[INTERVISTA] Donne e animali: quattro chiacchiere con Barbara Balsamo su “Carne da macello” di Carol Adams

Abbiamo intervistato Barbara Balsamo, che insieme a Silvia Molè, Matteo Andreozzi e Annalisa Zabonati ha collaborato alla pubblicazione dell’edizione italiana di La politica sessuale della carne di Carol J. Adams, pubblicato da Vand.A.edizioni. Barbara Balsamo ha anche curato, e in parte tradotto, Liberazione totale del filosofo americano Steven Best, edito da Ortica Editrice.

Ricordiamo che “Carne da macello” sarà presentato a Roma Martedì 28 Luglio, dalle 18:30 alla Casa Internazionale delle donne.

 

VOCI SINISTRE: Come nasce l’idea di portare in Italia, a trent’anni dalla sua pubblicazione negli Usa, La politica sessuale della carne di Carol J. Adams?

BARBARA BALSAMO: L’impatto della pubblicazione del libro di Carol J. Adams, ormai 30 anni fa, è stato dirompente e grazie a questo studio i movimenti di lotta sociale, in particolare quello femminista, hanno subito una grande trasformazione rispetto al passato. Ha contribuito e sostenuto l’intersezionalità. In particolare, le istanze antispeciste che fino ad allora non avevano ancora trovato una collocazione tra le lotte sociali hanno iniziato a circolare in ambito femminista. In questi anni chi propone e teorizza l’antispecismo politico ha suggerito numerose prospettive e strategie di lotta. Certamente la prospettiva intersezionale è tra le più significative. The Sexual Politics of Meat è stato tradotto in moltissime lingue, anche in italiano grazie ad Annalisa Zabonati e Matteo Andreozzi e finalmente quest’anno pubblicato dalla casa Editrice Vand.A.edizioni.

VOCI SINISTRE: Nella postfazione curata da te e Silvia Molè c’è questa frase: “Immaginiamo cosa si potrebbe fare se ci si unisse tutti e tutte”. Il tema delle alleanze è molto dibattuto sia all’interno del femminismo che dell’antispecismo. Se, da una parte, la questione femminile e quella animale faticano a guadagnare il giusto riconoscimento da parte degli altri movimenti per la giustizia economica e sociale, dall’altra, gli stessi movimenti femminista e antispecista si trovano continuamente frammentati all’interno, con correnti più radicali ed altre che, spesso, strizzano l’occhio ai fondamenti ideologici che dovrebbero proporsi di combattere. Lo stesso mancato riconoscimento, ad esempio, della necessità di allargare lo sguardo alla schiavitù animale da parte di una buona fetta di femminismo ne è un esempio tangibile. Quali chiavi pratiche offre, secondo te, Adams affinché si riemerga da questa situazione di stallo?

BARBARA BALSAMO: La questione, come hai già esposto nella domanda, è complessa e purtroppo difficile da districare. Tuttavia, ogni cambiamento nei movimenti porta momenti di riflessione e resistenza, come quando sono state elaborate le istanze del femminismo postcoloniale africano. Anche in quel caso ci fu una certa resistenza, oggi, per fortuna, ampiamente superata. Ritengo che queste forme di diffidenza e chiusura siano (ahimé) fisiologiche. L’atteggiamento di chiusura e pregiudizio verso i Rom anche da parte di una certa sinistra radicale ne è un esempio. La questione animale, forse la più ostica da cogliere e accogliere, non è esente da queste dinamiche. Al contempo, la frustrazione derivante dal senso di impotenza che colpisce molti attivisti, soprattutto in ambito antispecista, induce all’identitarismo e quindi all’esclusione sia nelle riflessioni teoriche che nelle prassi degli altri movimenti di lotta. Il testo di Adams è stato un apripista in questo senso, argomentando e analizzando la prospettiva intersezionale tra oppressione della donna e oppressione animale. Ogni giorno assistiamo all’”animalizzazione” della donna. Il punto centrale del testo è il corpo. La reificazione del corpo, delle donne come degli altri animali, e la conseguente sua mercificazione sono un nodo cruciale nell’analisi della studiosa statunitense. Purtroppo, spesso le donne si sentono discriminate nel momento in cui si stabilisce il legame donna / animale come se questa connessione fosse di per sé già discriminatoria. Siamo al paradosso: pensare che sia discriminatorio assimilare la donna all’animale è proprio ciò che dimostra la Adams in Carne da macello. Lo specismo radicato strutturalmente nel pensiero sociale non solo impedisce di cogliere i nessi causali tra specismo e oppressione della donna ma ostacola la riflessione su queste dinamiche di potere interconnesse. In sintesi, le donne rifiutano di essere associate agli altri animali (come spesso si rifiuta l’associazione schiavitù animale/schiavitù umana) poiché considerati per antonomasia inferiori! Un cortocircuito del pensiero che la Adams ha tentato di interrompere, a mio avviso con un discreto ma lento successo. Il corpo è il luogo fisico e simbolico sul e nel quale si manifestano mercificazione e guerre ideologiche. Ed è anche il campo dell’intersezione. Questo processo di gerarchizzazione e de-formazione dei corpi è lo stesso che applichiamo agli altri animali. Proprio dall’oppressione degli altri animali – corpi completamente “altro da quelli umani” – deriva infatti il concetto stesso di smembramento dei corpi. L’analisi della Adams parte da qui e arriva alla teorizzazione del referente assente che è il cardine generativo delle gerarchie e delle oppressioni della donna e degli altri animali. Per poter comprendere a fondo il fenomeno delle oppressioni e la questione intersezionale delle lotte bisogna però chiarire un aspetto imprescindibile: il capitalismo. La genesi strutturale delle società di dominio culmina con il capitalismo moderno. Il fil rouge che passa dalla questione animale gettando un’abbagliante, pionieristica luce sulla prospettiva intersezionale delle oppressioni deve necessariamente partire dalla lotta al capitale che genera e struttura i rapporti di forza e di dominio.

