 fino a 31 nel 1965 (USDA, 1967:570, Tabella 690). Ciò, a sua volta, facilitò la concentrazione dei processi agricoli, dato che non tutti i contadini disponevano delle risorse economiche per tenersi al passo con le nuove scoperte. Ironicamente, l’avvento di molte delle nuove tecnologie che presentarono problemi per le politiche di gestione delle risorse fu facilitato dallo Stato: “… mentre la CCC [Commodity Credit Corporation] lottava contro i surplus, gli enti di ricerca del Dipartimento [di Agricoltura] sviluppavano modi sempre più efficienti per aumentare i raccolti” (Matusow, 1967:127).

Le politiche di gestione delle scorte che emersero dal New Deal, unite all’accresciuta capacità delle nuove tecnologie, spronarono una crescita drammatica della produttività (per acro) e della produzione nel suo complesso. Il surplus di cereali divenne un problema cronico. La gestione delle risorse fallì grandemente nel suo obbiettivo di controllare la produzione; gli agricoltori, perciò, iniziarono a cercare soluzioni alternative al problema della sovrapproduzione, ed espandere il consumo di carne rappresentava un’opzione allettante.

Potere economico e politica statale

Mentre la Seconda Guerra Mondiale e la ricostruzione postbellica in Europa aiutarono a consumare il surplus di cereali statunitensi in un periodo limitato, molte associazioni di agricoltori temevano un eventuale ritorno alla sovrapproduzione. Nonostante ciò, alcune di queste – come l’American Farm Bureau Federation – si opposero a ulteriori politiche di gestione delle risorse, sostenendo che la risposta era incrementare la domanda e il consumo di prodotti agricoli [2]. Il controllo della produzione soffocava, di fatto, la tendenza espansionistica del capitalismo, limitando potenzialmente i profitti, cosa che non rientrava tra gli interessi di queste organizzazioni. La soluzione era quindi ovvia: far aumentare il consumo di “carne”.

I coltivatori di mais, in particolare, approvavano questa via. Allan Kline, presidente della AFBF, prima del Congresso del 1949, ammise: “Siamo interessati a provare a sviluppare politiche e programmi che evitino i gravosi surplus di cereali promuovendo il passaggio dell’accresciuta produzione di foraggio in un maggiore sviluppo dell’allevamento (U.S. House, 1949:436). I due principali prodotti agricoli della cosiddetta Corn Belt (Cintura del granturco) – mais e soia – sono la base del foraggio per il bestiame. L’idea, alla fine degli anni ’40, era che esisteva un ampio margine per espandere il consumo di “carne”.

Concentrarsi sul consumo di “carne” fu un modo particolarmente efficiente di controllare i surplus di cereali. Kline fece notare che “per nutrire le persone con prodotti animali servono sette volte gli acri che servirebbero se quelle stesse persone si nutrissero di cereali” (U.S. House 1949:437). I coltivatori di mais avrebbero potuto espandere – piuttosto che limitare – la produzione se la quantità di bestiame allevato fosse cresciuta. 

Questa soluzione fu ancor più attraente, per gli agricoltori, dato che la produzione di “carne” rappresentava una produzione di “grande valore”, in grado di garantire maggiori profitti rispetto alla produzione di cereali. Ciò era vero, in particolare, nella Corn Belt, dove i produttori beneficiarono senza alcun dubbio dell’espansione del consumo di “carne”: “I produttori di mais… non traggono i loro guadagni direttamente dalla vendita del loro raccolto. In fin dei conti, tra l’85 e il 90% del mais prodotto è venduto sotto forma di bestiame e di prodotti d’allevamento” (Testimonianza di Kline, U.S. House, 1949:438). Per di più, come rileva Matusow (1967:136), “dato che la domanda di carne è elastica (ovvero le vendite salgono più che proporzionalmente all’abbassarsi dei prezzi), molti agricoltori avidi non hanno riscontrato vantaggi dalla limitazione delle scorte in vista del mantenimento di prezzi alti.” Perciò, i produttori di mais favorirono politiche che avrebbero facilitato l‘espansione della produzione di cereali destinati all’allevamento.

