Intervista a Marco Maurizi sulla liberazione animale a cura del Collettivo per la liberazione degli animali (Hayvan Özgürlüğü Kolektifi)

Riportiamo in italiano questa interessante intervista che il filosofo antispecista Marco Maurizi ha rilasciato al collettivo turco Hayvan Özgürlüğü Kolektifi. L’intervista in lingua originale potete trovarla qui


  1. Puoi parlarci di te? Sappiamo che sei uno scrittore, un musicista e un filosofo
    marxista. In che modo questa versatilità è importante per te?

Si può dire che è un modo curioso di applicare la dialettica alla vita! Fare esperienza di questa divisione in sé stessi non è una brutta cosa se si pensa che i conflitti e le contraddizioni sono qualcosa che viene dalla realtà, che appartiene alla realtà. Ad esempio, prima di diventare un filosofo e un attivista politico, ero un musicista: c’è qualcosa nella logica nascosta della musica, nel modo in cui parla senza usare concetti, che mi ha sempre affascinato. Per me, la musica ha più a che fare con la verità che con le emozioni. D’altra parte, la maggior parte della mia attività filosofica ha a che fare con i limiti della ragione astratta; si tratta di sapere se le nostre sensibilità e i nostri corpi influenzano o hanno influenzato il modo in cui ragioniamo sul mondo circostante. C’è una sorta di coerenza in quello che faccio, anche se non sempre sono sicuro di dove trovarla, e trovo interessanti relazioni tra musica, liberazione animale e socialismo: mi sembrano tutte sfere in cui cerco di esplorare i limiti della costruzione sociale del reale.

  1. Ci sono alcuni punti che condividiamo con la tua prospettiva sulla liberazione
    animale. Le tue idee, in particolare sulla liberazione animale e sul marxismo, sono
    illuminanti. Cosa vorresti dire a proposito della tua prospettiva sulla liberazione animale?

Questo è un bell’esempio di contraddizione produttiva: essendo stato un marxista prima di diventare un sostenitore della liberazione animale, ho sempre trovato il lato sociologico e storico delle teorie di Singer e Regan molto problematico, se non pericolosamente difettoso. Il modo in cui gli attivisti per i diritti degli animali hanno cercato di applicare queste teorie nella loro pratica quotidiana – come se la filosofia morale potesse di per sé mostrare la via per cambiare il mondo – mi ha sorpreso negativamente fin dal primo momento. L’etica, sebbene parziale e limitata, è un buon modo per comprendere alcuni aspetti dell’ingiustizia, ma non può svelare e spiegare il fenomeno dell’oppressione sociale. Quindi, poiché l’oppressione degli animali è in qualche modo legata all’oppressione degli esseri umani, mi è stato chiaro fin dall’inizio che qualsiasi pratica trasformativa doveva fare i conti con questo rapporto implicito.
Anche quando non avevo ancora una teoria per cercare di spiegare tale relazione, per me era chiaro che qualcosa non andava dalle cattive conseguenze politiche che i sostenitori della liberazione animale traevano dalle proprie teorie. Anche la parte più “politica” del movimento di liberazione animale – i gruppi anarchici – aveva idee molto confuse e inefficaci sulla società e sulla storia, tutto ruotava attorno a discorsi liberali sui diritti e sulla discriminazione in generale. Coloro che hanno cercato di mettere in discussione la struttura di questo discorso – i primitivisti – sono andati in una direzione persino peggiore, attaccando le idee stesse di civiltà, razionalità, universalismo e illuminismo, tentando di sostituirle con un’immaginaria regressione ad una “natura” indifferenziata.
Il punto è che per cambiare la società è necessario avere una descrizione oggettiva di come funziona effettivamente la società, è inutile avere “valori” filosoficamente fondati e sperare di cambiare l’opinione delle altre persone attraverso argomenti “razionali”. Se non riesci a comprendere le leggi e le dinamiche interne di ciò che è, è inutile discutere di come dovrebbe essere. La società è una struttura opaca e stratificata che determina le speranze e i limiti della ragione, quindi per cambiarla è necessario sbarazzarsi di tutte le interpretazioni morali del mondo umano, trovare un modo per intervenire sulle sue tensioni e contraddizioni. Allo stesso tempo, se spingi troppo oltre la tua critica alla ragione sociale inizi a tagliare il ramo su cui sei seduto: a meno che tu non creda in concetti obsoleti come quello di “armonia naturale”.
Per fortuna, leggere Marx e Adorno mi ha aiutato ad affrontare queste due questioni contemporaneamente, cioè a criticare i limiti socialmente determinati della ragione senza scivolare nell’irrazionalismo e nel naturalismo. Ma mi ci sono voluti 15 anni per elaborare un’ipotesi valida per affrontare questo dilemma.

