La malattia non è democratica e il COVID-19 non fa eccezione

Tutti conoscono ‘A Livella di Totò, quella poesia in cui il fantasma di un netturbino spiega al fantasma di un marchese che la morte mette tutti sullo stesso livello, che non importa chi si è stati o cosa si è fatto in vita perché, alla fine della fiera, quando giunge l’ora, non ci sono nobili natali o conti in banca che tengano. Si è morti, punto, democraticamente morti. Eppure, malgrado la poesia esponga una grande verità esistenziale, c’è un fattore che andrebbe considerato più a fondo.

È vero che nel momento in cui si muore non ci sono differenze di classe che tengano ma quelle stesse differenze sono elementi fondamentali per determinare il come e il quando si morirà. E in questo caso non vi è nulla di democratico, come ci insegna la crisi pandemica che stiamo attraversando. Il CHAIN, Centre for Global Healt Inequalities Research, mette insieme le ricerche da differenti zone del mondo per fare un quadro generale della salute dei vari paesi e delle differenze all’interno degli stessi. Esso ha stilato un rapporto riguardante le disuguaglianze di salute sotto il COVID-19 e ne ha concluso che le possibilità di contrarre il virus e di subire gli effetti più pesanti della malattia sono strettamente legate a fattori socio-economici. Infatti, il documento si apre così:

“Recenti evidenze suggeriscono che l’esperienza della COVID-19 non viene vissuta in modo equo, con tassi più elevati di infezione e mortalità tra le comunità più svantaggiate”

E chi sono coloro che finiscono per essere più esposti agli esiti peggiori dell’infezione? Il report parla chiaro: minoranze etniche, persone povere o, comunque, con redditi bassi, persone che abitano le periferie più svantaggiate, senzatetto, detenuti e prostitute. Il motivo per il quale ciò avviene dovrebbe essere evidente di per sé: queste sottoclassi, per tutta una serie di fattori quali le condizioni abitative, lavorative, di possibilità di accesso ai servizi socio-sanitari e di maggiore esposizione a malattie croniche, rappresentano i destinatari ideali del Sars-Cov-2. Ad esempio, come suggerisce lo studio:

“Questi gruppi hanno una maggiore probabilità di presentare fattori di rischio clinici legati alle malattie croniche come ipertensione, diabete, asma, broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), malattie cardiache, malattie del fegato, malattie renali, cancro, malattie cardiovascolari, obesità e fumo”

L’Istituto Superiore di Sanità, facendo un quadro della situazione italiana, rileva che le patologie pregresse più comuni tra i deceduti per COVID-19 sono le cardiopatie, il diabete, l’insufficienza renale, le malattie croniche respiratorie, tumori, ictus, ipertensione arteriosa e obesità, ossia tutte quelle che, come mostra il documento del CHAIN, affliggono le classi più povere.

Ma un altro esempio efficace è quello legato alle condizioni abitative, che spesso non sono altro che un riflesso della realtà lavorativa. Vivere in zone in cui, oltre allo scarso accesso ai servizi, vi è anche un’edilizia datata e inadeguata, con abitazioni tempestate di umidità e spesso, per ovvie ragioni di reddito, sovraffollate, non fa che costituire una corsia preferenziale per la diffusione di un virus ad alta contagiosità come il Sars-Cov-2.

Il documento porta alcuni esempi reali di quanto detto finora. Tra le altre cose, ad esempio, si è registrato un tasso di infezione tre volte più alto nelle zone svantaggiate della Catalogna rispetto alle zone meno tartassate dalla povertà o, ancora, una mortalità raddoppiata nei quartieri più indigenti del Galles. Ciò si traduce in dati a dir poco allarmanti: il 34% dei pazienti gravemente malati in Inghilterra e Galles è composto da neri, asiatici e minoranze etniche, malgrado questi rappresentino solo il 14% della popolazione totale; i neri americani hanno un tasso di mortalità di 114,3 ogni centomila abitanti, quasi il doppio di quello dei bianchi, che si attesta al 61,7%.

Il motivo per cui ciò avviene è presto detto: la pandemia di COVID-19 è una pandemia sindemica ovvero una pandemia che fonda la sua ragion d’essere sull’intrecciarsi e il sommarsi di diversi fattori di rischio. È scontato, quindi, che le condizioni economiche di una determinata popolazione, dalle quali deriva la stragrande maggioranza dei fattori sociali, culturali, ambientali ed educativi, facciano da apripista agli esiti peggiori di una malattia che, fortunatamente, non registra l’elevato tasso di mortalità di altri flagelli come SARS o Ebola ma che, nonostante questo, ad oggi ha già causato, nel mondo, quasi quattro milioni di decessi.

Oltre agli effetti diretti della malattia, un impatto importante sulla vita della gente lo hanno gli eventi collaterali ad essa come, ad esempio, il lockdown. Aumento della violenza di genere (una presenza fissa nelle situazioni emergenziali, come ben dimostra l’articolo di Vanessa Daza e Ariana Athena Lippi pubblicato in italiano su questo blog), perdita del lavoro e, quindi, di un reddito, sovraffollamento nelle abitazioni e, perciò, aumento dello stress individuale, riduzione delle possibilità di accesso a servizi sanitari diversi dal COVID-19. Il picco di questi eventi durante la quarantena generalizzata mostra inequivocabilmente come l’applicazione necessaria ma isolata di misure quali il lockdown rischia di sommare altri problemi a una situazione già di per sé grave.

Ecco che, quindi, sorge la necessità di una nuova idea di salute, che non concentri l’attenzione esclusivamente sul benessere psico-fisico dell’individuo ma che concepisca come propedeutico ad esso un processo radicale di redistribuzione globale della ricchezza al fine di ridurre la diffusione di fattori di rischio tra le comunità e i paesi più svantaggiati. In parole povere, urge un ribaltamento dell’attuale ordine economico con una prospettiva a lungo termine, un riassetto ragionato in grado di tamponare momentaneamente le falle di un modello liberista che, come mai prima d’ora, ha dimostrato tutta la sua inadeguatezza, e, allo stesso tempo, gettare le fondamenta per qualcosa di migliore.

E per far questo, le soluzioni pratiche esistono, eccome se esistono, checché ne dicano gli apologeti del realismo capitalista.