Non c’è Natale per i vegani moralisti

Pubblichiamo con piacere questo contributo di Dario Manni sull’ancora troppo poco politica impostazione di buona fetta dell’antispecismo italiano (e non solo) riguardo allo sfruttamento umano, animale e della natura. Con l’occasione, la redazione di Voci Sinistre augura a tutte e tutti buone feste.


Un articolo recentemente apparso sul quotidiano Domani ha riscosso un certo successo
negli ambienti animalisti e antispecisti italiani. A firma dello scrittore Jonathan Bazzi e dal titolo evocativo “Non c’è Natale per i vegani”, il pezzo prende le mosse dal racconto del primo cenone di Natale dell’autore da unico vegano in famiglia. Nel testo, Bazzi alterna flash e battute, più dei familiari che sue, che proiettano chi legge in un’esperienza ai limiti fra il seccante e l’angosciante, in cui il protagonista è preso in mezzo a un fuoco di pregiudizi, ignoranza e sarcasmo nei confronti della sua scelta di vita (1) . Il racconto di Bazzi ricalca le esperienze di molti vegani e antispecisti, che vi si sono riconosciuti con un misto di sconforto e divertimento. L’incomprensione e il rifiuto più o meno generalizzato del veganismo, infatti, hanno segnato gli inizi del percorso di molte persone che, crescendo in ambienti non vegani né antispecisti, hanno finito per essere le pecore nere di nonne addolorate dal nipote che non mangia più i soliti manicaretti e di zii e cugini saccenti, irridenti e ridanciani. Ma c’è un problema.

Rappresentando gli “onnivori” (termine che nell’articolo indica i famigliari non vegani di Bazzi e, potenzialmente, i famigliari non vegani di ogni vegano) come individui che “non capiscono, o, più semplicemente, non sono abituati a considerare” domande di giustizia e compassione, l’autore finisce per riprodurre pregiudizi e luoghi comuni analoghi a quelli di cui molti vegani sono vittime, e soprattutto finisce per ridurre la questione della discriminazione, dell’oppressione e dello sfruttamento degli animali non umani all’intelletto e alla sensibilità individuale. Con questa mossa, Bazzi non solo impedisce, nel pensiero, ogni progetto concreto di liberazione animale, vincolandolo a variabili fuori controllo da parte degli attivisti vegani e antispecisti (“Se una persona non sente che infliggere sofferenze a un’altra persona è male, come posso convincerla? […] Dove manca la sensibilità il dialogo è pressoché impossibile”); ma fallisce nel rendere conto di un dato altrettanto reale delle bocche dei parenti che “non smettono di portar dentro e triturare, rosicchiare e inghiottire”. Molte persone non vegane né antispeciste, infatti, non ironizzano sulla scelta vegana, né la stigmatizzano; talvolta la ammirano e in qualche caso, a un certo punto, la imitano. Contrariamente alla rappresentazione degli onnivori suggerita dall’articolo, spesso si tratta di persone particolarmente intelligenti e sensibili, non di rado attive nell’associazionismo e nel volontariato umanista. Un dato apparentemente inspiegabile per tanti vegani e antispecisti che, prendendo in prestito categorie psicologiche usate alla bell’e meglio, finiscono per derubricare il tutto a “dissonanza cognitiva”: non si fa “il collegamento” fra l’ingiustizia subita dagli umani e quella subita dagli altri animali perché si cauterizzerebbe così, in maniera del tutto inconsapevole, la ferita provocata dalla tensione e dalla sofferenza psichica – presunta, implicita, inconscia – indotta dalla consapevolezza della violenza e dello sfruttamento perpetrati ai danni degli altri animali. La propria “incoerenza” resta così irrisolta, ignorata, e tuttavia marchia l’incoerente a fuoco vivo. Che fra vegani e antispecisti ci siano anche misantropi, sessisti e razzisti, sembra non fare problema per il postulato della maggiore sensibilità vegana. Scrive Bazzi: “Essere vegani è una conseguenza dell’essere antispecisti, ovvero del rifiuto di considerare la specie umana titolata a spadroneggiare sulle altre”. I vegani saprebbero che fra l’animale vivo e il pezzo di carne o il derivato in vendita passano l’ingabbiamento, la riproduzione forzata, lo sfruttamento intensivo e l’uccisione prematura degli animali allevati, nascosti dall’industria nello spazio occultato della mistificazione pubblicitaria. Ma “non è questione di superiorità morale”, veniamo rassicurati continuando a leggere: “i vegani semplicemente sono persone che a un certo punto hanno preso atto di cosa c’è in quel vuoto, in quello spazio occultato. E se ne fanno carico. Agiscono nel mondo facendosi portavoce di quegli esseri stipati e brutalizzati, deportati e uccisi.” Una descrizione empatica che rende giustizia a una categoria troppo spesso ingiustamente bistrattata, ma anche profondamente falsa, per almeno due motivi.

