Negazionismi

In epoca COVID-19, si è arrivati ad avere l’ardire di pubblicare questa immagine, allegandola ad un post in cui si vorrebbe cogliere una sorta di similitudine tra l’obbligo della mascherina all’aperto e il fenomeno della schiavitù.

Questo, oltre a sminuire implicitamente quella che é stata e che, sotto forme diverse, ancora é una vera e propria tragedia, rapportandola a ciò che, in tempi di pandemia, dovrebbe essere un semplice gesto di buon senso – ossia mettere uno stramaledettissimo pezzo di stoffa davanti a naso e bocca -, ci aiuta a delineare meglio i profili psicologici che pian piano stanno emergendo e che, in sostanza, si possono sintetizzare in due impostazioni solo apparentemente opposte.

Il primo é quello del “negazionista di destra“.

Per questo primo modello psicologico, ogni intervento anche lontanamente regolatore é una violazione della libertà individuale, un diritto inalienabile che arriva a coincidere col “facciamo un po’ come cazzo ci pare” di guzzantiana memoria. Inutile dire che, se non si negassero le attuali contingenze epidemiologiche, simili pretese non arriverebbero neanche al livello della coscienza, ragion per cui il “negazionista di destra” é un vero e proprio negazionista, non un paladino attento a che le sacre e inviolabili libertà individuali non passino in secondo piano in una situazione globale comunque delicata. Il “negazionista di destra” al COVID-19 non ci crede o, comunque, tende a vederlo come un’esagerazione appositamente pianificata per realizzare ciò che le “élite” pianificano da tempo.

Ovviamente, in questo caso si sta parlando di una destra a tinte liberali, non certo della destra reazionaria e fascista. Questa, al COVID-19, non sa se crederci o meno: da una parte si esalta al pensiero di poter incolpare qualche negro untore, dall’altra rimane interdetta: tifare per una dittatura, anche se sanitaria, o darsi una rinfrescata estetica puntando sulla difesa della libertà al fianco dei liberali, ovviamente da condire, qui e là, con un rogo a un campo rom e un missile contro i barconi? Al momento, pare che la seconda opzione sia la più gettonata.

Il secondo modello psicologico che sta emergendo e che, per certi versi, dovrebbe destare ancor più preoccupazione, é quello del “negazionista di sinistra” che, simpaticamente, potremmo anche chiamare “quasi negazionista agambeniano, discepolo foucaultiano, che però deve leggere meglio Foucault“.

Qui la questione é più complessa: il “negazionista di sinistra” sa che é un azzardo negare il virus – anche se in alcuni casi lo nega – ; nonostante ciò, però, non riesce a fare a meno di sproloquiare sullo stato d’emergenza architettato di proposito per diventare permanente.

Il filo argomentativo che esso tenta di promuovere è quello utilizzato per analizzare altri momenti critici. Prendiamo il caso del terrorismo islamico.

Negli scorsi anni, la minaccia terroristica propagatasi dopo l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo ha condotto i governi ad adottare misure restrittive e politiche securitarie. Inutile ricordare come i militari armati nelle stazioni della metropolitana, l’aumento del numero di pattuglie di forze dell’ordine per le strade, la militarizzazione delle frontiere e l’installazione di dispositivi di sorveglianza in punti nevralgici delle metropoli siano diventati routine, una routine a cui non facciamo neanche più caso. È oramai del tutto normale timbrare il biglietto nelle gallerie della metropolitana sotto lo sguardo vigile di militari col mitra spianato.

Ma se questo modello argomentativo mette legittimamente in discussione l’agire di governi che, anziché provare a risolvere la questione alla radice attraverso un’integrazione economica e sociale reale di soggetti costretti ai margini della società e, quindi, potenzialmente tendenti, vista la totale assenza di prospettive, all’adesione a qualche forma di radicalismo religioso, altrettanto non si può dire quando questo viene traslato su questioni di altra natura come nel caso della pandemia in corso.

Se nel caso del terrorismo islamico il pericolo da arginare è rappresentato da persone le cui azioni non sono altro che il prodotto di un determinato assetto socio-politico che le spinge ai margini della vita collettiva, nel caso del virus SARS-CoV-2 le dinamiche sono del tutto differenti. Non si può agire su un virus allo stesso modo di come si può agire su una persona o su un gruppo di esse. Nei due casi, la volatilità e l’invisibilità della minaccia sono radicalmente agli antipodi.

L’utilizzo del medesimo paradigma concettuale per la spiegazione di fenomeni di natura differente segnala un preoccupante appiattimento analitico. Non è quindi un caso che, sempre più spesso, il “negazionista di sinistra” prenda spunto dalle riflessioni di personaggi intellettualmente poco raccomandabili come l’anti-filosofo Diego Fusaro, emblema di quella corrente di “pensatori” – qui le virgolette sono obbligatorie – che applicano lo stesso rigido modello argomentativo ad ogni questione. Un esempio è la visione che il “filosofo” torinese ha della comunità LGBTQI, la cui emersione sul palcoscenico della storia non rappresenta altro che l’ennesima corruzione dell’animo umano operata dal Capitale nell’epoca post-moderna. In questi termini, infatti, parla del Gay Pride, manifestando la più assoluta ignoranza sulle origini, la storia e il significato dell’evento:

Il gay pride nulla ha a che fare con la sacrosanta difesa dei diritti degli omosessuali. Con pagliacci sui trampoli e bardati in fucsia e arcobaleno, il gay pride è un patetico fenomeno di adattamento postmoderno dei costumi al nuovo ordine turbocapitalistico globalista e post-borghese.

