Fenomenologia del gatto arrostito

Nel livornese, un uomo cucina un gatto in mezzo alla strada. La reazione di una passante è di puro sconcerto: “Da noi i gatti non si mangiano!”; “Qui da noi i gatti si tengono in casa!”; “Qui non siamo dove vai tu!”. E ancora: “Ve ne dovete andare al vostro paese!”.

Prima di analizzare il detto e l’enorme non detto dietro le parole della donna, proviamo a capire da quale prospettiva è più utile leggere questa situazione. Senza dover a tutti i costi indagare le ragioni dietro il gesto dell’uomo – Fame? Noia? -, ci basta assumere il fatto che l’autore del gesto non è italiano. Anzi, egli fa parte di quelle popolazioni di migranti che, ormai sempre più di frequente, sono indicate come causa di ogni male italico. Episodi come questo sono l’occasione perfetta per chi, imbevuto di ideologia razzista, non aspetta altro che un motivo “valido” per puntare il dito contro gli “invasori”.

Basti pensare al modo in cui hanno ricamato sopra la vicenda esponenti di spicco della destra italiana come Salvini e Meloni. Nei loro post e video indignati, l’identità dell’uomo è la prima informazione che ci viene fornita dell’accaduto, con buona pace del povero gatto – un gatto sicuramente italianissimo – che, a quanto sembrerebbe, non è stato ucciso per essere cucinato in quanto trovato già morto dall’uomo.

Le parole della passante sono in perfetta sintonia con le posizioni dei leader di Lega e Fratelli d’Italia. Il “Qui da noi”, più volte usato dalla donna, sta a delineare un confine morale e normativo presumibilmente condiviso a livello collettivo. In Italia i gatti si accudiscono, non si mangiano, concetto ribadito anche da Meloni: “In Italia non sono consentite queste barbarie!”. Oltre all’impostazione sfacciatamente classista e razzista, secondo la quale il comportamento dell’italiano medio sarebbe necessariamente civile ed evoluto, mentre quello dello straniero, in particolare dell’immigrato “negro”, ricadrebbe nella sfera del “barbaro”, “selvaggio” e “primitivo”, è la stessa consistenza di quel “Noi” ad apparire più che mai fragile.

L’utilizzo della prima persona plurale è di frequente associabile a meccanismi di pensiero che affondano le loro radici in quella che potremmo definire fallacia identitaria. Per spiegarne il funzionamento prendiamo come esempio il coniglio.

Nel 2015, durante l’EXPO, la Coldiretti indisse la Giornata del Coniglio, evento organizzato per portare alla luce un fatto per loro assai grave: il drastico dimezzamento dei conigli allevati in Italia negli ultimi venticinque anni. Le cause del crollo sono sostanzialmente due: gli scarsi compensi riconosciuti agli allevatori che, di conseguenza, non possono garantire la qualità del “prodotto” – l’Italia rimane comunque il primo produttore europeo di carne di coniglio – e la sempre più diffusa percezione del coniglio come “animale domestico” e non da “reddito”. Infatti, da qualche anno, il coniglio si posiziona stabile dietro pesci, uccellini, cani e gatti nell’ordine di preferenza degli “animali da compagnia” in Italia, fenomeno che aiuta a considerarlo sempre meno consumabile.

Senza indagare troppo sulle cause di questo cambio di percezione degli italiani nei confronti del coniglio – probabilmente, il poco redditizio commercio di carne di coniglio ha spinto qualche allevatore alla riconversione dell’attività, portando un nuovo “prodotto” non mangiabile, bensì accudibile, sul mercato –, un dato non trascurabile colpisce la nostra attenzione ovvero lo scontro tra due forze contrarie: da un lato la tradizione culinaria italiana, che vede nella carne di coniglio uno dei “prodotti” di eccellenza, dall’altro una nuova sensibilità, che non prevede il coniglio morto nel piatto ma libero abitante dell’ambiente domestico.