  1. Quali sono i punti che accomunano e diversificano il socialismo e la lotta per la
    liberazione animale?

Il punto di intersezione più importante è che la società di classe si basa sullo sfruttamento della natura e del lavoro umano. Questi due aspetti si coappartengono, l’uno non può esistere senza l’altro. Inoltre, ogni volta che si parla di “lavoro”, sia esso materiale o intellettuale, si parla sempre di un qualche tipo di energia o attività connessa a un corpo naturale. Il capitalismo non ha cambiato le regole di base dell’oppressione di classe, ma la sua forma: cioè, quando l’intero prodotto sociale della natura è condiviso in modo ineguale, qualcuno viene sfruttato. Più concretamente, non si può sperare di costruire una società libera per gli animali se gli esseri umani non sono liberi di determinare la propria vita. Il socialismo è quindi una precondizione necessaria ma non sufficiente per la liberazione animale.
La differenza è che alcuni socialisti ritengono che applicare il concetto di “sfruttamento” alla natura sia solo una metafora, quindi si può certamente immaginare un mondo libero e solidale al proprio interno che agisca come una sorta di società per azioni per lo sfruttamento della natura (come disse una volta Max Horkheimer). Questo perché una lunga tradizione di spiritualità e antropocentrismo ha influenzato la storia del socialismo. Penso che questo sia il motivo per cui è importante inserire qui un concetto dialettico di soggettività derivato dalla Dialettica dell’Illuminismo di Adorno e Horkheimer.
La maggior parte degli attivisti per i diritti degli animali crede che le persone dovrebbero liberare gli animali per una qualche sorta di dovere morale o addirittura con un gesto supererogatorio. Ciò implica che il soggetto da liberare non coincida con il soggetto liberatore.
Mi pare una posizione insostenibile. Penso che la liberazione animale sia il processo politico attraverso cui gli animali umani si liberano dalle strutture sociali oppressive che hanno costruito nel corso della storia. In altre parole, la completa liberazione dell’umanità dalla sua eredità spiritualistica ed egocentrica richiede la liberazione animale.

  1. Che impatto ha avuto la tua concezione dell’intersezione tra liberazione animale e
    marxismo sulle organizzazioni antispeciste e socialiste?

Quando ho pubblicato il mio primo articolo sul marxismo e la liberazione animale nel 2005, sono stato pesantemente attaccato da attivisti per i diritti degli animali. Ora, generalmente mostrano più rispetto per la mia teoria, ma non direi che è diventata mainstream. Di conseguenza, penso che finora i gruppi socialisti siano stati più disposti all’ascolto rispetto agli attivisti per i diritti degli animali. Alcuni piccoli gruppi marxisti affiliati alla Quarta Internazionale, ma anche di orientamento più ortodosso, in Italia e Germania, hanno mostrato un sincero interesse per il mio lavoro. Penso però che il motivo per cui le mie tesi vengono oggi discusse di più sia dovuto agli straordinari sforzi dell’Alleanza per il marxismo e la liberazione animale, un gruppo tedesco con cui collaboro da anni. Mentre alcuni sostenitori della liberazione animale in Italia sono attualmente interessati ai miei libri, l’impatto che essi hanno avuto sul movimento nel suo insieme è ancora lontano dall’essere soddisfacente. Alcuni di questi gruppi “radicali” basano le loro teorie sull’anarchismo o su qualche forma di intersezionalismo liberale. Entrambi i gruppi tendono a leggere i miei scritti attraverso la lente dell’idealismo e dell’individualismo metodologico. Quindi, a meno che inizino a criticare esplicitamente questo tipo di pregiudizio, non c’è speranza che possano effettivamente accogliere il nocciolo delle mie tesi e metterle in pratica. Anche se dubito che gli anarchici possano muoversi nella giusta direzione (l’anarchismo oggi sembra dipendere dall’errore sociologico che fa derivare l’oggettività sociale dall’attività degli individui e interpreta le strutture transindividuali come una sorta di “reificazione” di tale attività pura, immediata), spero sinceramente che l’intersezionalismo antispecista lo faccia. Esso dovrebbe solo respingere l’illusione metafisica di una “radice comune” alle diverse forme di oppressione, che spesso è collegata a una sorta di “volontà di discriminare” (di nuovo, processi soggettivi piuttosto che oggettivi). Da un punto di vista storico e sociale non esiste alcuna “radice comune” e quindi nessuna “unità” delle oppressioni: credo infatti che l’antispecismo possa svolgere un ruolo importante nel mettere in discussione questi assunti metafisici, ma solo se muove nella direzione opposta a quella che ha preso finora. Lo specismo non è “un’altra forma di oppressione” che possiamo aggiungere all’elenco dei “privilegi”, anzi esso ci aiuta a comprendere come tale “lista” sia piuttosto un tentativo astratto e moralistico di negare la complessità della società.

