L’illusione di sentirsi specie

Sebbene L’origine delle specie di Charles Darwin rappresenti ancora una pietra miliare del pensiero scientifico moderno, vi è un aspetto dell’opera che non viene mai gran che considerato, malgrado le sue implicazioni potrebbero incidere in maniera significativa sulle convinzioni attualmente diffuse. Trattando a proposito della distinzione tra “specie” e “varietà”, infatti, l’autore afferma:

Si dedurrà, da queste considerazioni, che io considero il termine specie come una definizione arbitraria che, per motivi di convenienza, serve a designare un gruppo di individui strettamente simili fra di loro, per cui la specie non differisce gran che dalla varietà, intendendosi con questo termine le forme meno distinte e fluttuanti. Inoltre, anche il termine varietà viene applicato arbitrariamente e per pura praticità nei confronti delle semplici variazioni individuali

Ebbene, il padre di quella che è stata una vera e propria rivoluzione copernicana che ha definitivamente spianato la strada all’imporsi della visione evoluzionistica (in realtà, in quegli anni, una prospettiva simile si stava già affermando nell’ambiente), è stato anche colui che ha da subito problematizzato il concetto fondamentale che ne sta alla base. L’idea di “specie”, dunque, non sarebbe qualcosa di granitico, di eterno, di definito e definibile con certezza una volta per tutte; piuttosto, essa è una definizione di comodo, uno strumento categorizzante che i naturalisti si trovano a dover utilizzare per meglio osservare e indagare il loro oggetto di studio. La scienza, in definitiva, “seziona” idealmente il regno vivente per renderlo e renderselo comprensibile.

Pensandoci bene, cosa differenzia un animale o un vegetale dall’altro? Si dirà che la presenza o l’assenza di uno o più caratteri determini l’appartenenza di quell’individuo animale o vegetale a un insieme di individui a lui simili che ricade sotto il concetto di “specie”. Noi sappiamo, però, che la logica intrinseca ai processi evolutivi genera costantemente mutazioni, ragion per cui può capitare assai di frequente che un individuo appartenente alla specie X nasca e cresca presentando caratteri che lo avvicinano a una specie Y. In un caso simile, come trattare la questione? Anche qui Darwin è chiaro: attraverso il concetto di “varietà”, utilizzabile per le forme meno distinte e fluttuanti. Un concetto che arriva in soccorso di un altro concetto, peccato che ciò non risolva la questione a monte. Lo stesso autore, come detto, ci tiene a specificare che “la specie non differisce gran che dalla varietà“.

Insomma, per quanto ci si provi, non se ne esce con facilità. L’unica certezza è che i concetti alla base del nostro approccio nei confronti del mondo naturale sono convenzioni, strumenti, “definizioni arbitrarie” utili per capire un po’ meglio le dinamiche di ciò che ci circonda e, in larga parte, ci attraversa.

I problemi che nascono da una dinamica di questo genere non sono soltanto di ordine prettamente metodologico. In ballo non c’è solo la possibilità di affermare oggettivamente che un insieme di individui appartiene a questa categoria piuttosto che a un’altra. Il filosofo italiano Massimo Filippi indaga da tempo sulle conseguenze politiche che la questione della specie subdolamente genera:

La nozione di specie non è semplicemente la mera descrizione di un ordine naturale immutabile o di un processo evolutivo altrettanto ordinato e naturale, bensì un costrutto performativo che, appropriandosene nell’esclusione, utilizza l'”Animale” come materia prima per l’incessante tracciamento dei confini di ciò che, di volta in volta, viene definito “umano”

È l’identità stessa dell’umano che deriva dal cristallizzarsi di quelle definizioni arbitrarie di cui parlava Darwin e, di conseguenza, anche l’identità di ciò che umano non è o, per meglio dire, non dovrebbe essere. Gli animali non umani, primi e più diretti destinatari dell’esclusione politicamente prodotta dalla categoria di “specie”, sperimentano sulla propria carne le più logiche conseguenze di un’impostazione simile. Lo smembramento dei loro corpi per i fini più disparati è reso così semplice da un’impalcatura ideologica e culturale che ha acriticamente assorbito la loro ontologica “inumanità”, portandola alle estreme conseguenze ovvero a quei numeri mastodontici che delineano i ritmi produttivi di quello che viene definito comparto agro-alimentare.