VOCI SINISTRE: Adams afferma: “Sentimentale è l’insulto con cui la gente contrasta chi l’accusa di essere crudele”. Una riproposizione di questa dinamica dialettica può benissimo essere quella in cui la parola “buonista” si è trasformata nell’insulto verso coloro che, semplicemente, riconoscono pari dignità di esistenza alle soggettività migranti e, di conseguenza, il loro diritto di accoglienza. La tragedia animale può essere vista come la linea rossa che attraversa più o meno tutti i drammi delle “minoranze” umane. Questi drammi non sono certo casuali bensì necessarie conseguenze di un assetto politico-economico violento e gerarchico. Le metafore alla base della struttura del referente assente, forse il concetto più importante di Carne da macello, operano al fine di mascherare e occultare i meccanismi reali dello sfruttamento animale. Da una prospettiva antispecista, non potrebbe essere la risignificazione della metafora stessa uno strumento teorico utile a delineare con maggior precisione i legami tra le differenti forme di sfruttamento, magari attraverso la ridefinizione della società capitalistica come gigantesco mattatoio composto da innumerevoli catene di smontaggio atte allo smembramento di copri di ogni genere, specie e razza?

BARBARA BALSAMO: Esattamente! Prendendo spunto da un altro autore statunitense che ha fatto dell’intersezionalità e unione delle lotte il suo obiettivo primario, Steven Best, analizzando la società da una prospettiva animale – come la definisce in Liberazione Totale – è possibile coglierne gli aspetti oppressivi, gerarchici, omnicidi. È altresì possibile individuarne i nessi di causalità per approntare strategie e obiettivi di lotta, per sovvertirne le dinamiche e sperare di fermare la folle corsa dell’umanità verso la distruzione del pianeta, di tutte le specie che lo abitano e ridefinire culturalmente e socialmente la convivenza intraspecifica senza, appunto, società di dominio. Lo sfruttamento e l’oppressione animale sono il modello sul quale l’umanità ha forgiato e sperimentato tutte le altre forme di oppressione e prevaricazione. Gli altri animali sono stati e sono ancora il nostro laboratorio di crudeltà ed esclusione.

VOCI SINISTRE: L’analisi che fa Adams della creatura di Frankenstein è innovativa e pone al centro il suo vegetarianismo come atto distintivo rispetto all’identità umana. Per assurdo, il “mostro”, per dirlo con le parole di Shelley, “è pacifico, è umano”. Trattare del rifiuto di cibarsi di altre creature è mettere in questione lo stesso principio di umanità, un’umanità, come ci insegna il filosofo Massimo Filippi, violentemente maschile, bianca ed eteronormata. Non è già parlare di animali in quest’ottica fare un passo decisivo in direzione della “fine dell’Uomo” per come lo conosciamo?