  1. Come possiamo spiegare in modo sintetico e conciso il fatto che antispecismo e
    anticapitalismo hanno bisogno l’uno dell’altro?

Non possiamo. È una questione davvero complessa, sia teoricamente che praticamente, e penso che dobbiamo essere seri su questo punto: uno dei problemi della sinistra e dei
movimenti antispecisti è che tendiamo ad affidarci a risposte semplici dove non ce ne
sono. Tanto per cominciare, penso che tali connessioni teoriche debbano ancora essere
chiarite, credo di essermi limitato a dare solo alcuni suggerimenti su come guardare nella giusta direzione. Un problema da affrontare, ad esempio, è il ruolo svolto dal capitale come forza sociale che rende superfluo l’umano: quando si parla di Capitalocene piuttosto che di Antropocene, si costruisce una teoria della società basata su tendenze non umaniste, ma anzi antiumanistiche. Ora, in che rapporto stanno la disumanizzazione del mondo prodotta dal processo astratto di autovalorizzazione del capitale con la nostra critica all’umanesimo e all’antropocentrismo? Marx riteneva, ad esempio, che questo processo oggettivo non fosse solo pericoloso, ma portasse con sé anche una speranza. Tutto dipende da come immaginiamo di dover controllare tale processo di dissoluzione dell’umano. Voglio dire, quando Marx scrisse che la modernità capitalista era un’epoca in cui “tutto ciò che è solido svanisce nell’aria” (vale a dire religione, tradizioni culturali, familiari, rapporti sessuali, ecc.), attribuisce un valore positivo a tale idea: la principale differenza tra fascisti e socialisti è il modo in cui si relazionano a questo processo.
Il fascismo e l’Alt-Right si atteggiano a “rivoluzionari” perché vogliono fermare il
processo di mediazione e decostruzione universale guidato oggi dall’accumulazione
capitalista. Viceversa, nel mentre ne mantengono il lato progressivo, i socialisti dovrebbero criticare la sua essenza irrazionale: il capitalismo produce una sorta di “socializzazione” caotica della produzione, abolendo le tradizioni assurde, persino il ruolo tradizionale dell’uomo nei confronti degli altri animali. Il punto è fare in modo che questo cambiamento avvenga in modo razionale e democratico. Nei Grundrisse Marx parla di un tale “Divenire” universale dell’umanità: dobbiamo teorizzare tale “Divenire” come un processo di autodeterminazione umana, in cui le differenze sono accolte e non negate, in cui il nostro concetto di ricchezza si estende oltre i confini di specie.

