Anche l’alimentazione è una questione di classe

Per mantenere un buono stato di salute, e avere un sistema immunitario efficiente, è bene cucinare partendo da materie prime non trasformate, non trattate con pesticidi, non provenienti da allevamenti intensivi e che non contengano additivi, zuccheri o eccesso di sale

È questa la conclusione di Coronavirus, come incide la dieta sulla forza del sistema immunitario, articolo di Milena Gabanelli, in collaborazione con Renata Alleva, specialista in Scienza dell’alimentazione all’Università di Bologna, apparso sul Corriere della sera lo scorso 7 Maggio.

Le tesi sviluppate all’interno del testo sono scientificamente impeccabili; insomma, chi avrebbe il coraggio di contraddire l’assunto secondo il quale, trovandosi circa il 70\80% delle cellule immunitarie nell’intestino, la cosa migliore da fare per mantenersi in salute sarebbe variare il più possibile gli alimenti e introdurre nutrienti di buona qualità? Il grosso problema di questo articolo non sta certo nella legittimità delle tesi che avanza, quanto nella ristretta fetta di pubblico\consumatori a cui si riferisce.

Non serve essere esperti di mercato per sapere che gli alimenti provenienti da agricoltura biologica hanno un costo considerevolmente più alto di quelli trattati con pesticidi. Non serve certamente essere dottori in scienze dell’alimentazione per intuire che alimenti imbottiti di conservanti e additivi non possiedono le stesse proprietà benefiche del prodotto fresco. Non serve, pertanto, un dottorato in sociologia per riconoscere l’esistenza di due classi sociali ben distinte: quella che ha facile accesso al cibo di qualità e quella che deve ripiegare su uno spettro di alimenti decisamente meno genuini.

Prendiamo come esempio qualche dato.

Il rapporto redatto da Ismea intitolato Bio in cifre 2019 evidenzia come esista una grande discrepanza di consumo di alimenti biologici tra Nord e Sud del paese. Nel primo semestre del 2019, infatti, circa il 63% delle vendite totali di prodotti biologici ha riguardato il Nord Italia (Nord-est e Nord-ovest) mentre solo il 12% ha riguardato il Sud. A metà strada il Centro con il 25%.

Non è certamente un caso che questi numeri siano quasi del tutto sovrapponibili a quelli riguardanti il reddito medio pro capite in Italia. Infatti, se nella provincia autonoma di Bolzano il reddito medio pro capite è di circa 26 mila euro l’anno, in Calabria è di appena 12,7 mila euro.

Si potrebbe far notare che al Sud il costo della vita è inferiore rispetto al Nord e che i dati sul reddito pro capite non fanno che rilevare questa discrepanza. Obiezioni simili possono essere facilmente liquidate una volta considerato un altro dato ossia quello sulla povertà assoluta. Come conferma l’Istat,

L’incidenza delle famiglie in povertà assoluta si conferma notevolmente superiore nel Mezzogiorno (9,6% nel Sud e 10,8% nelle Isole) rispetto alle altre ripartizioni (6,1% nel Nord-Ovest e 5,3% nel Nord-est e del Centro).

E ancora:

Anche in termini di individui, il maggior numero di poveri (oltre due milioni e 350mila, di cui due terzi nel Sud e un terzo nelle Isole) risiede nelle regioni del Mezzogiorno (46,7%), il 37,6% nelle regioni del Nord, circa 1 milione e 900mila individui (il 22,7% nel Nord-ovest e il 14,8% nel Nord-est). L’incidenza di povertà individuale è pari a 11,1% nel Sud, 12,0% nelle Isole, mentre nel Nord e nel Centro è molto più bassa e pari a 6,9% e 6,6% (nel Nord-ovest 7,2%, nel Nord-est 6,5%).

Ma il fattore economico è soltanto uno degli elementi che caratterizzano le possibilità di accesso a un’alimentazione di qualità. Come ricorda Gabanelli: “è bene cucinare partendo da materie prime non trasformate“. L’atto stesso di cucinare, in particolare il cucinare alimenti freschi e non trattati, richiede una discreta quantità di tempo ed energie a disposizione, cosa non concessa a tutte e tutti.