Come supplemento alle politiche di gestione delle risorse, lo Stato iniziò a promuovere la produzione e il consumo di “carne” in due importanti modi. Per prima cosa, sostenne la produzione di “carne suina” attraverso il supporto dei prezzi, cosa che incoraggiò gli allevatori ad espandere la “produzione” di maiale. In secondo luogo, supportò e condusse ricerche per rendere la produzione di “bestiame” maggiormente efficiente e industrializzata.  Proprio come con la produzione agricola, gli enti di ricerca dell’USDA promossero l’industrializzazione e la modernizzazione del settore dell’allevamento. Anche le università che beneficiavano della concessione di terreni portarono avanti ricerche per migliorarne la produttività. Come diretta conseguenza, la produzione industriale di altri animali per il consumo umano aumentò vertiginosamente dopo il 1945. Il numero di mucche macellate negli Stati Uniti crebbe da circa 21 milioni nel 1945 a 43 milioni nel 1975. Inoltre, questo dato non tiene conto che anche il peso delle mucche macellate aumentò significativamente in questo periodo. Un numero maggiore di bovini veniva macellato ma questi bovini erano anche più grandi, cosa che rese il processo ancor più redditizio.

Aumentata la produzione, lo stesso avvenne per il consumo di “carne”. La Figura 2 mostra il consumo pro capite di “manzo”, “maiale” e “pollo” negli Stati Uniti dal 1930 al 2000. Se il consumo pro capite di maiale è rimasto relativamente stazionario in questo periodo, quello di carne bovina è aumentato significativamente a partire dagli anni 50’. Il consumo pro capite di “pollo” è cresciuto gradualmente fino alla fine degli anni 70’, quando è aumentato ancor più rapidamente.

Skaggs (1986:166) rileva come l’aumento del consumo pro capite di carne si sia registrato parallelamente a un enorme incremento della popolazione statunitense: nel 1976, “… la popolazione era cresciuta del 64%, con un numero stimato di 218 milioni di persone, dalle circa 132,5 milioni del 1945. Pertanto, non solo crebbe il numero di consumatori di carne rossa ma, individualmente, essi ne mangiavano di più.”  Se anche il consumo pro capite di “carne” fosse rimasto costante, la crescita rilevante della popolazione indica che il numero di animali allevati e macellati per il consumo umano sarebbe comunque cresciuto drammaticamente.

Maurer (2002:14-15, corsivo nell’originale) evidenzia che, con l’aumento del consumo, “anche il tipo di carne consumata è gradualmente cambiato – dal maiale al manzo e ora dal manzo al pollo.” Come vedremo tra poco, questo passaggio dalla produzione di “manzo” a quella di “pollo” significò un generale aggravarsi dell’oppressione animale nell’industria. Maurer (2002) osserva anche che la scelta del tipo di carne è per buona parte indotta dal prezzo (per esempio, il prezzo del “maiale” rispetto a quello del “manzo” o del “pollo”). La tendenza del trattamento riservato agli altri animali e di cui parleremo più avanti – tendenza che vede un peggioramento delle loro condizioni – è un elemento importante della competizione all’interno del mercato capitalistico. Le modifiche ai metodi e alle strutture grazie ai quali la produzione di “carne” si rende possibile, sono un prodotto della corsa all’abbattimento dei costi, all’aumento della produzione e all’abbassamento dei prezzi rispetto ad altri tipi di “carne”.

Il consumo di “carne” crebbe, nella seconda metà del ventesimo secolo, sia negli Stati Uniti che in altri paesi benestanti. Ad esempio, il consumo in Giappone è cresciuto grandemente: “Dal 1965 al 1995, il Giappone ha visto crescere l’annuale consumo di carne da 6,4 Kg a 30,7 kg per abitante” (MHR Viandes, 1997). Il consumo mondiale di “manzo” è cresciuto da meno di 20 kg a persona nel 1950 a quasi 40 nel 2000 (Worldwatch Institute, 2003). La produzione e il consumo di “pollo” hanno registrato l’incremento più rilevante.

Questo aumento del consumo di altri animali come cibo ha aiutato ad alleviare il problema del surplus di cereali – cereali che potrebbero nutrire milioni di esseri umani in tutto il mondo. Ma esso è anche centrale per il valore economico della produzione agricola statunitense. Gli incassi di “manzo” e “maiale” aumentarono con la produzione. Durrenberger e Thu (1996:409) affermano che: “La produzione di carne suina… è la pietra angolare dell’economia agricola dello Iowa.” I maggiori profitti della “carne” rispetto a quelli derivati dalla produzione di cereali sono alla base dell’espansione del consumo di “carne”.