  1. Di che tipo di società abbiamo bisogno per la liberazione degli animali? E come
    possiamo costruirla?

Non è facile determinare i dettagli di tale società. Quello che possiamo dire con rigore (e
negativamente) è ciò che deve essere superato nella fase storica attuale, ciò che il processo di modernizzazione capitalista deve lasciarsi alle spalle: dobbiamo far luce sulle sue contraddizioni e definire il metodo per affrontarle. Ad esempio, da un punto di vista generale, l’economia conflittuale, caotica e distruttiva che caratterizza l’attuale fase di espansione capitalista (a fronte delle crisi globali e apocalittiche che ha già prodotto) dovrebbe essere sostituita da forme di economia solidaristica. Non entrerò nei dettagli di una tale economia. Perché in tali questioni, in particolare, è chiaro che la sinistra è sempre stata divisa tra un approccio cosiddetto “sviluppista”, industrialista, e un approccio “primitivista” legato alle tradizioni locali, alle “virtù” degli stili di vita premoderni. In ogni caso, senza un’economia meno violenta e distruttiva, senza una “democrazia del lavoro”, non è possibile realizzare il diritto umano all’autodeterminazione, che è alla base della liberazione animale: se non siamo in grado di liberarci, non possiamo liberare neanche gli altri animali.
Tuttavia, questo obiettivo generale presuppone una serie di obiettivi intermedi o paralleli, come una vera democratizzazione dell’informazione, del mondo accademico e della cultura.
Anche se il complesso tecno-scientifico non potrà essere realmente democratizzato se non a partire dalla collettivizzazione dei mezzi di produzione, è chiaro che rimuovere il rapporto distorcente tra questo e il capitale costituisce un ideale regolativo, una spinta essenziale della nostra teoria e della nostra prassi. Resta quindi molto da fare, da una prospettiva tattica o strategica, per costruire una società in cui sia possibile la liberazione degli animali. Si tratta di cose che hanno un impatto diretto sulla liberazione degli animali, anche se a prima vista non sembra.
La maggior parte degli animalisti che parlano di “convergenza delle lotte” pensano che il loro scopo sia convertire i singoli socialisti al veganismo: è semmai vero il contrario. Se i vegani vogliono davvero trascendere lo status quo devono convertirsi collettivamente al socialismo. Ridurre il potere del capitale sulle nostre vite ha un significato strutturale essenziale per la riduzione del dominio in tutte le sue forme. Dobbiamo cercare di produrre le condizioni oggettive per una società più libera per umani e non umani. Tutto ciò che si oppone all’autodeterminazione delle specie socialmente, economicamente, politicamente e culturalmente va nella direzione sbagliata. Solo una società libera ed equa è in grado di riconoscere questa libertà e uguaglianza con le altre specie. Il resto sono solo chiacchiere liberali.

  1. Ci sono molte tendenze nella lotta antispecista in Turchia. Incontriamo anche approcci
    LGBTI+ fobici, razzisti, nazionalisti, liberali, anarchici o apolitici. Nel tuo libro
    Al di là
    della natura, critichi tali approcci sbagliati. Che suggerimenti daresti ai vegani in Turchia riguardo a tali approcci?

