Lavoratrici e lavoratori, non eroine ed eroi

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” scriveva, in Vita di Galileo, il poeta e drammaturgo Bertolt Brecht, una frase che sembra calzare a pennello con la stucchevole retorica che, da quasi un anno a questa parte, sembra scatenarsi ogniqualvolta al centro del dibattito pubblico finiscono gli operatori e le operatrici del settore sanitario. Una retorica, quella dell’eroismo, subdola e feticistica, il cui ruolo implicito è quello di trasformare il lavoro di migliaia di lavoratori e lavoratrici in mero “senso del dovere”, in atto dovuto, in “gentilezza e buon cuore” prestati alla crisi epidemica. Una retorica, ancora, ben smascherata dal contributo che pubblichiamo qui di seguito, contributo redatto da Monia Minorenti, ricercatrice e infermiera presso il reparto di Rianimazione Centrale del Policlinico Umberto Primo (ormai, da Marzo, Rianimazione Covid-19).

Qui, l’autrice, non riporta soltanto le criticità intrinseche a una professione che giustamente rivendica il suo pieno riconoscimento, ma coglie anche il progressivo delinearsi di due classi di lavoratori e lavoratrici ben distinte: da un lato, i dottori e le dottoresse, il cui lavoro è interamente tracciabile ed economicamente quantificabile, dall’altro le infermiere, gli infermieri e le altre figure di supporto all’assistenza sanitaria, le cui mansioni non sono riconosciute nella loro totalità e, di conseguenza, non pienamente e adeguatamente retribuite.


IL LINGUAGGIO STANDARDIZZATO PER IL RICONOSCIMENTO DI UNA PROFESSIONE

di Monia Minorenti

Dall’inizio della pandemia, la figura dell’infermiere è stata sempre più sotto la luce dei riflettori, questa volta per elogiarne la professionalità e l’impegno nella lotta al Coronavirus. Le prime pagine dei quotidiani lasciano sempre più spazio a titoli di ringraziamento e di rispetto nei confronti della professione infermieristica, ma a quasi un anno dall’inizio di ciò che a Marzo scorso sarebbe divenuta una pandemia, c’è da chiedersi se oltre i lustrini da “eroi” sia stata raggiunta la piena consapevolezza del reale valore della professione.

Oggi più di ieri sono sempre più palesi le carenze della sanità dovute ai reiterati tagli, iniziati già da prima della pandemia. In uno stato di inadeguatezza generale delle strutture e dei servizi sanitari, figure fondamentali come gli operatori e le operatrici del settore sanitario si sono trovate a dover sopperire a diverse mancanze, con un inevitabile aumento del carico di lavoro ed un conseguente aumento dello stress.

Il Nursing non può ridursi alla mera esecuzione di atti terapeutici, dimenticando la pianificazione, la valutazione e l’organizzazione dell’assistenza infermieristica.

Gli infermieri, le infermiere e il personale di supporto dovrebbero garantire un’assistenza di qualità e il fabbisogno di personale è un elemento centrale nella programmazione sanitaria. L’attività infermieristica richiede tempo, attenzione, precisione e collaborazione. Le attività svolte durante l’assistenza, pur richiedendo tempo, spesso non vengono riportate, non sono tracciate ed il lavoro svolto viene meno agli occhi delle politiche sanitarie.

Il linguaggio standardizzato è riconosciuto come chiave di sviluppo del Nursing per il riconoscimento del peso infermieristico nelle attività sanitarie, attualmente sottostimato per il sistema salute. Gli interrogativi che la professione infermieristica dovrebbe porsi sono: perché gli infermieri hanno difficoltà a documentare la loro pratica? Una buona assistenza fa la differenza, ma esattamente in quale modo viene riconosciuta?

L’infermiere non ha un linguaggio comune per descrivere quello che fa e, di fatto, se non è in grado di descriverlo non può nemmeno controllarlo, applicarlo, insegnarlo e renderlo scientificamente interessante.

Utilizzare un linguaggio standardizzato consentirebbe una migliore comunicazione tra gli infermieri, le infermiere, gli altri operatori e le operatrici, una maggiore visibilità e tracciabilità dell’assistenza erogata, una migliore raccolta dati per valutare sia i risultati dell’assistenza, sia l’aderenza agli standard di cura, al fine di garantire un miglioramento generale della prestazione (Marucci et al., 2015).

Standardizzare un linguaggio non significa standardizzare la pratica, se così fosse verrebbe meno il giudizio clinico. Standardizzare un linguaggio è una necessità che deve nascere dalla professione stessa. La letteratura sostiene che gli infermieri e le infermiere preferiscono utilizzare una comunicazione verbale, così facendo il loro lavoro rimane invisibile (Collins et al., 2011). Purtroppo gli infermieri e le infermiere ancora oggi percepiscono l’importanza della documentazione quasi esclusivamente a difesa di un eventuale contenzioso, invece che per la cura del paziente (Pearson et al., 2003).

In ogni campo scientifico il linguaggio utilizzato rappresenta il sapere disciplinare, il suo sviluppo è pertanto rappresentativo dell’avanzamento di una disciplina e di una professione. Il Nursing, in quanto Scienza, necessita di un linguaggio univoco per far comprendere a tutti quanto viene dimostrato e attuato nella pratica quotidiana: ciò risulta fondamentale al fine di aumentare la diffusione di concetti, di nuove conoscenze, rendendo chiara e visibile le figure dell’infermiere e dell’infermiera.

Appare evidente che un linguaggio infermieristico oggi già esista ma resta da capire come viene diffuso e trasmesso. Il linguaggio utilizzato quotidianamente per documentare l’assistenza infermieristica appare, difatti, per lo più incompleto, con conseguenti rischi sia per la sicurezza dei pazienti, sia per la tutela degli operatori e delle operatrici (Saranto et al., 2009; D’Agostino et al., 2012).

Allo stato attuale, in Italia e in molti altri paesi, i contenuti informativi sanitari, in particolare quelli relativi alla misurazione economica, sono prevalentemente riferiti all’attività medica (Diagnosis Related Group [DRG]) mentre l’attività svolta dagli infermieri e dalle infermiere non viene adeguatamente riconosciuta, con conseguente riduzione del fabbisogno degli operatori e delle operatrici del settore sanitario (D’Agostino et al., 2012).