Come risposta alle crisi di sovrapproduzione agricola nel corso della Grande Depressione, lo Stato varò politiche di gestione delle risorse dimostratesi sostanzialmente inefficienti. Incrementare il consumo di “carne” è in seguito diventata la principale soluzione per il crescente surplus di cereali, volta a ridurre il surplus e a far impennare i profitti. Tuttavia, questa soluzione ai problemi dell’agricoltura capitalistica ha avuto effetti devastanti sugli altri animali, condannati a sopportare i processi d’industrializzazione delle pratiche di allevamento.

Espandere l’oppressione

Mentre l’agribusiness statunitense e lo Stato lottavano contro la sovrapproduzione e l’imperativo capitalistico della crescita, le loro soluzioni e le loro politiche intensificavano i livelli delle varie tecniche di sfruttamento. La sofferenza inflitta agli altri animali è cresciuta in maniera direttamente proporzionale all’incremento del loro consumo come cibo. Anche i lavoratori dell’industria della “carne” hanno sofferto dell’aumento del numero di animali uccisi dentro i mattatoi: le ricerche per aumentare i profitti hanno portato a tentativi di riduzione dei costi del lavoro. L‘espansione dell’industria della “carne” ha costretto alla migrazione coloro che praticavano l’agricoltura di sussistenza, le popolazioni indigene, gli animali selvatici e altri popoli vulnerabili delle nazioni del Terzo Mondo.  Per di più, i consumatori di “carne” stanno pagando un caro prezzo per questa dieta opprimente e distruttiva, un prezzo che va a incidere direttamente sulla qualità della loro stessa salute.

Allevare gli altri animali come cibo

Le condizioni degli altri animali allevati per la loro “carne” hanno registrato drammatici cambiamenti dal 1945. Come detto, le politiche di gestione delle risorse hanno aumentato i guadagni e i capitali agricoli, permettendo alle grandi aziende di investire in tecnologie utili (es. fertilizzanti chimici, trattori) per la produzione di raccolti e di “bestiame”. Le aziende agricole sostituirono, in misura sempre maggiore, i metodi tradizionali di produzione della “carne” (Finlay, di prossima uscita; Singer, 1975; Coats, 1989). Tra il 1945 e il 1960, la maggior parte dei polli, dei tacchini e dei maiali sparì dai recinti e dai pascoli nelle zone rurali per spostarsi al chiuso, al fine di essere sottoposta a operazioni ancor più restrittive, accelerate e centralizzate, le cosiddette CAFOs (Concentrated Animal Feeding Operations). Queste tecniche di “abitazione” scientificamente sviluppate non sono altro che rimedi diabolici se consideriamo la natura dei maiali. Finsen e Finsen (1994:11) osservano:

Quando ne hanno l’opportunità, i maiali formano gruppi sociali stabili, costruiscono rifugi comuni, usano aree in cui espletare gli escrementi a una certa distanza dai loro rifugi e praticano una vita attiva andando a grufolare nei boschi. Negli allevamenti intensivi, però, molte di queste attività sono impossibili (1994:11)

I maiali allevati per il consumo affrontano una reclusione angosciante nelle CAFOs e molti di loro “non vedono la luce del giorno” (Durrenberger e Thu, 1996:410). In queste condizioni di cattività affollata, asettica e innaturale, le loro esperienze – dall’atto del mangiare alla qualità dell’aria che respirano, fino all’esposizione alla luce artificiale – sono interamente controllate (spesso in maniera del tutto automatica) al fine di sfruttare al meglio la loro massa fisica prima di essere crudelmente condotti al macello per essere uccisi.

Le femmine di maiale, recluse allo scopo di partorire continuamente cuccioli, sono imprigionate in recinti talmente piccoli da non riuscire nemmeno a girarsi. In realtà, quando danno alla luce e allattano i propri piccoli, esse sono costrette all’interno di gabbie da parto che compromettono ulteriormente le loro capacità di movimento – restrizioni, queste, che in molte combattono per ore. In diversi casi, poco dopo la nascita, i cuccioli di maiale sono allevati da una “scrofa automatica” in modo tale che la loro vera madre possa essere nuovamente inseminata per “produrre” nuovi cuccioli ancor più in fretta. L’esistenza di queste femmine di maiale è ridotta a quella di mere “macchine riproduttrici” (Fox, 1990:26-27). Questa forma di controllo, così innaturale e stressante, è stata realizzata per coordinare la nascita e la “produzione” di suini col mercato della “carne”, incentrato su una produzione stabile e costante (Finlay, di prossima pubblicazione). Michael W. Fox afferma: “Queste condizioni scioccherebbero scandalisti come Upton Sinclair molto più di qualsiasi altra cosa abbiano effettivamente immaginato accadesse nei mattatoi di Chicago all’inizio del novecento” (Fox, 1990:30).