Comprendo che la situazione politica in Turchia potrebbe essere tale da richiedere l’unione delle principali forze politiche per ripristinare la democrazia formale. Eppure gli eventi degli ultimi anni mi hanno portato a credere che il vostro Paese rappresenti non un “passo indietro” rispetto alla democrazia liberale, quanto piuttosto l’anticipazione di ciò che ci aspetta. La post-democrazia è lo scenario di domani, un mondo in cui gli ideali borghesi hanno definitivamente lasciato cadere la maschera e appaiono nella loro brutale forma premoderna, pur preservando una sottostante struttura economica oppressiva di tipo capitalista. Se questo è vero, temo che l’unico approccio possibile con le tendenze che hai citato sia un netto rifiuto. Dobbiamo definire una linea di demarcazione tra capitalisti e anticapitalisti: non ci può essere mediazione
possibile.
Dobbiamo lottare per la democrazia materiale, gettare le basi materiali per una vera
liberazione dall’autocrazia e dallo sfruttamento. Questo non vuol dire che sia necessario rifiutare alleanze tattiche o convergenze elettorali a fini strumentali: ma l’obiettivo finale dovrebbe essere chiaro fin dall’inizio, non ci dovrebbe essere confusione al riguardo. Come antispecisti, lottiamo per una vera alternativa alla società esistente. La prima cosa da chiarire è questa: se qualcuno immagina che sia possibile liberare gli animali indipendentemente dall’emancipazione umana, oppure, senza porre il problema del capitale, o immaginando che si possa superare il capitalismo senza affrontare la contraddizione tra capitale e lavoro ecc., abbiamo a che fare con persone confuse, che non hanno un’idea precisa degli obiettivi della loro lotta. Non importa quanto questi attivisti si definiscano “radicali”, la loro “radicalità” è interamente immaginaria.
Voglio essere chiaro su questo perché è un punto che raramente viene colto in tutte le
sue conseguenze: si dice spesso che una persona che non lotta contro tutte le altre forme di discriminazione non può essere antispecista. Ma questa obiezione è debole perché puramente formale. Odio ripetermi, ma quando le questioni vengono poste in questo modo è ovvio che sorgano delle sciocchezze: l’amministratore delegato di un’azienda non ha bisogno di “disprezzare” i suoi dipendenti per sfruttarli; allo stesso tempo, se chiamiamo gli animali “animali non umani” invece che “bestie”, non abbiamo guadagnato loro neanche un grammo di liberazione; se assumiamo il punto di vista secondo cui ci troviamo tutti in una relazione di privilegio (cis-trans, maschio-femmina, bianco-nero, abile-disabile, umano-animale ecc.) allora dovremmo descrivere l’oppressione in modo “graduale”, non sarà possibile definirla attraverso una chiara linea di demarcazione. La lotta politica diventa confusa. Se non prendiamo in considerazione il principio organizzativo della società contemporanea, cioè il processo di autovalorizzazione del capitale nella sfera produttiva, la discriminazione rimane insufficiente a definire la lotta politica.
È fondamentale, ad esempio, differenziare e non omogeneizzare le relazioni sociali: è chiaro, ad esempio, che dal punto di vista capitalista sia l’animalità che la disabilità segnano punti di rottura assoluti per il sistema produttivo capitalista, e lo fanno in modo incomparabile rispetto ad altre soggettività discriminate. Non tutte le discriminazioni sono allo stesso livello perché questo livello è definito dalla struttura oggettiva della società. La vera differenza tra un antispecista di destra/apolitico e uno di sinistra non sta nella “coerenza” simbolica della sua lotta contro i privilegi, ma negli obiettivi tattici e strategici che concretamente definiscono tale lotta. La domanda che dovrebbe unire tutti coloro che lottano per la libertà e l’uguaglianza non è quali privilegi combattiamo, ma come lo facciamo, ovvero se effettivamente mettiamo la società piuttosto che gli individui al centro della nostra azione politica.
Anche il termine molto di moda “sistemico” oggi non basta più, sebbene rappresenti un
passo nella giusta direzione oltre l’approccio morale e individualistico della tradizionale sinistra liberale. In effetti, cosa rende tali processi “sistematici”? Solo quando siamo costretti ad affrontare il problema della produzione il “sistema” sociale appare nella sua struttura fondamentale, ovvero in ciò che “socializza” dall’esterno le nostre coscienze, le nostre volontà individuali. Concentrarsi sui consumi e sugli stili di vita, sulle merci che definiscono il nostro status, è un approccio limitato e fuorviante: dobbiamo tornare alla domanda su quale modo di produzione pensiamo debba essere alla base di una società solidale. Lasciandoci alle spalle l’astrazione e costringendoci a formulare la nostra visione della lotta individuale in termini di forze sociali oggettive alla base della società, troviamo un’effettiva convergenza delle lotte e possiamo escludere così dal nostro campo coloro che nascondono il loro radicalismo dietro una visione teorica inadeguata, che non arriva a toccare le strutture che rendono impossibile definire gli interessi reali delle classi subalterne.

  1. Quali sono le conquiste della lotta per la liberazione animale in Italia? La linea
    socialista ha avuto un impatto sul raggiungimento di queste conquiste?

Il movimento italiano è molto diviso e contraddittorio, come credo quasi ovunque. Abbiamo una vecchia guardia militante che ha attraversato molte fasi e sta gradualmente formandosi, più o meno, una coscienza politica: la vecchia distinzione tra gruppi dal basso e organizzazioni welfariste mi sembra ormai superata. Allo stesso tempo, innanzitutto grazie ai social network, fenomeni come gli influencer e i gruppi informali sono cresciuti notevolmente e stanno ridefinendo il concetto di militanza. La situazione è ancora in divenire. Da un lato, mi rendo conto che l’approccio “politico” ha assunto un suo peso e ha parzialmente cambiato gli slogan e le tattiche della nostra lotta, almeno in molti di questi piccoli gruppi. D’altra parte, molti dei vecchi difetti sono sopravvissuti e continua a prevalere la disorganizzazione politica. In genere, credo che la sconfitta storica della sinistra nel nostro paese non abbia aiutato perché manca qualsiasi sponda politica ad un movimento di liberazione globale. Si gioca con i pezzi che si hanno a disposizione sul tavolo. Come dicevo all’inizio, mi sembra che la novità principale sia l’interesse ancora marginale ma crescente per la questione animale da parte di alcuni settori della sinistra marxista. Se mai arriverà un cambiamento verrà da lì o, comunque, lì troverà l’aiuto necessario per un definitivo riorientamento di prospettiva.