Il primo motivo per cui la descrizione dei vegani come persone più consapevoli e generose delle altre è falsa è che, se anche tutti gli antispecisti fossero vegani, del che possiamo dubitare (2), sappiamo però con certezza che non tutti i vegani sono antispecisti. Al di là delle dichiarazioni di intenti e di principio della Vegan Society (3), il veganismo è anche quella moda fatua raccontata dai media e in voga fra star, vip e loro epigoni; è anche quella dieta intrapresa perché più salutare rispetto ad una piena di colesterolo e grassi saturi; è anche quello stile di vita meno ambientalmente impattante cui molti preoccupati per la crisi eco-climatica stanno aderendo, ed è anche il corollario di filosofie spirituali e religiose altre rispetto alla filosofia vegana e all’antispecismo laico. Il secondo motivo è che, non di rado, molte persone abbracciano veganismo e antispecismo per sfuggire al senso di inadeguatezza, di estraneità, di rifiuto della società così com’è fatta; e per identitarismo, perché trovano nel veganismo un orizzonte di senso condiviso fra pochi che si auto-percepiscono consapevoli e illuminati. “Troppe persone”, scrive il filosofo ecosocialista antispecista Marco Maurizi, “saranno attirate dal movimento per motivi sbagliati che l’ideale della liberazione animale permette magari di incanalare e sfogare (la presunzione di conoscere, la presunzione morale, il settarismo, il ribellismo, ecc.); troppo poche saranno invece motivate ad entrare e farvi parte: soprattutto coloro che cercano un progetto serio e articolato di trasformazione della società e che non trovano nell’antispecismo altro che un veganismo identitario e moralistico (4) ”. Lungi dall’esservi estraneo, insomma, il sentimento di superiorità morale è proprio la cifra di un’ampia categoria di vegani e antispecisti. Dietro le accuse per la presunta crapula degli “onnivori” che “non smettono di portar dentro e triturare, rosicchiare e inghiottire” e che Bazzi e molto veganismo immaginano come vittime del vizio e dell’indolenza, si intravede in controluce il profilo dell’ideale razionalistico del “dominio su di sé, che si aggiunge al divieto di lasciarsi dominare dai propri sentimenti e dalle proprie inclinazioni” (5) . Il divieto, insomma, di vivere ed esprimere l’animalità dell’essere umano, la repressione dell’animalità come uccisione simbolica dell’Animale nell’Umano, che fonda l’Umano quale si è costituito nei secoli; e come pretesa di eccezionalità rispetto al resto della natura. Una pretesa che giustifica l’uccisione concreta degli animali e che è ragione necessaria del loro sfruttamento su scala industriale. Ma “La volontà di superare una passione alla fine non è che la volontà di
un’altra o di parecchie passioni” (6) . “Onnivori”, vegani e antispecisti moralisti e identitari sono tutti naufraghi nell’oceano dell’irrazionale che, desideroso, cinge da ogni parte l’isola piccolissima della ragione. E anche se i primi, per quanto attiene alla relazione con gli altri animali, spesso non fanno altro che aderire alla tradizione e riprodurla acriticamente, quella che nutrono i secondi circa la loro maggiore consapevolezza e libertà non è che illusione; come l’illusione del marinaio che grida “Terra!” quando la nave è in alto mare, in balia di una tempesta. È dunque tutto identico? Non resta che accettare il destino, scomparendo tra i flutti dell’indistinzione di volontà uguali e contrarie?