Tornando alla fallacia identitaria, dove sarebbe, in questo caso, il “Noi”? Negli strenui difensori della tradizione gastronomica italiana? Oppure nelle famiglie che adottano e accudiscono un coniglietto? Per usare le parole della passante del video e di Meloni: qui da noi il coniglio si mangia o si coccola?

Una risposta definitiva non è semplice darla. Sta di fatto che, dietro l’atto di accudire o cucinare un altro animale si muove e agisce un calcolo quasi automatico, il cui cuore è rappresentato da ciò che potremmo denominare coefficiente di mangiabilità.

Facciamo un rapido esempio. Se dovessimo stabilire il coefficiente di mangiabilità su una scala da 0 a 10, dove 0 sta per “niente affatto mangiabile” e 10 per “senz’altro mangiabile”, potremmo senza troppe difficoltà affermare che, in Italia, il cane e il gatto hanno un coefficiente di mangiabilità pari a 0, mentre il maiale ha coefficiente di mangiabilità pari a 10; nel mezzo, il coniglio, da una parte simbolo della tradizione gastronomica italiana, dall’altra nuovo membro della famiglia, con un coefficiente di mangiabilità di 5.

Appare di per sé chiaro, se si pensa alle abitudini alimentari degli altri paesi, che l’attribuzione automatica e implicita di un simile coefficiente è un atto assolutamente arbitrario, non giustificato da una necessità evolutiva o ontologica, cristallizzatosi nei decenni dietro la spinta di forze culturali (mantenimento di una certa tradizione su un determinato territorio) ed economiche (la promozione di un determinato tipo di carne piuttosto che di un altro, magari meno redditizio per i produttori in fatto di impiego di risorse e di costi di produzione).

Laddove un atto è arbitrario, ed è quindi intrinsecamente imponibile in uno specifico tempo e in uno specifico luogo, quest’atto è anche non naturale e non eterno, soggetto a intensificazione e indebolimento, a nascita e scomparsa, preso in una morsa storica che non dà scampo a nulla se non a questo ricambio dinamico di prospettive e di relazioni col Mondo. Laddove un atto è arbitrario, allo stesso tempo è condannato all’oblio, sostituito da altri atti altrettanto destinati a sparire.

Senza avere la pretesa di delineare tutti gli atti che verranno, possiamo tentare di tracciare i contorni di quello che, potenzialmente, può essere il prossimo, quello i cui segni si possono intravedere già oggi in una sensibilità e in un assetto materiale e tecnologico già presenti.

Anzitutto la mangiabilità.

Il progresso delle conoscenze in fatto di fisiologia, etologia e biologia ci mette al corrente di un fatto incontrovertibile: l’intero il regno animale condivide un’apertura sul Mondo improntata alla sensibilità e alla percezione profonde. Assumere ciò significa ripensare il rapporto che intratteniamo con esso, ad oggi fondato sulla prevaricazione e lo sfruttamento. Assumere ciò significa anche far sparire l’arbitraria e apparente distinzione tra la cottura di un gatto e la cottura di un maiale, di un pollo o di un coniglio, individuando nell’atto, a prescindere dal soggetto che ne è vittima, il retaggio di epoche le cui condizioni sono, ad oggi, ampiamente superate (perlomeno nel lato ricco del pianeta). Assumere ciò, infine, rappresenta l’occasione di un salto evolutivo per la nostra stessa specie, l’occasione di un allargamento senza precedenti della nostra stessa sensibilità e percezione del Mondo.

E poi l’abolizione di quel “Noi” per come lo conosciamo.

Porre una distinzione netta tra un popolo e l’altro è solo la versione umanizzata del porre distinzione tra una specie animale e l’altra: una specie è mangiabile mentre un’altra è adottabile; un popolo è sfruttabile e pauperizzabile mentre l’altro va preservato da ogni elemento destabilizzante. Il meccanismo ideologico che fa da sfondo alla discriminazione di un popolo o di una specie rispetto a un altro popolo o a un’altra specie è il medesimo: l’irrazionale e arbitraria elevazione di uno e la conseguente – e altrettanto irrazionale – messa al bando\messa a morte di un altro.

Chissà che non sia ora dell’avvento di un nuovo “Noi immangiabile“.