9. Come possono collaborare la lotta per la liberazione animale e la politica di classe?

All’inizio, come molti, sono caduto vittima dell’illusione che fosse possibile creare un movimento che avrebbe condotto le due lotte sulla base di una teoria unitaria dell’oppressione. Mentre il mio libro sostiene questa teoria, non penso più che possa essere applicata politicamente. La liberazione animale e la lotta di classe sono due lotte separate che non possono e non devono essere confuse. È vero che la prima trova la propria condizione di possibilità nella seconda, e quest’ultima diventa più coerente grazie alla liberazione animale, ampliando la propria concezione materialista di fondo; ma la verità è che queste due lotte non possono mai diventare la stessa cosa. Ciò che immagino, piuttosto, è che ognuno dei due movimenti possa scoprire dall’interno della propria prospettiva il bisogno di aprirsi all’altro e trovarvi il completamento della propria lotta. Questo completamento è necessario nel caso della liberazione animale (che è impossibile senza lotta di classe) ma solo possibile nel caso della lotta di classe (che, come abbiamo visto, non implica di per sé la liberazione animale). Pertanto, mentre l’attivismo antispecista cerca di mostrare come la liberazione animale si inserisca nella visione storico-sociale del socialismo, i vegani “politici” dovrebbero cercare di fornire ai gruppi di liberazione animale gli strumenti di cui hanno bisogno per analizzare la società. L’unico modo in cui questi due movimenti possono unirsi efficacemente e senza confusione è attraverso lotte parallele e indipendenti.

  1. Cosa vorresti dire sul ruolo e l’importanza della lotta vegana tra le lotte per i diritti
    democratici? Hai un messaggio per i vegani in Turchia?

Penso che i vegani possano svolgere un ruolo fondamentale in un processo di
democratizzazione in almeno due modi. Anzitutto, una società veramente democratica deve ovviamente fare del suo meglio per aiutare chi sceglie uno stile di vita che non ferisce o offende nessuno ma anzi cerca di promuovere una cultura dell’empatia e della solidarietà. In questo senso, considero positivamente tutto ciò che amplia le possibilità di scelta di uno stile di vita cruelty-free, compresi gli sviluppi tecnologici e di mercato in questo senso (alternative alla carne ecc.). Tuttavia, proprio per questo, è chiaro anche che si tratta di processi determinati dal capitale e collocati entro i limiti posti da esso, che cioè non possono strutturalmente andare oltre il capitalismo. Se il veganismo resta nella sfera del consumo, il massimo che può desiderare è una democrazia formale senza una base materiale. I vegani sono rappresentanti di un diritto negato: non tanto il diritto ad uno stile di vita ma di coloro che essi incarnano nella propria scelta. Negare o limitare questa possibilità di scelta significa per la società presente non solo e non tanto discriminare i vegani quanto silenziare la voce degli animali oppressi che parla attraverso di loro. La cosa più importante che i vegani possono fare da questo punto di vista è allargare la nozione stessa di democrazia fino ad includere coloro che ne sono strutturalmente esclusi, ovvero gli animali non-umani costantemente ridotti ad oggetti. I vegani, con la loro voce, esprimono il bisogno di riconoscere tale soggettività negata dell’oggetto di consumo. Ma è chiaro che per realizzare questo scopo non devono limitarsi ad agire come “vegani”, cioè come consumatori: devono piuttosto agire politicamente per trasformare la società, ovvero la sfera della produzione. Lottiamo per un’organizzazione della produzione che riconosce tale soggettività fin dall’inizio. L’antispecismo è la teoria politica che, espandendo il concetto di soggetto oltre i confini di specie, aspira ad erigere una società strutturalmente fondata sulla solidarietà ed il rispetto per l’Altro in tutte le sue forme.
Ho un enorme rispetto per i vegani in Turchia perché penso che la loro lotta in questo
momento sia più difficile di quella dei loro compagni nelle cosiddette democrazie occidentali.
Ma, come ho suggerito sopra, è probabile che essi si trovino all’avanguardia di una svolta epocale e possano mostrarci la strada: la loro lotta infaticabile contro l’ingiustizia può diventare un esempio per tutti noi.