A partire dal 1945, anche la maggior parte dei polli ha dovuto subire condizioni estreme di reclusione, deprivazione e sofferenza. Allo stesso modo dei maiali, essi non hanno possibilità di esperire alcun tipo di vita per loro naturale. Le galline recluse allo scopo di produrre uova sono ammassate in piccolissime gabbie per l’allevamento in batteria, accatastate dal pavimento fino al soffitto. Le minuscole gabbie, ognuna delle quali tiene imprigionati dai quattro ai cinque uccelli, hanno il pavimento inclinato per permettere il recupero automatico delle uova.

I comportamenti patologici generati da questo stato di reclusione sono in qualche modo compensati dal mantenimento, per lunghi periodi, in una condizione di oscurità (o semioscurità) e dalla rimozione del becco, una pratica estremamente dolorosa. Le galline sono spesso sottoposte alla “muta forzata”, una procedura che prevede la completa privazione di luce e cibo per circa due settimane. Se per alcune galline queste pratiche si traducono in un incremento della produzione di uova, per altre fanno da apripista ad una morte lenta e straziante. In natura, esse vivono anche più di sette anni; nelle gabbie in batteria, però, la loro esistenza si riduce a 12 o 24 mesi (Finsen e Finsen 1994:11). Gli esemplari che sopravvivono agli orrori delle gabbie in batteria, non appena la loro produzione da “macchine di uova” diminuisce, sperimentano una morte orrenda nei mattatoi. Il brutale trattamento che subiscono nel passaggio alla “catena di smontaggio” dà come risultato fratture alle ossa nel 30 o 40 percento dei casi (Marcus, 1998:108).

I pulcini maschi sono considerati un mero sottoprodotto del tentativo di creare un maggior numero di “galline da batteria” disponibili e, per tale motivo, vengono separati dal resto. Sono in seguito sottoposti a una morte violenta per soffocamento o schiacciamento, macinati all’interno del “mangime” e, spesso, dati in pasto alle galline. Gli altri vengono fatti riprodurre come “polli alla griglia” o produttori di “carne”. Questi uccelli sono stati modificati dalla “scienza” – in gran parte per mezzo di università statali degli Stati Uniti, beneficiarie di concessioni di terreni – per crescere velocemente ed essere mandati a morire nei mattatoi tra le sei e le otto settimane dalla nascita. Molti sono mostruosamente deformi a causa di tecniche volte a incrementare la quantità di “petto”, al punto che non riescono a camminare o, addirittura, a reggersi in piedi. “Oggi, i polli di otto settimane hanno sette volte più muscoli dei polli di nove settimane di venticinque anni fa” (Marcus, 1998:109).

Michael W. Fox (1980:28-29) osserva:

Con tutta questa tecnologia altamente sviluppata, gli animali non sono che unità di produzione: input (alimentazione, costi, ecc…) e output (prestazioni) sono manipolati e controllati con l’obbiettivo principe di minimizzare i primi e massimizzare i secondi. Durante il processo gli animali non sono più percepiti come esseri viventi: essi non sono che biomacchine da allevamento che processano e convertono diversi materiali in proteine animali destinate al profitto umano e al piacere gastronomico.

A differenza della carne di maiale e di pollo, quella di mucca era tradizionalmente consumata dalle classi più agiate a causa degli alti costi associati alla sua produzione. Tuttavia, le agevolazioni statali per i surplus di cereali ridussero considerevolmente le spese, portando alla vendita di mangimi a prezzi accessibili. Il calo dei costi di produzione favorì l’emergere del consumo di massa della “carne di manzo” e, di conseguenza, della “cultura dell’hamburger”.

Allevati come “bovini da carne”, i vitelli vengono strappati alle loro madri e portati in recinti da ingrasso in cui la loro taglia viene aumentata il più rapidamente possibile. Questa separazione è un’esperienza traumatica sia per i vitelli che per le madri. L’emotività delle mucche colpisce coloro che si ritrovano ad essere testimoni di queste separazioni (Lovenheim, 2002).  Gold (1995:33) porta alla luce un esempio di sofferenza degli “animali da allevamento” nel seguente e toccante episodio che riguarda un vitello.

