Chi ha guadagnato (e guadagnerà) con il lockdown

Stando ai dati e alle proiezioni di molte istituzioni politiche e finanziarie internazionali, la crisi economica conseguente alla pandemia e al lockdown ha ottime probabilità di essere la peggiore dalla Grande Depressione ad oggi. La contrazione della produzione mondiale e dei servizi nei mesi del lockdown, contrazione ovviamente ancora in corso in diverse zone del globo, ha portato alla crescita della disoccupazione – dal 5,2% di Febbraio all’8,4% di Maggio – e alla riduzione delle ore lavorate in totale – le ore lavorate nei primi tre mesi della pandemia sono crollate di ben dieci volte rispetto ai primi tre mesi della crisi del 2008 -.

Malgrado questo scenario allarmante, si può dire, con una discreta dose di certezza, che il lockdown non è stato un evento catastrofico proprio per tutti. L’industria alimentare italiana, ad esempio, ha fatto registrare un aumento del fatturato del circa 3,1%, anche qui, è ovvio, con delle differenze, con la grande distribuzione e le grandi produzioni agricole maggiormente al riparo da crolli strutturali.

Ma se appare quasi scontato che parte dei fornitori di un bene di prima necessità come il cibo avrebbe comunque continuato a garantire i propri servizi, in particolare in un momento in cui la popolazione era costretta in casa a causa delle restrizioni, apparentemente meno scontato è il prosperare di attori relativamente nuovi sul mercato.

Un esempio di questo è Amazon. Il suo fatturato, durante la pandemia, è cresciuto

del 40%, dai 63,4 miliardi di dollari del secondo trimestre del 2019, fino a 88,9 miliardi

Anche il valore delle sue azioni è quasi raddoppiato, da 5,22 dollari a 10,30 dollari per azione. Di ciò è testimone la loro stessa dichiarazione nella sezione del sito “Le domande più frequenti sugli ordini”, in cui dichiarano che

Con la diffusione del COVID-19, abbiamo registrato un aumento nel numero di acquisti online

Ed Amazon è in buona compagnia. Netflix, ad esempio, ha saputo sfruttare alla perfezione il periodo del lockdown, riuscendo a garantirsi, nei primi tre mesi del 2020, circa sedici milioni di abbonati in più che, tradotto in cifre, significa “utili per azione pari a 1,57 dollari, 709 milioni di dollari in utili netti” ed “entrate di 5,77 miliardi, lievitate dai 4,52 miliardi di un anno fa”.

Ma non è solo sotto forma di intrattenimento che lo streaming fa fortuna di questi tempi.

Zoom è stata tra le maggiori beneficiarie della pandemia da coronavirus, con le istituzioni economiche ed educative che sono passate ai loro servizi per lavorare e insegnare da remoto.

Le vendite di Zoom al 31 Luglio sono aumentate del 335% rispetto all’anno precedente, con la previsione di arrivare a vendite di 2,39 miliardi di dollari entro la fine dell’anno fiscale che cade in Gennaio, previsione che, se corretta, significherebbe la quadruplicazione delle entrate in un solo anno.

Cosa accomuna la recente fortuna di Amazon, Netflix e Zoom, oltre al fatto di essere aziende leader nei loro rispettivi settori?

La pandemia non ha soltanto costituito una parentesi drammatica in cui si è stati costretti a riadattare momentaneamente le proprie abitudini. Non volendo, essa ha comportato una necessaria ridefinizione dei bisogni del singolo. Un esempio emblematico è il confronto del mercato immobiliare italiano prima e dopo il lockdown. Come evidenzia un’indagine di SoloAffitti:

A Giugno, le richieste di case con giardino privato sono cresciute del 73% rispetto a prima della quarantena, segnale di come la maggior parte delle persone percepisca ora come fondamentale la possibilità di poter avere un piccolo spazio verde a disposizione.

Il quotidiano post-Covid è un quotidiano diverso e le grandi aziende lo hanno capito prima di tutti. Per tale motivo spingono per la produzione di beni e servizi consumabili in casa, individualmente, senza la necessità di un’effettiva socializzazione con gli altri. Il quotidiano post-Covid ha tutte le carte in regola per essere un quotidiano per gran parte improntato a una solitudine forzata.

Coloro i quali, speranzosi, osservano i mutamenti e le misure indotte dalla diffusione del virus come l’alba di un modello sociale differente, finalmente attento ai bisogni del singolo e della comunità, dimenticano l’essenza camaleontica del Capitale.

La ristrutturazione dei bisogni, come ogni altra cosa, è l’ennesima, potenziale fonte di profitto, un profitto capace di generarsi anche e soprattutto tra le quattro mura domestiche, nelle quali piombano attività storicamente svolte al di fuori.

La crisi economica e produttiva che ha colpito molte aziende non è la crisi del Capitale ma soltanto di una sua parte ovvero di quella dimostratasi incapace di adattarsi al nuovo quotidiano imposto dalla pandemia. E per alcune aziende che crollano, ce ne sono altrettante che volano e che riescono nell’impresa di mettere a valore anche un periodo drammatico come quello che stiamo attraversando, in un’eterna e dinamica competizione che non risparmia e non può risparmiare nessuno.

È bene ribadirlo: il Capitale non è in crisi, si stanno soltanto evolvendo le sue dinamiche interne e stanno mutando le sue gerarchie intestine, con la sfera produttiva che si lecca i baffi al solo pensiero di nuovi strumenti capaci di garantire enormi profitti indipendentemente dallo status epidemiologico globale.

In un tale contesto può liberamente proliferare quello che la sociologa americana Shoshana Zuboff definisce “capitalismo della sorveglianza“. Il “mercato dei comportamenti futuri” fonda la sua ragion d’essere sulla sempre crescente capacità di acquisire dati comportamentali attraverso le azioni (e le non-azioni) degli utenti connessi alla rete, al fine di predire quali prodotti e servizi offrire per assicurarsi guadagni sicuri.

Una società globale la cui uscita dalla pandemia è, al momento, una chimera – sorvoliamo momentaneamente sul fatto che la diffusione di malattie zoonotiche, ovvero di malattie che si trasmettono dagli altri animali all’animale umano come, appunto, il COVID-19, rischiano di diventare sempre più frequenti, ragion per cui, forse, è più lecito chiedersi quando si scatenerà la prossima piuttosto che quando finirà quella in corso -, quale altra finestra sul mondo potrà utilizzare se non internet e, in particolare, i social media?

Siamo all’alba di un’epoca in cui saranno necessariamente ridefiniti i concetti di “casa”, “lavoro” e “tempo libero”, concetti che, pian piano, stanno diventando sovrapponibili, rimodellando un quotidiano individuale e collettivo in cui ogni millisecondo è una potenziale fonte di profitto per i pochissimi che detengono la ricchezza globale.

Le tecnologie più profonde sono quelle che scompaiono. Si legano al tessuto della vita quotidiana fino a diventare indistinguibili da esso.

Questo è ciò che scriveva nel 1991 l’informatico Mark Weiser, citato da Zuboff nel suo “Capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri“.

La pandemia, poderosamente sfruttata dalle multinazionali, ha accelerato un processo di ridefinizione dell’esperienza umana in cui persino i parametri vitali hanno la possibilità di diventare redditizi grazie all’ancor più rafforzato legame con la rete, legame indotto dalla contingente – e necessaria – reclusione tra le quattro mura di casa.

A guadagnarci, in tutto questo, è sempre il Capitale, seppur con nomi e una veste diversi.