BARBARA BALSAMO: Certamente! La grande potenzialità dello studio intersezionale è proprio questa: ci consente di indagare il reale in tutte le sue sfumature comprendendone le dinamiche globali e specifiche. I fenomeni oppressivi non sono mai a comparti stagni. Sono intrinsecamente legati e interdipendenti. Sono relazione e rapporti. Alimentarsi senza sfruttare e uccidere altri animali è sempre stato considerato un atto “da donne” cioè da “deboli”. Storicamente mangiare carne attiene alla sfera maschile, del maschio forte, virile, guerriero. Insomma il maschio in potenza al potere. Con Frankenstein, Mary Shelley sovverte lo schema: il mostro, maschio possente e forte ci restituisce l’umanità mancata. Per Frankenstein il vegetarismo è il tratto distintivo che lo allontanerà dal suo creatore e gli consentirà un nuovo inizio di vita pacifica e inclusiva. Forse proprio perché a partire dal suo corpo, lui diviene ed è altro, è la Creatura. Forgiato con i pezzi di altri corpi presi nei mattatoi, Frankenstein diviene simbolo vivente e testimone dell’orrore dei macelli. È Altro rispetto all’umano distruttore e prevaricatore. Questa sua condizione ibrida e non assimilabile al maschio – uomo tradizionale, gli consente di prendere le distanze dall’orrore per creare un’umanità nuova e libera. Come dice Marco Maurizi dovremmo deporre la nostra sovranità sul vivente, è solo con un atto di solidarietà che l’uomo può decidere cosa ne è di sé e del suo altro; è solo praticamente che la questione di ciò che l’essere umano “è” può venir decisa.” […] “Il rapporto uomo-animale è costretto infatti a rimanere una questione scolastica e a dibattersi tra false alternative finché viene posta su un piano meramente scientifico, invece che compreso e agito coscientemente nel suo significato pratico-politico.” Sempre Marco Maurizi, in una mia recente intervista, afferma: “Noi pensiamo che rendere giustizia all’animale sia l’atto conclusivo ma anche il presupposto di qualsiasi giustizia tra gli esseri umani. Questo modello politico è più radicale [l’Antispecismo] degli altri perché immagina una forma di giustizia al di là dei confini di specie e quindi una forma di giustizia che non è fondata su un pregiudizio. Infine questo modello politico investe la stessa natura. Ci mostra una possibilità inespressa. Noi siamo ciò che facciamo di noi stessi.” Insomma il Frankenstein di Mary Shelley è il prototipo di umanità che vorremmo.

VOCI SINISTRE: Nell’analisi dell’autrice, la Prima Guerra Mondiale ha giocato un ruolo decisivo per la teoria e la pratica vegetariane: “Gli eventi della Grande Guerra hanno collegato le nozioni di pacifismo e vegetarianismo, fino a quel momento raramente collegate”. Siamo nel bel mezzo di una pandemia che ha già portato centinaia di migliaia di vittime e che continua ad accendere focolai in tutto il mondo. L’origine pare si sia avuta in un wet market cinese, luogo di vendita di pezzi di animali appena macellati. Come la Grande Guerra, la strage compiuta dal COVID-19 non potrebbe generare nuovi discorsi attorno alle connessioni tra la schiavitù animale e la precarietà esistenziale umana? Se sì, come?

BARBARA BALSAMO: Premettendo che, purtroppo, inizio a essere molto pessimista in merito, negli ultimi anni e negli ultimi mesi, in pieno allarme COVID-19, sono stati scritti numerosi documenti scientifici circa la correlazione tra i Coronavirus – compreso il COVID-19 – e lo sfruttamento animale, gli allevamenti e i macelli. Il salto di specie descritto nel testo scientifico di David Quammen, Spillover, non è opera di un veggente… sono decenni che si dimostrano le interconnessioni tra sfruttamento animale e della terra e inquinamento, distruzione, pandemie, malattie, morte. Sono decenni che l’Onu, la Fao e l’Oms consigliano un’alimentazione a base vegetale per la salute umana e del pianeta. È dagli anni Ottanta che si parla di Antropocene eppure nulla è cambiato. Il problema è il capitalismo, sono i sistemi produttivi e sociali. È una complessa interconnessione tra industria – politica – scienza, che ha perso il suo senso primario. Non esiste dialettica, metodo. Gradualmente, e oggi prepotentemente, i campi del pensiero, scienza, filosofia, ingegneria, ecc…, sono asserviti agli interessi e al profitto. Le stesse università hanno perso il loro ruolo di creatrici di pensiero ed emancipazione. Certamente la questione animale, sul piano filosofico e pratico, da sempre mette in luce le conseguenze di queste pratiche distruttive. Continueremo anche a denunciare, mostrare, scrivere. Personalmente, ho anche diffusamente proposto possibili scenari in ottica antispecista ed ecosocialista di riconversione dei modi di produzione. Tuttavia, mi sembra che ci sia molta lentezza e nessuna volontà di cambiare radicalmente le strutture delle nostre società che, come diceva il buon Bourdieu, non dipendono dalla volontà dei singoli, e che la violenza simbolica (e materiale, aggiungo io) non è frutto di trasmissione generazionale e culturale di norme, valori e comportamenti bensì incorporazione automatica e inconscia di strutture mentali generate nella società di appartenenza, che fa apparire come naturale il dominare e l’essere dominati. In conclusione, temo che ci vorranno ancora molti decenni per vedere un vero e radicale cambiamento, anni che però, purtroppo, non abbiamo più.