Un allevatore ha raccontato come alcuni vitelli muoiono a causa della “nostalgia di casa” non appena vengono venduti a un’altra fattoria. Egli spiega come, una volta, fu chiamato per dare un’occhiata a una mucca malata che aveva venduto quattordici giorni prima: la trovò “distesa, incapace di alzarsi, emaciata e con degli orrendi occhi incavati”, nonostante “il buon cibo e l’acqua fresca posti di fronte a lei”. La mucca fu caricata su un camion e portata, con un viaggio di tre ore, alla sua “casa” originale. Una volta lì, fu spostata dalla posizione sdraiata in cui stava in modo da poter sporgere la faccia fuori dal camion. L’allevatore descrive cosa avvenne dopo:

“Ebbene, miracolo dei miracoli: lei aprì gli occhi, riconobbe ciò che la circondava, fece forza sulle ginocchia e si lanciò giù dalla rampa verso il suolo. Una volta scesa, accettò dell’acqua da un secchio, scosse i polmoni e lanciò un muggito. Una mucca in una stalla lì vicino le rispose.”

Gold nota come il vitello ebbe una veloce convalescenza. Questi individui sensibili, relegati al ruolo sociale di “mucche da carne” (Nibert, 2002), vengono trasportati su terreni aridi e affollati dove sono nutriti con diete ricche di granoturco, solitamente integrate con ormoni della crescita. Simili diete sono innaturali per loro e generano seri problemi di digestione, di solito trattati con pesanti dosi di antibiotici. Inoltre, sono spesso soggetti a castrazioni dolorose, decornificazione e marchiatura prima di essere pungolati e costretti sui camion diretti al mattatoio.

Le mucche sfruttate per il loro latte sono rinchiuse in recinti sempre più piccoli – di solito con poca ombra per ripararsi dal sole – o in baracche col pavimento in pendenza; vengono ingravidate per garantire una continua produzione del loro latte. Come i loro fratelli nei recinti da ingrasso, la loro dieta è accuratamente programmata per massimizzare la produzione di latte e minimizzare le infezioni. Nel momento in cui la loro capacità produttiva diminuisce sono spedite al macello, in cui vengono invisibilmente trasformate in “carne di manzo”. Gran parte dei loro cuccioli maschi andrà incontro all’orribile destino della “scatola per vitelli”, in cui vivrà isolata e immobilizzata per circa sedici settimane prima di essere mandata al macello.

Malgrado la narrazione dei rappresentanti dell’industria della “carne”, le esperienze degli altri animali all’interno dei mattatoi sono governate dagli stessi calcoli economici che regolano la produzione di mangimi e il loro stesso trattamento come unità di produzione. Il trattamento umano – un vero e proprio ossimoro quando gli individui sono mandati a morire – è ridotto al minimo nelle quotidiane attività dei mattatoi. Anche se gli Stati Uniti hanno approvato lo Humane Slaughter Act nel 1960, le regolamentazioni sono minime e l’unica procedura di applicazione allegata è stata la facoltà degli ispettori di fermare l’ignobile “catena di smontaggio” fino alla risoluzione di un eventuale problema. Gli ispettori che provano ad applicare un pur così debole strumento legislativo sono spesso tormentati dai padroni dei mattatoi e multati dai superiori del Dipartimento di Agricoltura degli Stati Uniti (Nibert, 2002). L’orribile trattamento subito dagli altri animali all’interno dei macelli americani va dal brutale pungolamento e manipolazione allo scuoiamento ed ebollizione di individui pienamente coscienti (Eisnitz, 1997; Warrick, 2001).

Più recentemente, aziende agricole e industria della carne sono cresciute in modo ancor più intenso (Heffernan, 1998; Thu e Durrenberger, 1998). Per esempio, l’”allevamento di maiali” è diventato sempre più intensivo e “un maggior numero di maiali sono concentrati attorno a un minor numero di operazioni” (Stretesky, Johnston e Arney, 2003:232).