Turni di lavoro lunghi e massacranti, affiancati dalla necessità di svolgere attività altrettanto importanti quali pagare le bollette, fare la spesa, accompagnare i figli e le figlie a scuola e aiutarli\e con i compiti a casa, restringono notevolmente lo spettro di coloro che hanno energie e tempo da dedicare alla costruzione di un regime alimentare corretto.

Per di più, considerando il gender gap in ambito lavorativo, ossia il diverso trattamento riservato a uomini e donne non solo dal punto di vista retributivo ma anche di vero e proprio accesso al mercato del lavoro, la questione dell’organizzazione dei pasti e del rifornimento di generi alimentari del proprio nucleo familiare ricade quasi esclusivamente sulle donne, cosa che rende evidenti i legami tra la questione di classe e di genere.

Difatti, la preclusione dell’accesso al mondo del lavoro a gran parte delle donne è una preziosa alleata di tutta quell’impalcatura ideologica che tende a collocarle forzatamente nell’ambito domestico e che, di conseguenza, sta alla base della violenza strutturale che il mondo femminile subisce giorno dopo giorno.

Il fattore ideologico e culturale è anche decisivo nella questione alimentare. Un altro ostacolo non indifferente all’applicazione generalizzata di una maniera di nutrirsi il più possibile corretta è il persistere di elementi tradizionali all’interno della cultura culinaria delle diverse zone, anche quando questi elementi vanno nella direzione opposta rispetto a quella indicata dalla comunità scientifica di settore.

Lo stesso articolo di Gabanelli, elencando i macronutrienti fondamentali per la preservazione di un buono stato di salute del sistema immunitario, menziona per la maggior parte alimenti di origine vegetale, con l’eccezione di alcuni tipi di pesce e qualche derivato animale (comunque rimpiazzabili da vegetali).

È da tempo risaputo che un’alimentazione vegetale ben pianificata è del tutto sostenibile dall’organismo umano e che, per di più, è in grado di svolgere una funzione preventiva rispetto ad alcune tra le più pericolose patologie del nostro tempo. Eppure, il consumo di alimenti di origine animale nel mondo è in continua crescita da anni.

L’elevazione degli standard di vita di buona parte della popolazione ha comportato l’adattamento a un regime alimentare in precedenza appannaggio delle classi benestanti; la crescita del consumo di carne a livello globale ne è l’elemento più evidente. Un’arma, questa, a doppio taglio, perché se da una parte è indice dell’accesso a un range di alimenti più vasto, dall’altra espone a un rischio maggiore di contrarre patologie. Tra i rischi, come denota Gabanelli, c’è quello di avere un sistema immunitario più debole e, quindi, di essere maggiormente esposti a virus come il COVID-19, un virus che è, a tutti gli effetti, un virus di classe.

Oltre che per i motivi precedentemente elencati (economico, materiale, culturale, ecc…), l’alimentazione è una questione di classe anche dal punto di vista della facilità di accesso a informazioni fondamentali per strutturare una buona alimentazione.

Anche solo la lettura dell’articolo di Gabanelli prevede la possibilità di accesso a Internet, la disponibilità di tempo ed energie per dedicarcisi e un livello culturale adatto alla comprensione dello stesso, tutti elementi che è più facile rintracciare in quelle fasce di popolazione che non soffrono di precariato, né di carenza di servizi pubblici, che godono di un adeguato livello di istruzione e di una discreta quantità di tempo da dedicare alla propria crescita culturale.

Crescita culturale che è parte imprescindibile per ragionamenti di altro tipo, ragionamenti di ordine morale, politico ed ecologico. La tragedia della schiavitù umana e animale e della distruzione della natura, questioni legate a doppio filo a quella alimentare, difficilmente possono essere prese in considerazione da chi non può avere altro pensiero che quello di capire come arrivare alla fine del mese e nutrire il proprio nucleo familiare.

La preservazione del proprio esclusivo interesse (che si tratti di mettere a valore il proprio capitale o, semplicemente, di trovare il modo di arrivare alla fine della giornata) è figlio legittimo dell’ordine sociale capitalistico, un ordine atomizzante che pone il singolo contro il singolo, che manca strutturalmente di un indirizzo sociale comune e che si oppone con tutte le forze a qualsiasi discorso che tenti di soddisfare i bisogni dei singoli senza tralasciare la stabilità dell’assetto collettivo e della natura.