VOCI SINISTRE: Un’altra tesi centrale del testo è quella per cui le proteine vegetali non sono altro che proteine femminili. “Tofu is gay meat” recita lo slogan pubblicitario – fortunatamente, poi, respinto – di un’azienda tedesca. Lottare contro questo tipo di assunti non è soltanto affrontare un’impostazione patriarcale ed eteronormativa, ma anche porre in questione la stessa identità femminile. Le “proteine femminili” sono riservate alle donne e a tutte quelle altre soggettività che si avvicinano al femminile ossia che possiederebbero, ontologicamente, la predisposizione alla compassione e a una sensibilità sviluppata nei confronti del mondo animale. Una tale visione essenzialistica della donna, come nota anche Adams, è stata spesso promossa da alcuni ambienti femministi, mentre da altri è stata radicalmente posta in questione. In che direzione dovrebbe dirigersi, secondo te, il femminismo del XXI secolo per acquisire maggior potere e sviluppare ulteriormente gli elementi che ne fanno una lotta parallela a quella antispecista?

BARBARA BALSAMO: Uno degli aspetti strutturali delle società patriarcali risiede proprio nel connotare il maschile e il femminile secondo alcuni parametri storicamente determinati. Per cui donna è sensibilità e fragilità mentre maschio è virilità e forza. In questo senso il patriarcato non mina “solo” il destino delle donne ma anche quello degli uomini che sono a loro volta costretti in ruoli sociali programmati (essere virili e forti appunto). L’antispecismo mette in luce le dinamiche relazionali intraspecifiche e interspecifiche, evidenzia come il corredo emozionale dell’individuo non abbia connotazioni di genere. La liberazione animale poggia su un concetto di animalità che sovverte radicalmente i paradigmi culturali, sociali e relazionali. Rompe gli schemi indotti proponendo individualità liberate e svincolate dalla biologia in senso stretto. Mi vengono in mente gli studi di Francesco De Giorgio (etologo dissidente) e Michela Angelini (veterinaria). L’uno e l’altra, nei loro studi illustrano come tutte le gabbie culturali e scientifiche delle nostre società siano in realtà fallaci e corrispondano a dei costrutti sociali privi di riscontro oggettivo in natura. Il femminismo del XXI secolo dovrebbe affrancarsi dalle gabbie mentali che ancora lo intrappolano. L’antispecismo propone una radicale ridefinizione del corpo, della libertà, dell’esistenza e soprattutto dei rapporti tra soggetti. Potrebbe contribuire all’evoluzione del femminismo attuale. Il vero futuro femminista è antispecista. La compassione è un’emozione animale e quindi attiene anche all’umano senza distinzione di genere.

VOCI SINISTRE: “Ciò che non può essere fatto a un corpo completamente sveglio e combattivo può essere fatto su uno anestetizzato. Ciò che costituisce un caso eccezionale nello stupro, è tuttora la regola nella macellazione: l’anestetizzazione è parte essenziale nella produzione di massa della carne”. Nel concetto di “anestetizzazione” qui riportato da Adams possiamo vederci non solo l’atto di stordimento diretto applicato all’animale per renderlo “meglio macellabile”, ma anche l’atto di stordimento collettivo attuato da tutto il comparto massmediatico per mascherare le dinamiche dietro lo sfruttamento e la messa a morte di donne e animali. Pensiamo alla retorica paternalistica che si scatena ogniqualvolta una donna viene uccisa dal partner o dall’ex; pensiamo anche a tutti quei dispositivi pubblicitari che lavorano, giorno dopo giorno, per occultare le pratiche di allevamento e macellazione. Entrambi sono messi in moto da una macchina politico-economica che ha enorme interesse che gli animali continuino a ristagnare nel dramma della loro schiavitù e che le donne rimangano al loro posto subalterno rispetto agli uomini. Ciò fa del femminismo e dell’antispecismo questioni profondamente politiche. Quali pratiche credi siano più adatte per iniziare a scardinare l’intera impalcatura ideologica, politica ed economica alla base dello sfruttamento di donne e animali?