Ciò muove in direzione di un’industrializzazione della produzione zootecnica incentrata sulla manipolazione degli altri animali e del loro ambiente naturale, con l’obbiettivo di incrementarne l’efficienza, le economie di scala e il rendimento economico. È la totale mercificazione degli animali come beni da acquistare e vendere nella maniera più produttiva ed efficiente possibile – in linea con le richieste del mercato (Polanyi, 1944). Dietro questo processo di mercificazione vi sono le politiche statali che hanno agevolato i surplus di cereali e che hanno, allo stesso tempo, permesso e richiesto l’espansione del consumo di “carne” e l’industrializzazione della produzione zootecnica.

Logorare i lavoratori e le lavoratrici

L’industrializzazione della produzione zootecnica ha avuto effetti negativi anche sui lavoratori e le lavoratrici. Con la crescita del numero di altri animali mandati al macello, le condizioni lavorative di quelli preposti alla loro uccisione sono peggiorate. Una conseguenza dell’incremento del numero di animali da “processare” è la maggior concentrazione dei produttori. Come ha dimostrato Heffernan (1998:50, Table 1), le quattro più grandi aziende di trasformazione di “pollo”, “manzo” e “maiale” controllano, rispettivamente, il 55, 87 e 60 percento dei processi di macellazione. Una tale concentrazione del mercato getta le basi per economie di scala ancor più grandi e, quindi, per la possibilità di processare un maggior numero di animali da macellare.

Contemporaneamente, è avvenuto un rimodellamento delle condizioni lavorative all’interno dei mattatoi. Schlosser (2001) nota che l’industria della carne ha implementato efficienza e organizzazione razionale al fine di creare un processo che non necessiti di operai specializzati. Questa de-specializzazione è stata un primo passo verso l’indebolimento dei sindacati nell’industria (Fink, 1998). Negli ultimi trent’anni, i giganti emergenti nel settore della lavorazione – Iowa Beef Processing (IBP – ora Tyson Fresh Meats), Cargill (Excell) e Con-Agra (Montfort) – hanno spostato i mattatoi nelle zone rurali degli stati del “diritto al lavoro” ovvero anti-sindacali. (Rifkin, 1992). Per ridurre ulteriormente la resistenza dei lavoratori alle condizioni di abuso e ai bassi salari, le aziende impiegano lavoratori immigrati (Fink, 1998; Hedges e altri, 1996).

Le misure volte all’indebolimento dei sindacati hanno permesso alle aziende di aumentare l’efficienza e la produttività all’interno del mattatoio (ad esempio, uccidendo più animali in minor tempo) attraverso l’ottimizzazione della produzione e l’accelerazione dei processi. Rifkin (1992:128) osserva: “Il ritmo è frastornante. I lavoratori, adesso, fanno migliaia di “tagli” al giorno in mattatoi che processano 300 capi di bestiame ogni ora. Alcuni “tagliatori” sono costretti a fare circa cinque tagli ogni quindici secondi”. L’uccisione di più animali a un ritmo più elevato ha portato a condizioni più pericolose e stressanti per i lavoratori, oltre che per gli animali. Un esempio di questo è il fatto che l’industria della carne ha fatto registrare, per lungo tempo, uno dei più alti livelli di infortunio tra tutte le industrie statunitensi (Eisnitz, 1997; Fink, 1998; Hedges e altri, 1996; Schlosser, 2001).

Chiaramente, l’aumento del numero di animali mandati al macello è stato reso possibile dalle politiche di gestione delle risorse, le quali hanno stimolato la produzione cronica di surplus di cereali e incoraggiato l’espansione del consumo di “carne”.

Consumare le periferie

Dato che questo processo non si è arrestato, sempre più aree dell’economia mondiale sono state condotte all’interno della cosiddetta “commodity chain” per fornire risorse, manodopera e mercati ai giganti dell’agribusiness e per la vendita altamente redditizia di “carne”.

Quali sono le implicazioni per le nazioni del Terzo Mondo che adottano questo sistema di allevamento e produzione? Prima di tutto, questi metodi allargano ulteriormente l’oppressione ai danni degli altri animali. Non soltanto sta aumentando il numero di quelli costretti a sopportare trattamenti atroci e morte prematura per rifornire di “carne” la popolazione relativamente benestante del mondo, ma un numero inquantificabile viene ucciso, direttamente o indirettamente, con la distruzione di boschi e foreste per permettere una crescita continua del gigante agribusiness.