Il filosofo Marco Maurizi, nel suo Al di là della natura, sulla scia della Scuola di Francoforte spiega che

nel rapporto tra umano e non umano […] il “non” è concepito come un’alterità generativa dell’umano e del senso della sua esperienza: esso genera il Sè dell’umano attraverso l’attiva negazione dell’altro-da-sé, una negazione che è al tempo stesso simbolica e reale, legata al dominio sulla natura

Noi ci definiamo e ci sentiamo umani in quanto non siamo animali. Questa convinzione è fattualmente sbagliata per almeno due ragioni. La prima, oramai innegabile, è che anche l’umano appartiene al regno animale, per quanto anche la categoria di “regno” divenga più traballante man mano che le scoperte scientifiche si addentrano sempre più nelle trame assurde della vita – esiste una lumaca di mare, ad esempio, la Elysia viridis, che non digerisce totalmente le alghe verdi di cui si ciba, mantenendo all’interno delle proprie cellule i cloroplasti che permettono loro di svolgere la fotosintesi e, perciò, ricavare energia dalla luce del sole come fossero vere e proprie piante. Un esempio perfetto di ibrido animale-vegetale -.

La seconda ragione ci riporta alle più recenti scoperte nell’ambito della filogenetica molecolare. L’autore David Quammen, già famoso per Spillover, testo profetico se si considera l’ultimo anno e mezzo di pandemia, nel suo L’albero intricato, lavoro del 2018 tradotto in italiano appena due anni dopo, ci mette in guardia fin da subito:

Non siamo esattamente quelli che pensavamo di essere. Siamo creature composite e le nostre origini sembrano affondare in una zona buia del mondo vivente, in un gruppo di creature di cui la scienza fino a pochi decenni fa era all’oscuro. L’evoluzione è più complessa e ben più tortuosa di quanto pensassimo

Qual è il senso di un’affermazione così importante? È presto detto. La composizione del nostro genoma, così come di quello delle altre specie animali e vegetali, non è stato un processo separato, né tantomeno un processo che è giunto a conclusione.

I nostri mitocondri vennero a bordo all’improvviso, in un passato remoto della nostra linea evolutiva eucariotica o pre-eucariotica, sotto forma di batteri catturati. Le piante acquisirono i cloroplasti nello stesso modo. I nostri genomi sono mosaici. Siamo tutti complessi simbiotici, perfino noi uomini

Come è potuto avvenire un evento simile? Attraverso quello che viene chiamato Trasferimento Genico Orizzontale o HGT. Per farla breve, l’atto della riproduzione, che prevede il passaggio del codice genetico dei genitori alla prole, è un trasferimento genico verticale; un trasferimento orizzontale è il passaggio dei geni da un essere vivente a un altro non discendente, passaggio che può benissimo avvenire da una specie a un’altra attraverso attori del regno vivente che consideriamo anni luce lontani da noi come batteri, virus e insetti.

Un esempio quasi sconcertante di queste dinamiche riguarda proprio la nostra specie. La sincitina è un gene di origine virale che, nell’arco di milioni di anni di evoluzione, è stato “catturato” all’interno delle cellule dei mammiferi ed è arrivato a svolgere una funzione fondamentale per la riproduzione di molte specie, tra cui quella umana. La sua importanza sta nella sua capacità di essere protagonista della creazione di uno

speciale strato protoplasmatico di cellule fuse che aiuta a mediare tra placenta e feto, lasciando filtrare all’interno nutrienti e gas che provengono dalla madre, e facendo filtrare fuori i prodotti di scarto

Ricapitoliamo: un virus infetta un organismo; alcuni suoi geni, nel corso di milioni di anni, vengono assorbiti dall’organismo ospite e resi funzionali ai suoi interessi riproduttivi; il genoma della specie ospite si modifica inglobando parte del genoma di organismi appartenenti a un regno diverso. Assodato ciò, non stupisce più di tanto ciò che è oramai una certezza scientifica ossia che

circa l’8 per cento del genoma umano consiste dei residui di retrovirus che hanno invaso la nostra linea evolutiva – invaso il DNA, non solo i corpi dei nostri antenati – e si sono fermati. Siamo almeno per un dodicesimo di natura virale, nel più intimo nucleo della nostra identità

Siamo un mosaico, dunque, un prodotto evolutivo reso possibile dal mescolamento ininterrotto del nostro DNA con quello di altre specie, persino di altri regni. Un esempio forse più conosciuto delle conseguenze di questa dinamica evolutiva è rappresentato dalla componente fondamentale del nostro intestino, il microbiota intestinale, un ammasso di batteri che rende possibile la digestione degli alimenti e l’assorbimento dei loro nutrienti. Come ci ricorda Edmund Russell nel suo Storia ed evoluzione:

I nostri corpi traboccano di batteri. Nei nostri intestini vivono così tanti batteri che il numero delle loro cellule è dieci volte più grande del numero delle cellule umane del corpo intero. Oltre il 90% delle cellule dei nostri corpi appartiene ad altre specie che ci usano come taxi

Alla luce di quanto detto, risulta di per sé evidente che parlare di “specie” non è poi così semplice. E non lo è, oltre che per i motivi sopra citati, per un’ulteriore ragione: definire un individuo animale o vegetale come appartenente a una specie significa catalogare un essere all’interno di uno specifico arco temporale, al di là del quale quell’essere quasi certamente assumerà forma e caratteri diversi. Poniamo che nell’anno 2020 sia stata scoperta una nuova specie marina vegetale; tale scoperta ha permesso di conoscere questo nuovo essere in un preciso momento della sua storia evolutiva, momento in cui, dopo chissà quanti milioni di anni di evoluzione, è arrivato a possedere specifiche caratteristiche che lo differenziano da qualunque altro vivente. La sua scoperta e conseguente catalogazione in quel dato momento, perciò, non è che la fotografia di quel vivente in una frazione temporale della sua storia. Ma poniamo che, come è logico supporre, questa nuova specie viva in un habitat soggetto a forte pressione evolutiva, circostanza che richiederebbe un rapido adattamento a nuove condizioni e, quindi, la modifica o addirittura l’insorgenza di caratteri in grado di garantirne la sopravvivenza. Nel momento in cui andremmo ad accorgerci del mutamento o della comparsa di questi caratteri, ci troveremmo nello stesso problema di cui parlava Darwin: varietà o nuova specie?

È, pertanto, il tempo il più grande testimone dell’inefficacia e dell’assoluta arbitrarietà delle categorizzazioni che imponiamo a noi stessi e al regno vivente. Circoscrivere esseri e caratteri all’interno di ristrette cornici temporali testimonia la nostra ancora scarsa comprensione del continuo divenire a cui, per definizione, sono soggetti tutti i processi evolutivi, un divenire che quasi mai si accorda ai ritmi che ci sono familiari, in quanto sono questi ultimi a produrre la nostra idea e la nostra stessa percezione del tempo. Per quanto ci si sforzi, immaginare una misura temporale come “un milione di anni” è pressoché impossibile. Ecco, allora, che necessitiamo di categorie in grado di spezzettare questa “eternità” per rendercela più accessibile, comprensibile, nostra. La categoria di “specie” è una di queste, con tutto il suo bagaglio di temporalità circoscritta che altro non è che l’istantanea di un millisecondo evolutivo.

In L’ecologia della libertà, Murray Bookchin afferma che

è tempo di ritornare in seno all’evoluzione naturale

Con ciò non intende, ovviamente, che l’umano è riuscito, nei secoli, a tirarsi fuori da qualsiasi pressione evolutiva, giungendo a una condizione di estraneità nei confronti dell’evoluzione biologica. Piuttosto, si riferisce alla costruzione di una percezione diffusa, generata da un modo di produzione come quello capitalistico che fagocita e trascende materialmente il vivente pur instaurando una logica che produce cristallizzazione e selettività come nel caso del concetto di “specie”. Al capitalismo non interessano i confini biologici, esso non calcola e struttura le sue logiche sulle relazioni e le differenze tra gli esseri. Esso demolisce tutto indistintamente. Eppure, malgrado ciò, si serve di un cogito costruito che, nella sua intrinseca forma categorizzante, riflette le forme che governano la produzione e producono una società a loro immagine e somiglianza. Tornare in seno all’evoluzione, per dirla con Bookchin, significa anche decostruire gli assunti impliciti della nostra epoca, in quanto essa non è, per l’appunto, che un’epoca, una frazione, un battito di ciglia della storia del mondo.

La falsa eternità che il modo di produzione capitalistico si è autoconferito, negando la possibilità di ogni alternativa percorribile, ha prodotto e continua a produrre visioni della natura che hanno un carattere definitivo, ultimo, verdetti umani insindacabili. Tra questi, c’è l’idea di “specie”, sintomo dell’errata percezione di un tempo che, inevitabilmente, scorre e va fatto saltare.


BIBLIOGRAFIA

Charles Darwin, L’origine delle specie, Newton Compton Editori, Roma 1993.

Massimo Filippi, L’invenzione della specie, Ombre Corte, Verona 2016

Marco Maurizi, Al di là della natura, Novalogos, Aprilia 2011

David Quammen, L’albero intricato, Adelphi, Milano 2020

Edmund Russell, Storia ed evoluzione, Bollati Boringhieri, Torino 2020

Murray Bookchin, L’ecologia della libertà, Eléuthera, Milano 2010