BARBARA BALSAMO: Tutte le lotte sociali di questi ultimi secoli sono state indirizzate contro qualcosa o qualcuno. L’obiettivo era ed è fermare una prassi o denunciare dei fenomeni. Attraverso un’analisi delle cause reali è possibile proporre delle alternative ma questo non è stato fatto. Basti pensare al razzismo, che non mi pare affatto debellato, anzi, è rimasto latente e oggi si sta inasprendo più che mai, o al femminismo, che mi sembra sempre più appannaggio di studiose e poco introiettato nella quotidianità delle donne, soprattutto appartenenti alle nuove generazioni. Lo stesso avviene per l’antispecismo: si denuncia, si mostra l’orrore, si parla e studia il fenomeno dello sfruttamento animale ma quasi mai si propone un modello di società alternativo (al limite si delinea solo teoricamente). Proprio perché queste sono questioni profondamente politiche andrebbero affrontate collettivamente e socialmente. Patriarcato, specismo, razzismo, abilismo, binarismo, omotrasfobia, oppressione delle minoranze, schiavitù, neocolonialismo, classismo, violenza minorile, violenza sugli animali (tutti), distruzione del pianeta, per citarne alcuni, sono tutti riconducibili alla relazione che l’umano ha costruito con il mondo fuori e dentro di sé. Non si tratta di meri pregiudizi morali. Così come i recenti studi sulla Whiteness ribaltano la prospettiva secondo la quale il razzismo sia determinato da un pregiudizio culturale, La Politica sessuale della carne contribuisce ad una analisi storica e politica del patriarcato. Gli studi sulla Whiteness smascherano strategie di potere e gerarchizzazione che inquadrano i “neri” in uno stato di subalternità e inferiorità funzionale e sistemico: la discriminazione culturale, in sintesi, non è una causa del fenomeno bensì la sua conseguenza, o meglio, lo strumento cardine attraverso il quale una comunità sociale (quella dei “bianchi”) struttura e sistematizza i suoi privilegi e il suo potere. Bianco e nero non sono “colori” con le loro svariate sfumature ma connotazioni di appartenenza e posizione sociale. Con La Politica sessuale della carne, Adams smonta il paradigma metafisico e svela i processi di creazione della subalternità delle donne mostrando come tale processo sia stato storicamente determinabile grazie ad un’oppressione già esistente con la quale è stata creata una linea comune: l’oppressione delle altre specie animali, (in particolare delle femmine delle specie da reddito). Il patriarcato, in quanto sistema di genere, è stato possibile in virtù del rapporto che l’umano ha instaurato con gli altri animali. Grazie ad un approccio politico e storico, quindi, si può scandagliare ogni singolo fenomeno sociale in una visione dialettica dei poteri, del loro rapporto con i sistemi economici e si può individuare come la radice delle discriminazioni risieda proprio nel bisogno di controllo politico del vivente. Per cambiare il mondo serve scardinare questo controllo politico. I rapporti sociali sono la chiave del cambiamento. L’idea a cui ambisco è che si costruisca un pensiero articolato, intersezionale, comune e condiviso grazie al contributo di tutte le persone che, con le loro specificità, studiano i diversi fenomeni oppressivi e teorizzano quadri di riferimento per poter quindi approntare delle strategie di lotta. Ma questa lotta per diventare politica deve ancora proporre un’idea di mondo liberato da perseguire e per questo ritengo che l’antispecismo sia la chiave di volta. Quale mondo vogliamo? E come pensiamo di realizzarlo? Le strategie di lotta sono tutte adeguate se calate nel contesto in cui si manifestano. Il punto non è se una strategia sia più efficace di un’altra. Il punto è cosa vogliamo raggiungere. La chiave risiede nell’individuazione degli obiettivi a medio e lungo termine. La liberazione animale è la liberazione dell’umano.

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