In secondo luogo, l’allargamento della “produzione di bestiame” alle nazioni della periferia del mondo ha ulteriormente aggravato il loro status neocoloniale. Ad esempio, essa è cresciuta enormemente in America Centrale, dove, a partire dal 1960, “più del 25 percento delle foreste… è stato “ripulito per creare pascoli in cui far brucare i bovini” (Rifkin, 1992:192). Per di più, ha costretto allo spostamento contadini e piccoli produttori, concentrando ancor più la proprietà dei terreni. Le politiche statali di molti paesi del Sud e dell’America Latina – politiche supportate da istituzioni controllate dagli Stati Uniti come, ad esempio, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale – hanno facilitato questi processi al fine di incrementare le entrate dalle esportazioni (Rifkin, 1992; Mendes, 1992). Quando grandi masse di umani delle periferie o delle nazioni Terzo Mondo si oppongono a queste politiche e a queste pratiche, i loro movimenti per un’economia e una politica democratiche vengono repressi e distrutti dalle politiche economiche statunitensi o dall’esercito, spesso con un considerevole supporto da parte dell’esercito americano e della C.I.A. (Blum, 1995; Brockett, 1990; Nelson, 1980).

Il surplus di cereali che ha generato un vasto incremento della produzione e del consumo di “carne” ha anche contribuito a crescenti crisi di malnutrizione, fame e carestie in tutto il mondo, oltre che a problemi cronici di salute e morti premature che affiancano l’aumento dei livelli di consumo di “carne”, comunque promosso da una continua raffica di pubblicità, specialmente nei paesi del G7. Oltretutto, le molte forme di distruzione ambientale ed esaurimento delle risorse associati all’agricoltura controllata dai grossi monopoli stanno causando danni irreparabili (Tilman e altri, 2001; Nibert, 2002).

Conclusione

La considerevole espansione della produzione di soia e cereali (“foraggio per il bestiame”) dopo il 1945 ha creato un problema al tempo stesso economico e politico: cosa fare del surplus risultante? Le associazioni agricole, in particolare quelle stanziate nella Corn Belt, hanno tentato di espandere l’uso delle coltivazioni per la “produzione di bestiame”. Tale scelta politica ha posto la produzione di “carne” in una direzione in parte sovvenzionata dalle politiche statali sotto forma di supporto dei prezzi: l’industrializzazione dell’agricoltura. Il risultato è stato un numero sempre maggiore di altri animali fatti crescere in ambienti sempre più artificiali e oppressivi; più animali sono stati macellati per il consumo, a danno delle popolazioni dei paesi industrializzati; i lavoratori dell’industria della “carne” hanno iniziato a soffrire per il deterioramento delle loro condizioni; queste condizioni sono state esportate ovunque nell’economia mondiale, costringendo allo spostamento masse di umani e di altri animali e facendo crescere velocemente i livelli di devastazione ambientale e di esaurimento delle risorse. (Mentre, in Europa, alcune delle peggiori forme di maltrattamento degli altri animali in agricoltura sono state in parte riviste da alcune riforme, negli Stati Uniti l’agribusiness si è fortemente opposto a simili legislazioni e regolazioni.)

Significativamente, queste condizioni esistono in larga misura a causa della definizione degli altri animali come merci e cibo, un costrutto sociale esacerbato dalle dinamiche fondamentali del mercato capitalistico – corsa al profitto, espansione e accumulazione di capitale – e dal ruolo dello Stato nel supportare un tale mercato. Senza il riconoscimento del legame tra il modo di produzione capitalistico e l’oppressione animale, sia gli attivisti per i diritti animali che quelli per i diritti umani si troveranno di fronte ostacoli sempre più grandi nella lotta contro tutte le forme di oppressione tra loro connesse.

Note finali

[1] Parole ed espressioni denigratorie nei confronti degli altri animali ed eufemismi tendenti a mascherare la realtà dell’oppressione (come il termine “carne”, che nasconde la realtà dei corpi morti degli altri animali utilizzati come cibo) sono posti tra virgolette. Se è vero che ciò potrebbe rendere il testo in qualche modo strano, è da preferire l’uso di un linguaggio meno problematico che implicitamente supporta disposizioni oppressive.

[2] Le organizzazioni degli agricoltori del Sud e della Wheat Belt supportarono le politiche di gestione delle scorte ma quelle della Corn Belt – in particolare il Farm Bureau – spinsero per l’allargamento della produzione (vedi Winders, 2001).