La questione può essere risolta solo ponendo la differenza non fra vegani e non vegani,
specisti e antispecisti, ma fra veganismo, antispecismo e la loro negazione teorica. Cioè
spostando lo sguardo dagli aspetti soggettivi del vissuto, della sensibilità, del vizio e della
virtù individuali, a quelli oggettivi della teoria e del modo di produzione attorno a cui si
organizza la società. Da questo punto di vista, veganismo e antispecismo si differenziano
dai loro contrari per la loro funzione progressista, come rivendicazioni di libertà e
uguaglianza a prescindere dalla specie di appartenenza. Essi estendono le istanze di
giustizia sociale a una categoria di esseri senzienti finora esclusa, e le radicalizzano
rivelando quell’esclusione come modello della strutturazione gerarchica delle società del domino; ovvero delle società della subordinazione dell’uno all’altro, il quale deruba il primo dei suoi mezzi di sostentamento, finanche del suo stesso corpo, del suo lavoro e dei frutti di quel lavoro, ai fini della propria sopravvivenza e del proprio arricchimento. La questione quindi diventa se vogliamo vivere in una società adatta a molti o solo a pochi e “scelti” casualmente, non perché eccellano sugli altri; il che dovrebbe bastare per convincere della necessità di un cambiamento anche il più fanatico vitalista e darwinista sociale. È al modo di produzione che riproduce e intensifica sfruttamento e diseguaglianze, cioè al capitalismo e non alla maggiore o minore sensibilità individuale, che noi vegani e antispecisti dovremmo guardare se vogliamo superare sia il pranzo di Natale sia, soprattutto, la società della discriminazione e dello sfruttamento animale. La comprensione dei modi in cui il Capitale si preserva e si auto-valorizza consente infatti non solo di ricondurre la mancanza di sensibilità in questo o quello ai meccanismi della produzione sociale della freddezza, dell’abbrutimento e della mercificazione universale, evitando con ciò di mortificarci per non riuscire a dialogare con gli altri e di fissarci sulla colpevolizzazione del prossimo (una strada senza uscita che porta dritti alla misantropia e al disimpegno); ma anche di trovare le vere cause della discriminazione e dello sfruttamento animale, e con esse le forze contrarie che potrebbero portare al superamento dello stato di cose presente. A partire dalla riappropriazione dei mezzi di produzione che, negli ultimi decenni, i signori della carne hanno usato per moltiplicare falsi bisogni così da consumare il surplus (7) . Al di là delle motivazioni e della fibra morale di chi se ne fa promotore, è soltanto considerando veganismo e antispecismo nei loro aspetti storici e sociali che possiamo riconoscerli come specifici. Una specificità che chiama alla scelta fra un mondo più equo, solidale e compassionevole, in cui la ragione non sia strumento del dominio ma fattore di chiarificazione e di emancipazione materiale e intellettuale; e uno regolato dall’arbitrio di chi, di volta in volta, si trova nelle condizioni più adatte per sfruttare il prossimo.


(1) Jonathan Bazzi, Non c’è Natale per i vegani (editorialedomani.it)

(2) Quel che si crede a proposito della superiorità di specie può non coincidere con quel che si fa, con la propria prassi quotidiana, la quale è influenzata dalle possibilità offerte dal contesto (per esempio, se nella zona in cui mi trovo ho la possibilità di accedere a un cibo vegetale sano e abbastanza vario da contenere tutti i nutrienti fondamentali oppure no) e dalla fibra morale del soggetto (per esempio, se ho la forza di rifiutare la pietanza della nonna al cenone di Natale anche se questo la fa piangere, o se riesco a convincere il mio gruppo di amici a non mangiare nell’hamburgeria tradizionale bensì nel bistrot vegano, o se riesco almeno a mangiare solo insalata ed aspettare di tornare a casa per consumare un pasto completo). Tutto questo, ne sono consapevole, può sembrare ipocrita a molti vegani, che di sicuro non vi vedranno altro che scuse e giustificazioni. Può darsi che abbiano ragione, ma probabilmente dimenticano che anche loro ricorrono a scuse e giustificazioni per non fare sempre correttamente la raccolta differenziata o per non donare abbastanza per il soccorso medico in Somalia. Il punto, tuttavia, è che non occorre discriminare gli altri animali, ovvero avere pregiudizi specisti su di essi, per sfruttarli per alimentazione o per altro.

(3) La Vegan Society è la più antica associazione vegana conosciuta (per quanto forse non la prima
organizzazione in assoluto ad aver perseguito l’ideale e lo stile di vita dell’esclusione dei prodotti degli altri animali dal consumo umano). Lo stesso termine “veganismo” è stato coniato dalla Vegan Society, come contrazione della parola “vegetarianismo” e ad indicare l’esclusione dal consumo anche dei derivati, in seguito alla sua scissione dalla Vegetarian Society. Secondo la definizione dell’associazione: “Veganism is a philosophy and way of living which seeks to exclude—as far as is possible and practicable—all forms of exploitation of, and cruelty to, animals for food, clothing or any other purpose; and by extension, promotes the development and use of animal-free alternatives for the benefit of animals, humans and the environment. In dietary terms it denotes the practice of dispensing with all products derived wholly or partly from animals.” Go Vegan | What is Veganism? | Understanding Veganism (vegansociety.com)

(4) M. Maurizi, “Antispecismo politico”, Ortica editrice, Aprilia, 2022, pag. 151

(5) I. Kant, “Metaphysische Anfangsgrunde der Tugendlehre”, in T. Adorno, Max Horkheimer, “Dialettica dell’Illuminismo”, Giulio Einaudi Editore s.p.a., Torino, 2010. pp. 100-101. Si legga anche M. Maurizi, cit., pag. 52: “… la scelta non è tanto “logica”, quanto “emotiva”: si smette di mangiare carne perché non si sopporta l’idea che alla carne sia legata la sofferenza di un altro essere animale. Ma in quanto tale, cioè dettata da un istinto di compassione, la scelta vegan non può essere “necessaria”, perché è per definizione non-calcolabile e non prescrivibile”.

(6) F. Nietzsche, “Al di là del bene e del male”, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma, 2002, pag. 100

(7) Consumare il surplus: estendere il consumo di “carne” e l’oppressione animale – Voci Sinistre