Abusare dell’idea di libertà

Storicamente parlando, nessun’idea è mai stata abusata come quella di “libertà”. Regimi totalitari intenti a epurare i territori in proprio possesso da etnie “impure” o da soggetti “politicamente pericolosi”; governi liberali il cui fine è ed è stato quello di garantire, il più possibile, la “libera” circolazione di merci, capitali e forza lavoro; fazioni ribelli e gruppi pseudo-rivoluzionari convinti della necessità di rovesciare l’ordine delle cose vigente. In tutti questi casi (e in molti altri), il concetto di “libertà” non è che un mero strumento ideologico, un’arma estetica atta a legittimare il proprio operato agli occhi di chi, dall’esterno, potrebbe non approvare determinate azioni. In parole povere, l’idea di “libertà” è spesso una facile astrazione di cui ci si serve per camuffare malefatte più o meno intenzionali.

L’epoca che stiamo attraversando, un’epoca permeata di insicurezza in merito alle garanzie di una salute individuale e collettiva realmente accettabili, si presta piuttosto facilmente alla rappresentazione di un nuovo capitolo della storia di questo abuso. In particolare, la produzione e la distribuzione del vaccino contro il COVID-19, tra le altre cose, ha contribuito ad esasperare ulteriormente l’utilizzo che si può fare di questo concetto.

Prendiamo, ad esempio, coloro che rivendicano la volontà di non vaccinarsi, giustificandola come “libertà inalienabile” di scegliere e decidere per se stessi e il proprio corpo. Secondo questi, l’obbligo vaccinale (obbligo che, ricordiamolo, al momento non esiste se non per determinate categorie di lavoratori e lavoratrici più esposte all’infezione e alla trasmissione del virus, perlomeno stando a particolari interpretazioni dell’attuale apparato normativo ) non sarebbe altro che un’ingerenza illegittima da parte dello Stato, alla pari di un TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio). A supporto di tale tesi, viene spesso tirato in ballo l’art.32 della Costituzione Italiana, che recita:

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana

La salute, pertanto, è un diritto fondamentale dell’individuo (non un dovere) ma, allo stesso tempo, è anche “interesse della collettività”. Come districare questa matassa, o meglio, come stabilire il confine tra diritto individuale e interesse collettivo? La crisi pandemica che stiamo vivendo può aiutarci a capire meglio.

La proliferazione di una malattia altamente infettiva come il COVID-19 ci ha insegnato che, laddove determinate misure restrittive protratte nel tempo non sortiscano gli effetti sperati, l’unica maniera per contrastarne la diffusione è un’immunizzazione diffusa della popolazione. Per tale motivo, in questo frangente, diritto individuale e interesse collettivo sono quasi del tutto sovrapponibili: il mio diritto alla salute può essere pienamente rispettato soltanto nel momento in cui è la collettività stessa a godere di buona salute, nel nostro caso, a non essere più vettore collettivo di contagio (nel diritto alla salute rientrano, ovviamente, altri fattori tra i quali le possibilità di accesso alle cure, l’integrità e l’efficienza del sistema sanitario, l’informazione, un ambiente e uno stile di vita salubri, tutti elementi che, nel caso della diffusione di Sars-Cov-2, sono venuti in parte a mancare).

Viene da sé che il rifiuto di vaccinarsi per ragioni che non siano strettamente attinenti a una condizione fisica e immunitaria già compromessa, si traduce facilmente in un’indiretta negazione di libertà nei confronti di quei soggetti che, per le ragioni appena elencate, non possono vedersi somministrare il vaccino. La rivendicazione del diritto individuale è, in tal caso, incongruente con l’interesse collettivo. Esasperando ancor più il concetto, potremmo affermare che il diritto individuale alla libertà di scelta è, allo stesso tempo, una rivendicazione del diritto di disporre di una determinata libertà di scelta sui corpi altrui, in particolare su quelli più fragili. Ai costituzionalisti della domenica che tirano in ballo l’art.32 della Costituzione, quindi, bisogna ricordare che proprio laddove l’interesse della collettività è messo a repentaglio, lo Stato è legittimato a intervenire a livello legislativo per salvaguardarlo, sempre nei “limiti imposti dal rispetto per la persona umana”.

C’è, però, un altro lato della medaglia. La produzione e la sperimentazione del vaccino anti COVID-19 (così come la produzione e la sperimentazione di qualsiasi altro farmaco) sono rese possibili dalla detenzione e dallo sfruttamento dei corpi di animali non umani rinchiusi negli stabulari e nei laboratori di ricerca. Non si tratta, nel caso in questione, di stabilire l’efficacia e la validità scientifica di simili pratiche. Si tratta, piuttosto, di esaminare come l’utilizzo dell’idea di “libertà” avvenga sempre all’interno di confini ideologici ben delimitati.

Nel caso del rifiuto (non dell’impossibilità) di vaccinarsi contro il COVID-19, i confini sono quelli dell’individuo e del suo corpo, a spese della collettività. Nel caso della produzione e della sperimentazione del vaccino, i confini sono quelli della specie umana, a spese di buona parte del restante mondo animale (tralasciamo momentaneamente le dinamiche di classe inerenti alla sperimentazione e alle possibilità di accesso al vaccino all’interno della popolazione umana). L’orizzonte di una libertà dal COVID-19 poggia perciò le sue basi sulla negazione della libertà di altre specie.

Cosa sta a indicare l’emergere di una simile contraddizione?

Sta a indicare che siamo ancora tremendamente lontani dal “regno della libertà” e ancora impantanati nel cosiddetto “regno della necessità”. Secondo Marx, il “regno della libertà” può instaurarsi soltanto laddove lo sviluppo delle forze produttive, e un assetto dei rapporti di produzione più evoluto, generano una significativa riduzione del tempo dedicato alla riproduzione materiale della società. Anche in questo caso, il concetto di “libertà” è ascrivibile esclusivamente alla società umana. Ma da quando Marx espose quest’idea nel terzo libro del Capitale, un nuovo soggetto è lentamente emerso sul palcoscenico della Storia: gli animali non umani.

L’incremento esponenziale del loro sfruttamento attraverso il rapido sviluppo dell’industria zootecnica e l’accumulazione di saperi inerenti la natura del mondo animale, ha involontariamente esposto alla luce del sole i limiti materiali, morali e concettuali di un’epoca che si definisce “liberale” e che rivendica la pretesa di fondarsi su un’astrazione come quella dell’idea di “libertà”. Un’astrazione, appunto, un concetto comodo per mascherare i limiti strutturali alla base di una società che nel non democratico accesso alla conoscenza e all’informazione, nell’iniqua distribuzione delle risorse, nel dominio dei corpi umani e non umani genera i suoi stessi antagonismi, i suoi stessi virus, i suoi stessi mostri.

Il raggiungimento del “regno della libertà”, dunque, si avrà solo quando la libertà non sarà più astrazione ma realtà concreta; quando emergerà dalle pastoie del mondo delle idee per manifestarsi concretamente ed esclusivamente nell’azione di ogni corpo vivente e nella ragionata e ragionevole relazione tra questi; quando il libero accesso alla conoscenza e all’informazione non sarà inquinato da ostacoli di classe e da quelle fake news che ne sono, in buona parte, una logica conseguenza; quando, in sostanza, il profitto cesserà di essere il fine di ogni impresa umana.