E questo tipo di ragionamento lo si può riscontrare in ogni questione che Fusaro affronta e che non riguardi direttamente il destino dei lavoratori (la parola “lavoratrici” sembra proprio che non riesca a pronunciarla): ambientalismo, diritti animali, femminismo, razzismo e chi più ne ha, più ne metta.

Insomma, il fatto che una parte sostanziale di coloro che, idealmente, tendono a sinistra prenda come punto di riferimento il filosofo rossobruno per eccellenza, sovranista dichiarato, velatamente turbo-complottista, spesso “collaboratore intellettuale” di fazioni di estrema destra, è qualcosa che dovrebbe toglierci il sonno.

Così come dovrebbe togliercelo il fatto che le testate maggiormente consultate dal “negazionista di sinistra” sembrano essere proprio quelle più schifosamente reazionarie come Il Giornale, La Verità, Libero, e – udite, udite! – Il Primato Nazionale, organo di stampa di CasaPound, su cui peraltro si diletta ad “argomentare” il nostro caro Fusaro. Queste, oltre a fare da cassa di risonanza alla destra più becera, sono anche delle conclamate divulgatrici di fake news, più volte smascherate nel loro disonesto agire giornalistico.

Anziché concentrarsi sulla natura dei virus zoonotici e sul legame tra diffusione dei virus e inquinamento, cose che porterebbero a riconsiderare, finalmente, il rapporto che la società umana ha instaurato con la natura e i suoi abitanti; anziché soffermarsi sulle responsabilità che ha la società capitalistica nel sempre piú frequente ripresentarsi di epidemie letali causate dallo sfruttamento e ammassamento intensivo di animali umani e non umani, il “negazionista di sinistra” butta il tempo a criticare, senza alcun costrutto, quelle misure “repressive” che altro non sono che l’ultima spiaggia per non arrivare a ingolfare le terapie intensive di mezzo mondo e fare molti più morti di quanti ce ne sono stati fin qui.

Il “negazionista di sinistra” perde l’occasione per essere davvero di sinistra. Più che sul prelievo forzoso dei grossi capitali da redistribuire per garantire un reddito minimo a tutt* – un reddito in grado di arginare le conseguenze economiche nefaste di un nuovo ed eventuale lockdown -; piú che sulla ristrutturazione di una sanità pubblica che fa acqua e che, oltre a danneggiare i malati, mette i lavoratori e le lavoratrici nelle condizioni più assurde, spesso neanche riconoscendo loro sacrosante indennità – come nel caso di chi lavora per le cooperative, il cui lavoro, da contratto, non vale quanto quello svolto da qualsiasi collega assunto direttamente dall’azienda -; più che sulla pretesa di veder garantiti i servizi basilari in condizioni di assoluta sicurezza – come, ad esempio, il trasporto pubblico, vero e proprio veicolo di diffusione dei virus data la sua totale inadeguatezza -; piú che su politiche ambientali in grado di arginare la diffusione di polveri sottili che rappresentano un toccasana per la diffusione dei virus e per l’indebolimento del sistema immunitario; ebbene, più che su tutto questo, il “negazionista di sinistrasi concentra sullo smascherare un fantomatico progetto di dominio capillare fondato sul controllo diabolico dei comportamenti e delle coscienze.

Per finire, torniamo all’immagine iniziale. Chi l’ha pubblicata corrisponde al modello psicologico del “negazionista di destra” o a quello del “negazionista di sinistra“? La risposta è più semplice di quanto non si pensi: chi l’ha pubblicata è un negazionista. Proprio in questi frangenti emerge l’assoluta complementarietà di due modelli che, come detto inizialmente, sono solo apparentemente opposti.

Prendere come termine di paragone negativo il fenomeno della schiavitù segnala, implicitamente, che si considera inaccettabile quello stesso fenomeno, posizione che, già in questo caso, può essere tranquillamente condivisa sia da una persona di destra liberale che, ovviamente, da una di sinistra. È pur vero, però, che l’accostamento di un evento storico di tale gravità, in cui intere popolazioni sono state sfruttate, torturate e deportate, a provvedimenti governativi volti al contenimento di un virus che, come segnalano i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, tende a colpire maggiormente la fascia più fragile della popolazione, mette in risalto che l’utilizzo della schiavitù come termine di paragone è un utilizzo di comodo, non dettato dalla reale percezione della sua gravità – a chi è davvero cosciente del dramma che fu lo sfruttamento e l’importazione di schiavi dall’Africa non verrebbe mai in mente di utilizzare un’immagine simile per denunciare la “schiavitù della mascherina all’aperto” -, ragion per cui, all’enorme sfruttamento degli schiavi, va ad aggiungersi lo sfruttamento del loro ricordo per fini tutt’altro che nobili. Anche qui, dunque, lo schiavo è sfruttato. Ciò fa di questo post un’uscita infelicemente reazionaria.

Si salvi chi può.